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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Cose mai viste

La frontière de l'aube

Gianfranco Costantiello

altComme le feu,
l’amour n’etablit sa clarté
que sur la faute e la beauté des bois en cendres.

(Philippe Jaccottet)

 

 

 

 

Si potrebbe dire tutto il cinema di Philippe Garrel attraverso le parole dell’ultimo David Foster Wallace: «ogni storia è una storia d’amore e ogni storia d’amore è una storia di fantasmi».

Ma diremo di più; diremo di Carole (una magnetica Laura Smet, chissà perché corpo di una passione bruciante e distruttiva anche per Chabrol, ne La damigella d’onore) stesa accanto a François (il bello e impacciato Louis Garrel) in una delle prime scene de La frontière de l’aube. Lei, guardando il viso di lui nella luce bianca che entra dalla finestra, lo redarguisce sul fatto che non dovrà mai dirle che l’ama, o meglio, che non dovranno mai dirsi di amarsi, ma solo vivere intensamente e fino alla fine il loro amore. D’altronde, è sempre difficile credere fino in fondo a quelle tre parole abusate che tentano di attraversare con disinvoltura il vuoto irriducibile che, seppur nella vicinanza, separa gli amanti: «io ti amo». Sì, perché l’amore «non è qualcosa di cui l’Io dispone, ma semmai è qualcosa che dispone dell’Io»; tant’è che «concedersi all’amore non è concedersi l’uno all’altro, ma concedersi a quel paesaggio insolito e atipico che dispone l’uno e l’altro, al di là dei propri gesti e delle proprie intenzioni, fino alla follia, fino alla morte […]» (Galimberti pp. 153-154)

Ecco che allora i corpi, come esiliati da se stessi, sembrano alleggerirsi come sonnambuli in preda al soffio violento di una volontà impersonale e assoluta che è la volontà di amare. Lunghe e statiche, le inquadrature scivolano nelle pieghe di un tempo interiore che scaccia la tirannia dello scorrere sterile e contingente del quotidiano. Sono sussurri di bianco e nero che lasciano affiorare malinconiche architetture del tempo: il tempo di uno sguardo che cerca una presenza, il tempo dell’ombra tra il collo e i capelli, il tempo di una lacrima dall’occhio alla bocca, il tempo di un sospiro rubato al silenzio, di una mano dentro un’altra mano e di una bocca dentro un’altra bocca.
Tempo autobiografico della perdita – come quasi in tutti i film di Garrel - e della sua rielaborazione e separazione scolpite nella finzione, in quella libertà al di sopra delle cose (Nietzsche) impressa sulla pellicola, affidata alla sua luce insondabile, alla danza fatua e febbrile dei suoi fantasmi.

Fantasma d’amore, coeur fantome come Carole per esempio, che, dopo aver perso il suo François e aver tramutato il suo dolore in pazzia, torna a scandire il ritmo di quella fiamma difficile a spegnersi. Allora tutto è un precipitare allucinante come se l’immagine sprofondasse inerte nei vapori di un dormiveglia senza fine che immobilizza e trattiene il respiro. Si sta nell’insidia di una soglia, alla frontiera dell’alba, che separa i tumulti di un cuore dalla fredda luce di ciò che ricomincia ogni giorno, straniti nel gioco di ridefinire le forme, gli incavi, le curve, di imparare a dire un nuovo nome e dimenticarne un altro.
Ecco allora la tragedia, ineluttabile: poco prima delle nozze con Eva, la donna con cui sta adesso François e da cui aspetta un bambino, Carole si fa presenza ossessiva e inafferrabile attraverso uno specchio. È l’amore bruciante, distruttivo, impossibile che reclama il suo spazio definitivo: l’eternità.

Si ha la sensazione che i film di Garrel siano fatti sempre del medesimo slancio disincantato che investe il movimento ondulatorio e meccanico delle storie d’amore, tanto simile a quello dei tergicristalli, chiamati a metafora degli amanti per quell’infinito inseguirsi senza mai toccarsi. Sì, perché il cinema di Garrel è fatto di corpi consumati da un continuo sfiorarsi e mancarsi; fantasmi, dicevamo, assopiti nell’illusione di un contatto definitivo nello sfacelo dei giorni, dei letti, delle pareti spoglie.

François in una lettera a Carole dirà: “Nous, on est le peuple qui dort. Le peuple qui fait l'histoire, ils sont beaucoup plus nombreux. Alors va te coucher”.


Bibliografia:

Galimberti U. (2008): Le cose dell'amore, Feltrinelli, Milano.





Titolo: La frontière de l'aube
Anno: 2008
Durata: 105
Colore: B/N
Produzione: RECTANGLE PRODUCTIONS, STUDIOURANIA

Regia: Philippe Garrel

Attori: Louis Garrel (François), Laura Smet (Carole), Clémentine Poidatz (Eve)
Sceneggiatura: Marc Cholodenko, Arlette Langman, Philippe Garrel
Fotografia: William Lubtchansky
Montaggio: Yann Dedet
Scenografia: Mathieu Menut
Costumi: Justine Pearce

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