UZAK 30/31 | estate 2018

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Luigi Abiusi
06-10-2018

Nella prefazione alla Persuasione e la rettorica di Carlo Michelstaedter si legge «io lo so che parlo perchè parlo ma che non persuaderò nessuno […] o in altre parole “è pur necessario che se uno ha addentato una perfida sorba la risputi"», che dice, implica, la volontà di una resistenza umanistica, di un parlare produttivo, persuasivo, in tempi di Rettorica propagante, prevaricante (certo, la retorica, la sorba risaputa del mondo volgare, ottuso, privo di dialettica, ma non per questo non veritiera e pressante e denunciabile) e riguarda ovviamente anche quello che si può e si deve dire a proposito delle opere, delle immagini (e che oggi si fa con sempre maggiore violenza, senza argomenti, anzi con il gusto, il compiacimento di non averne, di dileggiare opere e autori, in estasi da followers), visto che sto qui proprio per dire delle immagini di D'Anolfi e Parenti.

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Andrea Bruni
02-10-2018

«Viviamo con esseri che noi stessi abbiamo creato, baciamo fantasmi, difendiamo spettri: discutiamo d’arte con lupi mannari, trattiamo d’affari con spiriti, andiamo in giro con ombre di persone mai esistite».
(Contessa Maria degli Obrapali - Stanislaw Ignacy Witkiewicz)

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Luigi Abiusi
07-09-2018

Nuestro Tiempo è un film a rilascio lento, ritardato, congegno a riverbero, perchè teso tra la dimensione istintuale, animale - tori che si scornano, scorazzano nella prateria, sventrano asini, tra il ronzio delle mosche calate immancabilmente sulle interiora: una rude poesia, una ruvidità dell'immagine evocativa, che è di Reygadas sin da principio del suo cinema - e quella cerebrale, mentre dispiega le dinamiche di una coppia emancipata del nostro tempo.

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Marika Consoli
03-09-2018

Opera prima seducente, ispirata al noto romanzo di Ingo Schulze, quella di Andreas Goldstein, che ha il merito di coniugare, affondando le radici nel discorso biblico della dimensione originaria degli uomini, linearità narrativa e memoria, mediante un’architettura che dilata, intensificandola, la vita, interiore dei singoli e collettiva dei popoli, nel traslato del simbolo e dell’allegoria. Poiché nei rimandi continui a parole, situazioni, oggetti presenti nella Genesi – a partire dagli stessi nomi, che esplicitamente richiamano quelli di Adamo ed Eva, e l’insistenza delle inquadrature sul giardino, la presenza del rettile strisciante, sebbene stenti nell’erba alta, secca, ma nella scatola si muova a tratti, impedito negli spostamenti, fino alla lettura della cacciata dall’Eden da parte di Adam seduto sul letto, mentre  Evelyn ostenta la carnalità delle labbra – il regista non esclude l’apertura al mondo, l’immersione nella storia, nel suo divenire.

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Luigi Abiusi
31-08-2018

C'è una dimensione analogica, di (precario) artigianato degli accrocchi, fumanti, unti, che risulta interessante nel First man di Chazelle - a fronte, peraltro, di molte altre parti invece stantie e stereotipe -; un intrico di lamiere, saldature, tubi zigrinati che te la fanno sentire tutta l'alta velocità (e la precarietà, l'incrinarsi del concetto stesso di sopravvivenza, di resistenza agli urti, allo schianto) con cui gli astronauti vengono scagliati nell'etere: vibrazioni vertiginose di plance, lampadine rosse di allarme, rutilare di cabine lanciate, lasciate a turbinare follemente nell'interstizio spaziale.

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Marika Consoli
01-07-2018

La persuasione dell’attesa, della possibilità che filtra dalle finestre chiuse, dello sguardo che si spalanca al mondo, al desiderio del mondo, si staglia dall’orizzonte del visibile, al passo col tempo, della musica delle parole e della vita fuori campo: «Per ogni estatico istante dobbiamo pagare un’angoscia, in pungente e tremante rapporto con l’estasi. Per ogni ora d’amore, aguzze elemosine d’anni, amari spiccioli contesi e scrigni colmi di lacrime». Dopo la prigione dei moniti, l’autoritarismo dei precetti, dell’accademia puritana del terrore che si compie, amputando nell’intimo l’aspirazione all’esistenza: si sfanno file di ragazze ordinatamente, ferma al centro la macchina da presa sulle figure silenti, fino al volto di Emily, rimasta nel mezzo dell’inquadratura in una ribellione coraggiosa, che arde quieta.

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Cinzia Giordano
01-07-2018

Sembra darsi nel senso della perdita, il primo lungometraggio del regista libanese Nadim Tabet, nel sole che si accascia mentre i muri si scrostano e si riardono, in un tempo perduto: lo dicono gli occhi affossati dei protagonisti, le loro voci fuori campo che arrivano a slargare le inquadrature sulla città o a rinvenire da un grumo di memoria attimi trattenuti in fotografie analogiche; non solo simulacri di ricordi, ma ricordi esse stesse, corpi di pellicola, di pelle, che su di sé conservano il segno della luce, del tempo.

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Abiusi, Dell'Aquila, Saracino
30-06-2018

Della morte, non dell'amore
Luigi Abiusi

Più che nei suoi film precedenti il Paul Thomas Anderson del Filo nascosto sembra dedicarsi alla contemplazione della malattia, quindi a quello che, alla fine, è in sé la malattia, cioè la proiezione della morte, ora effettuata sulle pareti a fiori, nel contesto liberty di una decadenza ormai orfana di ogni estenuazione, ogni lirismo. E le musiche da camera (Brahms, Faurè, Schubert) sono il sostegno di questa fotosintesi inversa (altrove parlavo di “alienazione da camera”), per cui la luce di proiezione appassisce, decompone quei fiori sul muro anziché farli gemmare, esalanti così una putrescenza che intacca la pellicola, proprio la sua epidermide, l'atmosfera del film, ora ingiallita, illividita come la carne sfatta di un cadavere.

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Domenico Saracino
30-06-2018

Non sarà certo la parola, laicamente intesa, né tantomeno il Verbo a salvarci, se lo si chiede a Sharunas Bartas. Quand’essa infrange il silenzio – cosa che avviene a maggior frequenza da Seven Invisible Man (2005) in poi, rispetto ai suoi lavori degli anni Novanta – non è mai per risolvere, sgrovigliare, dirimere, ma, al massimo, per fabulare, tamponare i fiotti amari dell’impotenza, continuare a sorreggere l’impalcatura incerta dell’esistenza.

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Massimo Causo
30-06-2018

L'impotenza del poeta, la sua strutturale disorganicità rispetto al sistema del potere e la sua silenziosa ribellione allo scandalo del silenzio imposto. Due film dalla Berlinale 68 per dire della resistenza del poetico dire rispetto alla violenza della Storia: Dovlatov di Aleksey German Jr. e Season of The Devil (Ang Panahon ng Halimaw) di Lav Diaz. Due scorci dagli anni '70, col tallone dei regimi sulla coscienza dei popoli, funzioni oppressive del potere alle prese con le funzioni libertarie dello spirito: Aleksey German Jr. disperde le speranze dello scrittore russo Sergei Dovlatov nella nebbia d'apparato dell'Unione Sovietica, che non seppe dargli voce di stampa e lo costrinse a fuggire a New York per sfuggire alla lenta morte del suo spirito. Lav Diaz s'inventa invece  il poeta del popolo Hugo Haniway, che si oppone al regime di terrore instaurato dai miliziani di Marcos nella sua patria martoriata e si martirizza nella ricerca disperata della sua donna, Lorena, medico volontario nei villaggi degli oppressi.

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