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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Cose mai viste

Foudre

Mariangela Sansone

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto      
una casa apparì sparì d'un tratto;
come un occhio, che,largo,esterrefatto,
s'aprì si chiuse, nella notte nera.
(Giovanni Pascoli, Il Lampo)

«Sta lontano da tutto o il fulmine ti colpirà»

Uno squarcio nel cielo, una ferita luminosa che collega due mondi, segnando il passaggio tra visibile e invisibile, consentendo, così, all’energia magica di propagarsi ed espandersi. Lame che tagliano l’oscurità, aprendo varchi nella notte, tra lo scrosciare della pioggia, illuminano le tenebre di un vagare errabondo; la strada e le vallate verdi, un’astrazione dal presente in un movimento ellittico, tra le nuvole e il vento, dove la favola si riconcilia con la natura umana. Baal introduce l’occhio alla visione di Foudre: «vi racconterò il corpo bruciante e mortale del fulmine. Il fronte dell’uragano è una fessura tra i mondi, un limite tra la spiaggia e l’onda, La possibilità di vivere esperienze anomale, inesplicabili, in un tratto limitato di tempo e spazio. Sono catturato dalla magia della fessura tra i due mondi». Il maestro del fulmine, colui che ne conosce i segreti, vive in una Parigi crepuscolare e livida, di notte si confonde tra la gente, abbandona le vesti divine e diviene DJ Baal. I ritmi forsennati della musica tecno e le ragnatele liquide si intrecciano sui vetri, mentre il cielo continua incessantemente a piangere lacrime. «Io sono un folletto, un folletto non è un pazzo ma uno che ha visto le fate». Il cielo è plumbeo ed il cuore è appesantito dallo smarrimento di una parte di sé; la voragine lasciata dall’assenza spinge a cercare tra gli oggetti, negli spazi vuoti, nell’invisibile che vuole restare tale, non percepito.

Foudre, Fulmine, di Manuela Morgaine, è una leggenda in quattro stagioni, quattro capitoli che si srotolano in spazi temporali differenti, lontani e distanti, adoperando una dialettica in bilico tra la narrazione documentaristica e l’immaginifico. Una sperimentazione narrativa e visiva che non può essere ricondotta in parametri specifici ma che adopera una lingua anarchica, libera di muoversi in territori in cui la forma muta di scena in scena, di momento in momento.
Il primo frammento, Autunno, è il racconto di Baal, divinità siriana del fulmine, conduce lo sguardo in un’immersione totale e totalizzante nella danza cosmica degli elementi, tra coloro che hanno provato la forza del fulmine sulla loro pelle. Un’esperienza fisica che sconfina in una dimensione trascendentale, chi è sopravvissuto alla folgorazione delle saette narra la propria storia in una messa in scena quasi teatrale. Il trauma, il prima e il dopo, tra sfere luminose e il baluginio accecante delle scariche elettriche.
L’inverno è il secondo momento narrativo, dalla matericità del corpo l’attenzione si sposta alla mente. L’oscurità dei melancolici e il fulmine, nella forma di un elettroshock, eseguito dal medico psichiatra, alla ricerca delle sue origini africane, sono gli elementi narrativi della stagione invernale. Scuotere e svegliare i dormienti eraclitei, ricondurli alla luce attraverso la luce del fulmine, tentare di strapparli alle tenebre del male di vivere attraverso un percorso lungo e non scevro di dolore, è il tentativo del medico, un novello Saturno, che dalle ombre vuole condurre l’uomo ad un nuovo giorno.

Il risveglio, la Primavera, è affidato al misticismo della terra di Siria e a Simeone, lo stilita. Risalendo lungo le acque dell’Eufrate, sino ad Aleppo, tra il dolce oro del miele e l’incanto delle danze estatiche dei derviches tourneurs, tra mitologia, leggenda e favola, lo sguardo si smarrisce tra la storia dello stilita fulminato sulla colonna, luogo del suo eremitaggio, il Kama, tartufo miracoloso e frutto di Allah, la produzione del sapone di Aleppo e le meraviglie di Palmira, prima che la guerra ne deturpasse i lineamenti. Il fulmine feconda la terra, la rende madre della meraviglia, di un prodigio che nasce una sola volta l’anno; ci si immerge tra gli arabeschi de Le mille e una notte, in un turbinio epifanico e sensuale, dove la natura si illumina e sboccia, nel gonfiarsi fiammeggiante delle nuvole e le acque sacre di fonti pure, in un paesaggio che accoglie il seme e attende la nascita. «Il campo semantico di daio converge intorno al tema del fuoco e della fiamma: dais, -idos significa torcia, fiaccola [...] mentre il senso abituale di daio è accendere, bruciare o anche divampare».
L’ultimo frammento stagionale è l’Estate, l’ardore bruciante del colpo di fulmine, la scintilla amorosa, in un adattamento metateatrale de La Dispute, di Marivaux. Due creature, Azor e Eglé, sull’isola di Sutra, sospesi in un tempo distante, rapiti dagli amorosi sensi. Fulminati dall’amore, ma anche novelli Adamo ed Eva in un paradiso perduto. E infine, dopo la ramificazione narrativa dettata e guidata della foudre, tutti i personaggi di questo cantico si ritrovano in un altrove notturno e siderale nella musica ossessiva di Dj Baal.

Un’elegia in quattro atti, come la tetralogia wagneriana e il tarkovskijano Andrej Rublëv, segna una (s)composizione del tempo che consente all’opera di Manuela Morgaine la libertà di usufruire di un canovaccio narrativo sperimentale, spostandosi in diverse epoche storiche e spaziando tra i personaggi, accomunati dall’elemento della foudre. Ognuno è fulminato. L’immagine si fa trascendentale e racconta il suo logos alla maniera, quasi, di William Blake: «If the doors of perception were cleansed, everything would appear as it is, infinite» (William Blake). Un arcano panteismo mitologico scorre lungo l’iter filmico e sembra trovare le sue radici ed i suoi riferimenti nelle costruzioni pasoliniane (la sua Medea), le visioni di una natura malevola/benevola, quasi herzoghiane, seguono una messa in scena onirica, così come alcune strutture riecheggiano la filmica di Parajanov, in un grumo visivo che è in continuo ri-farsi. In Foudre lo sguardo è libero dai limiti dell’immagine, va oltre, un oltre che supera i limiti della prigione visiva, muovendosi in una zona d’ombra illuminata dal visto e dal non visto, usando, godardianamente, «la luce, come giovinezza dell’oscurità». Tutto insegue la magia del fulmine, della luce, il suo zigzagare abbacinante, in quella folgorazione primordiale che è il cinema, la sua magia, il sogno. «Tanti piccoli lampi che si oscurano velocemente, tanti bisbigli che si elevano, credevo di udire un appello tra il bailamme, un segnale tra il rumore confuso, l'onda, sollevata per un momento, ricade. Perché quella, singolare, non si perde? Risposta: perché le altre, singolari, si sono perse? Una certa testa sorge dalla folla, occhi, bocca, collo, forse anche, talvolta, le spalle. […] Ascoltate in forma multipla come iniziano le cose immense che la nostra pretesa chiama storia».





Titolo: Foudre
Anno: 2012
Durata: 230'
Origine: Francia
Colore: C
Genere: Sperimentale
Specifiche tecniche: HDV - SD - HD; 4:3, 16:9
Produzione: Mathieu Bompoint / Mezzanine Films & Manuela Morgaine/Envers Compagnie

Regia: Manuela Morgaine

Attori: Rodolphe Burger (Baal); William de Carvalho (Saturn);Michaël Jasmin (Symeon); Margot Crespon (Eglé); Maxime Nourrissat (Azor); Frank Smith (Nevil)
Soggetto: Manuela Morgaine
Sceneggiatura: Manuela Morgaine
Fotografia: Manuela Morgaine, Pauline Lormant, Giovanni Laniado, Hervé Labourdette
Montaggio: Gordana Othnin-Girard, Pauline Lormant
Costumi: Agnès Noden
Effetti: Matthieu Serrière

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