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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Cose mai viste

L'infinita fabbrica del Duomo

Michele Sardone

altL'infinita fabbrica del Duomo di D'Anolfi e Parenti racconta la secolare costruzione del Duomo di Milano, iniziata più di sei secoli fa e non finita nel Novecento, dal momento che, pezzo dopo pezzo, il Duomo è ad oggi sottoposto a un continuo lavorio di restauro.
Nel film si narra anche come sia stato il popolo il vero fautore dell'edificazione, non solo attraverso il lavoro delle braccia, ma anche con le sue donazioni. La bellezza di una chiesa affranca infatti il lavoro dall'utilità cui è legato: se per il mondo della produzione il lavoro è una merce che deve essere sfruttata per l'utile, per il mondo della gloria, invece, la ricchezza ha ragion d'essere solo per cantare la magnificenza del divino e per mettere in contatto, attraverso la realizzazione di opere inutili e in pura perdita (come l'edificazione di un tempio, per l'appunto), il popolo con la divinità.

Sembra essere questo il principio che ha mosso e reso possibile la costruzione del Duomo, tanto che, una volta sancito, si ha l'impressione di poter ripercorrere a ritroso, attraverso la narrazione filmica, la storia e immaginare un prefilmico fino al primo taglio del primo blocco di marmo dal quale è stata ricavata la prima pietra. Eppure, quella prima pietra sarebbe davvero il reale inizio? L'infinito cui fa riferimento il titolo non ha origine, o almeno non ha di certo inizio sei secoli fa. Del resto il primo atto che ha sancito la differenza dell'uomo primordiale rispetto agli altri esseri viventi è stato proprio il battere una pietra su pietra, due milioni e mezzo di anni fa. A separare il primo uomo dalla natura è stata cioè la volontà di un progetto, ovvero la capacità di vedere, in una pietra da scalfire, l'immagine di un oggetto o di una forma da realizzare: e questa immagine proviene dai desideri, dai sogni, da quel luogo misterioso chiamato anima dell'uomo.

Il film pare cercare una cosa simile, l'immagine nascosta e immaginata nella pietra come riflesso dell'anima di colui che la intaglia. Ma in questa ricerca non c'è nulla di mistico o trascendente: nonostante una certa fascinazione per l'immagine ben fatta, ben ripresa, i due registi insistono molto non solo sull'elemento materico, ma proprio sul dettaglio che incornicia la mano al lavoro, la mano che intaglia, che fa un calco, che raccoglie, che lima, che sfoglia pagine o foto d'archivio: è una mano in costante rapporto con la materia, sia direttamente sia con la mediazione di uno strumento, che comunque svolge la funzione di mano potenziata.

Una insistenza simile sulle mani ricorda Labour in a single shot di Ehmann e Farocki, video installazione su diversi schermi in cui vengono riprese le mani a lavoro e i loro gesti modulati secondo i vari mestieri in esecuzione: i gesti compiuti dalle mani di un meccanico si riflettono in quelli compiuti dalle mani di un chirurgo, come in quelli di un giardiniere, di un audiofilo e così via, in infinito rimando da un lavoro all'altro, ma pure in comune concerto, come se stessero seguendo una armonia che li sottende tutti insieme – come se ci fosse una specie di animazione universale che coinvolge ogni essere animato. Ma l'anima dell'uomo ha una sua specificità, che non deriva dal dono trascendente di un dio, ma dalla complessità del proprio corpo costituitasi in millenni di evoluzione: la posizione eretta ci protende verso il cielo e oltre noi stessi, la vista ortogonale ci induce a percepire il mondo come uno spettacolo proiettato su uno schermo, l'abilità delle mani ci permette di creare oggetti, che provengono sì dalla natura ma che hanno al tempo stesso una natura propria, derivata dal lavoro. E sono le mani a fare l'uomo e la sua anima, e quindi la divinità e una casa per essa, che sia una piramide, un tempio, una cattedrale.

L'uomo diventa quindi dio della terra perché, grazie alla natura della mano, va al di là della natura e crea altre nature. Tutto ciò che lo distingue dal mondo animale – società, linguaggio, religione, famiglia, lavoro, arte – è difatti innaturale, è una nuova natura differente da quella da cui egli ha avuto origine. Quando però ha deciso di sostituire la sacralità dei campanili con l'utilitarismo delle ciminiere della fabbrica, rinuncia alla sua creatività divina per proclamarsi padrone della natura.

L'infinita fabbrica del Duomo cerca così di riconnettere l'uomo al suo antico rapporto con l'elemento naturale, sebbene in forma cinematografica. La mano si comporta come una sorta di macchina da presa, capace di riprendere l'anima delle cose: il vuoto che si forma nel suo palmo, quando la mano mima l'atto della presa, agisce come camera oscura. Il lavoro imprime un continuo movimento alla materia, ne mette in moto le immagini che sono nascoste in potenza al suo interno. Ma le forme che ne escono non sono mai definitive, devono sottostare all'azione del tempo. L'immagine del duomo è in continua costruzione, in lentissima decomposizione e in certosino rifacimento, esattamente come l'anima dell'uomo: assistiamo all'incessante opera dell'infinita fabbrica dell'uomo...


Bibliografia

Sini C. (2009): L'uomo, la macchina, l'automa, Bollati Boringhieri, Torino.





Titolo: L'infinita fabbrica del Duomo
Anno: 2015
Durata: 74'
Origine: ITALIA
Colore: C
Genere: DOCUMENTARIO
Specifiche tecniche: DVCPRO HD
Produzione: MONTMORENCY FILM con RAI CINEMA

Regia: Massimo D'Anolfi, Martina Parenti

Soggetto: Massimo D'Anolfi, Martina Parenti
Fotografia: Massimo D'Anolfi
Musiche: Massimo Mariani
Montaggio: Massimo D'Anolfi, Martina Parenti
Suono: Martina Parenti



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