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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Cose mai viste

Under Electric Clouds

Michele Sardone

Pare che l’incontro fra Simone Weil e Lev Trockij scadde in lite: la Weil rinfacciava a Trockij la cruenta repressione, ad opera dell’Armata Rossa, della rivolta anarchica di Kronstadt del 1921. Esattamente come le potenze capitaliste, sosteneva quello scricciolo di donna dinanzi al gigante della Rivoluzione, lo Stato comunista fondava il proprio potere sulla repressione della libertà e dell’autodeterminazione.
La prendiamo un po’ alla lontana, perché quando si parla, come accade in Under Electric Clouds, di Russia e Storia, non si può che parlare di Rivoluzione (dove storia e rivoluzione sono necessariamente maiuscole): non per niente parte del film, presentato nel 2015, è ambientata nel 2017, a cent’anni dalla madre (strana madre: senza figli) di tutte le rivoluzioni.

Cosa avrebbe allora potuto rispondere Trockij per venire a capo del paradosso di quella madre sterile, capace solo di procurarsi aborti come quello di Kronstadt? Ricoprì la Weil di insulti. Proviamo a giustificarlo: non poteva aver letto Furio Jesi, che infatti al tempo del loro incontro doveva ancora nascere.
Una delle tesi centrali del pensiero di Jesi è che il tempo della rivolta è ben diverso da quello della rivoluzione: il futuro della rivoluzione è la progettazione del domani e i rivoluzionari, per prepararlo, calano le proprie azioni nell’attualità del tempo storico; il futuro della rivolta è il dopodomani e i rivoltosi non lo preparano, bensì lo evocano: la rivolta sospende il tempo storico, la rivolta è inattuale

Nel suo Under Electric Clouds German Junior dimostra di aver ben chiara la possibilità della compresenza di più modi di vivere e percepire il tempo. C’è di sicuro il tempo della Storia: lineare, progressivo, con inizio e fine, scandito per epoche una conseguenziale all’altra. Un tempo che segue sue leggi che alcuni uomini (uomini d’azione, uomini attuali) cercano di divinare, magari anche forzandole a proprio piacimento (fino a riscriverle di sana pianta) pur di far apparire come inevitabile il sorgere di una loro qualche utopia, invariabilmente collocata in un futuro tanto prossimo quanto nebuloso, per il quale bisogna farsi trovar pronti e vigili. Piuttosto, l’unica cosa del tempo storico che sembra inevitabile non è la sua linearità, quanto la sua ciclicità: la Storia si ripete inevitabilmente, il ritmo delle epoche segue quello alternato delle epifanie e delle cadute, delle nascite e delle decadenze.

Quando ciclicità e linearità del tempo si incontrano, ecco che si invera quella sospensione temporale che permette l’insorgere della rivolta. Nel film di German Junior la rivolta non accade, piuttosto si assiste a gesti individuali di ribellione: un architetto che cerca invano di darsi fuoco quando vengono interrotti i lavori dell’edificio da lui progettato; l’ereditiera che non si piega allo spirito del tempo e non vende le sue proprietà agli speculatori; l’immigrato che si ribella alla condizione di passività che convenzionalmente gli si impone; la guida turistica che difende il suo museo dalla decadenza.

Sono gesti di ribellione individuale che rischiano di cadere nel vuoto se restano isolati perché più che presagire una rivolta sono sintomi della resistenza in atto da parte di alcune minoranze. È vero che anche la resistenza si oppone alla linearità storica tentando non di sospenderla ma di fermarla o addirittura di cambiarne il verso, ma è anche vero che ha una valenza passiva quanto quella della rivolta è attiva.
Se chi si rivolta fa un’azione comune e tenta di distruggere l’esistente contando sulla forza del collettivo, chi resiste invece lo fa spesso in solitudine e rivolge i propri sforzi su se stesso per preservarsi da tutto ciò che lo circonda; un tale sforzo spesso è insostenibile e porta, paradossalmente, alla distruzione di quel che si voleva proteggere, ovvero della propria integrità.

Il gesto dell’artista è sempre un gesto solitario. Si circonda delle sue intuizioni e di quelle di chi l’ha preceduto. Quando deve mettere mano alla sua opera, chiama a raccolta i propri fantasmi per darle forma. Facile pensare che il primo fantasma che si presenti all’evocazione di German Junior sia quello del padre, mitico regista, autore di culto, quasi un dio. Tra i pochi film fatti dal padre (gli autori di culto sono così, fanno o cento film o meno di dieci) c’è Il settimo satellite, ambientato in Russia al tempo della Rivoluzione. Nella prima scena in bianco e nero, girata in un magniloquente salone con stucchi e colonnati bianchi, torme di senatori, grandi ufficiali, generali, possidenti (insomma, tutta l’alta borghesia) girano in tondo come spiriti dell’averno, trascinando i piedi sul parquet e confabulando tra loro: come ne L’angelo sterminatore di Buñuel, sono prigionieri di quegli stucchi, del vuoto del salone, delle colonne – limite invalicabile al di là del quale c’è l’abisso. Un latente sentore di morte orbita intorno a loro; si avverte, ben più palpabile, la minaccia di estinzione di una classe, di fine di un’epoca. E mentre si immagina che fuori quel salone ci siano tumulti furiosi, sconvolgimenti terribili, con l’azione che si dispiega in tutta la sua virulenza, dentro di esso pian piano il moto decelera, i corpi si stancano di girare a vuoto e si assopiscono, in un torpore che è insieme ultima veglia e prima preparazione alla fine.

Da un torpore simile sembrano destarsi gli spettri che si aggirano per Under Electric Clouds. Ma non sembra che il loro vagare sia tormentato: la malinconia (a volte anche un po’ artefatta, a mo’ di posa decadente) li fa assomigliare più a sopravvissuti, affini alle rovine e ai relitti in cui volutamente la loro contemplazione si imbatte. Si ha la percezione di un’estetica della rovina, come se il film stesso, data la sua incompiutezza, sia stato progettato già come relitto, come lascito di un’epoca. Di un’epoca che non c’è più, o forse di un’epoca che avrebbe potuto esserci qui e ora e che è stata clamorosamente mancata, come un’occasione difficilmente ripetibile di cui adesso ci si rammarica? La luce del film non ci suggerisce alcuna soluzione allegorica, potrebbe essere quella di un’alba o di un tramonto.

Resta comunque la sensazione che si voglia chiudere un cerchio, magari lo stesso cerchio che un qualche rito di magia nera potrebbe prevedere di tracciare quando si vuole aprire un varco verso mondi ulteriori: il rito stregonesco con cui si inizia un’opera si chiude con un commiato, quasi felliniano, da Amarcord. Ma German Junior sembra avere un sussulto protettivo, si ferma un attimo prima: non riprende il vento della Storia che alla fine spazza via tutti i fantasmi portandoli via con sé.





Titolo originale: Pod electricheskimi oblakami
Anno: 2015
Durata: 130’
Origine: Russia, Ucraina, Polonia
Colore: C
Genere: DRAMMATICO, FANTASCIENZA
Specifiche tecniche: DCP
Produzione: METRAFILMS, LINKED FILMS, IN COPRODUZIONE CON APPLE FILM PRODUCTION, TOR FILM STUDIO

Regia: Aleksey German Jr.

Attori: Louis Franck (Petr), Merab Ninidze (Nikolai), Viktoria Korotkova (Sasha), Chulpan Khamatova (Valya), Viktor Bugakov (Danya), Karim Pakachakov (Karim), Konstantin Zeliger (Marat), Anastasiya Melnikova (Irina), Piotr Gasowski (zio Boris)
Sceneggiatura: Aleksey German Jr.
Fotografia: Evgeni Privin, Sergei Mikhalchuk
Musiche: Andrei Surotdinov
Montaggio: Sergei Ivanov
Scenografia: Elena Okopnaya
Costumi: Elena Okopnaya

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