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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Cose mai viste

Trois souvenirs de ma jeunesse

Gianfranco Costantiello

alt“Esther, tu existes tellement fort, comme une montagne.
Moi, c’est comme si mon existence ou le monde qui m’entoure tremblotait.
Alors, ça me rassure.
Que tu veuilles de moi ou non, je m’en fiche.
Si tu existes, ça veut dire que je ne suis pas enfermé dans un rêve.
En toi, à tes pieds, je dépose ma croyance.”

(da una lettera di Paul a Esther)

 

Si ha più di un sospetto che il je me souviens ripetuto nelle battute iniziali abbia una forza ipnotica destinata a lasciar precipitare l’occhio e il cuore di chi guarda nella rete degli avventurosi e sentimentali vagabondaggi di Paul Dédalus. Figura labirintica e fondamentale nell’immaginario filmico di Arnaud Desplechin, già apparso marginalmente in Conte de Noël (2008) e, andando a ritroso, come centro magnetico e imprescindibile in Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle) (1994). D’altronde non è affatto un segreto che Trois souvenirs de ma jeunesse sia stato concepito come tassello mancante e precedente proprio a quest’ultimo. Annunciato, infatti, come prequel, si fa presto però a scoprire in seno a chiare discordanze quel potere endemico della macchina cinematografica nello slabbrare e rammendare infallibilmente le maglie del tempo e degli eventi.

Tenacemente attaccato alle storie, alle narrazioni, il regista di Roubaix sembra indagarne le inflessibili imposizioni fatalistiche, se di fato si può parlare. O meglio, la sua lente sembra mettere a fuoco quegli incroci dove spesso la vita si scopre debole e incerta e freme in un cedimento di senso e di affetti. Il primo amore e la sua perdita: è così che Trois souvenirs de ma jeunesse finisce per somigliare, per intensità, a quel rimescolio di sangue che domina a ogni accelerazione del cuore quando si è presi nel rimuginio febbrile di un ricordo tenero e disperato.

Procedendo con un ritmo serrato, Desplechin s’immerge con agio nelle acque tiepide e sognanti della nouvelle vague: voce-off, aperture a iride, stopframe, carteggi parlati, personaggi perlopiù bizzarri e maldestri. Ammaliati dal bagliore di questa favolosa costellazione di alchimie estetiche, appare facile intercettare la magia ondivaga di certo Rivette (Céline e Julie vont en bateau e Le pont du Nord), e soprattutto il romanticismo nomade e trafelato del Truffaut di Baisers volés. E, in effetti, Paul Dédalus appare un po’ come l’Antoine Doinel di fine secolo.
Tant’è che conviene attardarsi su questa morbida seppur indubbia somiglianza: per esempio, la solitudine che avvolge nell’alba Paul, mentre accompagna Esther a casa, dopo la festa, raccontandole di sua madre e delle sue crisi adolescenziali, appare simile a quella che stringe il piccolo Doinel quando, fuggito di casa, e dopo aver vagato nelle fredde strade notturne, bagna il suo volto pallido con l’acqua gelata di una fontana pubblica; oppure, si pensi all’imbarazzo del primo incontro, tra Paul ed Esther – i perfetti Quentin Dolmaire e Lou Roy-Lecollinet, al debutto tra l’altro, e di cui bisogna elogiarne l’incredibile spontaneità che li eleva alla pari del vento tra le foglie degli alberi che si intravedono alle loro spalle – dove risuona la parola exceptionnelle così come accadeva nella chambre de bonne del timido Doinel, la cui quiete mattutina si infrangeva nell'apparizione dell’amata Fabienne Tabard (Delphine Seyrig).

Eppure appare doveroso sottolineare come le citazioni, i richiami, gli omaggi, le allusioni, neanche troppo velate, non siano un semplice capriccio di maniera o un vezzo di eterno cinefilo, bensì il carattere tendenzioso dell’immagine, l’imprescindibile spessore estetico e significante della pellicola. Che, in fin dei conti, mostra anche l’impronta di un saporoso gesto di devozione verso una paternità ideale che ha forgiato il modo di vedere le cose, sbrigliando le nebbie di un incantesimo capace di far amare, talvolta più della vita, questo suo luminoso e inafferrabile riflesso chiamato cinema.





Titolo: Trois souvenirs de ma jeunesse
Anno: 2015
Durata: 120'
Origine: Francia
Colore: C

Regia: Arnaud Desplechin

Attori: Quentin Dolmaire Paul Dédalus, Lou Roy-Lecollinet  Esther, Mathieu Amalric - Paul adulto, Dinara Droukarova - Irina, Cecile Garcia-Fogel - Jeanne Dédalus, la madre, Françoise Lebrun - Rose, Irina Vavilova - Sig.ra Sidorov, Olivier Rabourdin - Abel Dédalus, il padre, Elyot Milshtein - Marc Zylberberg, Pierre Andrau - Kovalki, Lily Taieb - Delphine Dédalus, Raphaël Cohen - Ivan Dédalus, Clémence Le Gall - Pénélope, Théo Fernandez - Bob, Anne Benoît - Louise, madre di Bob, Yassine Douighi - Medhi, Eve Doé-Bruce - Professor Béhanzin, Mélodie Richard - Gilberte, Éric Ruf - Kovalki adulto, Antoine Bui - Paul bambino, Ivy Dodds - Delphine bambina, Timon Michel - Ivan bambino
Sceneggiatura: Arnaud Desplechin, Julie Peyr
Fotografia: Irina Lubtchansky
Musiche: Grégoire Hetzel
Montaggio: Laurence Briaud
Scenografia: Toma Baqueni
Costumi: Nathalie Raoul

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