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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Cose mai viste

Cemetery of Splendour

Sergio Grandolfo, Michele Sardone

altDestatisi dalla visione di Cemetery of Splendour, si resta con l'impressione che forse la narcolessia che ha colpito i soldati nel film sia molto più pervasiva, che una malia tropicale abbia preso ciascuno di noi; una sindrome astenica che si manifesta con l'atto stesso del vedere e che ci induce a percepire ogni cosa che vediamo, anche la più raccapricciante e più prossima a noi, come uno spettacolo che non ci riguarda e dinanzi al quale non ci sentiamo chiamati ad avere alcuna reazione.

Per giustificare la nostra passività, ci diciamo che non possiamo far nulla, che la storia ci ha insegnato che in realtà niente cambia, nonostante le cicliche rivoluzioni. Sì, ma quale storia? Una storia che non abbiamo vissuto, e che non ci vedrà mai vivere se non reagiamo. Ecco perché sarebbe il caso di ricordare le nostre vite precedenti, quelle che abbiamo immaginato di condurre prima di addormentarci. Il cinema ci viene in aiuto, ci fa vedere altre vite, ci permette di immedesimarci in qualcuno o qualcosa di diverso, ci fa immaginare e sognare la differenza. Ci ricorda come potremmo vivere attraverso il sogno.

Sogno e ricordo si danno a noi per immagini - e del resto il sogno non si vive, si ricorda soltanto una volta svegli - e può accadere che queste immagini si confondano tra loro, e non sappiamo più come distinguerle. Da questo montaggio inatteso possono venir fuori cortocircuiti vertiginosi.
In Cemetery of Splendour accade che ci ritroviamo di colpo in un cinema ad assistere a un trailer di un film di exploitation. Poi l'improvvisa apparizione di ventilatori in rotazione avvia un'altra fantasmagoria, ma a ritmo molto più lento, come a seguire il passo di un sonnambulo; l'immagine viene circonfusa di un alone luminoso e cangiante, che rende ancora più fantasmatica la visione. Vediamo dei soldati colti da narcolessia dormire alla luce di lampade fluorescenti: sono loro a far cambiar colore all'immagine. Vediamo poi altri corpi dormire per strada, e forse sognare; sullo sfondo di alcuni dei dormienti vediamo altre immagini, quasi a suggerire che siano delle proiezioni oniriche (o comunque dei sogni imposti su di loro dalla retorica populista o dalla propaganda commerciale). Ritorniamo al cinema: dietro il pubblico che esce dalla sala, un corpo addormentato, uno dei soldati narcolettici in libera uscita, viene portato a braccia da due uomini; insieme a loro una donna matura, che si è presa in carico di vegliare su di lui, arranca dietro con le sue stampelle (ha una gamba più corta dell'altra) e li segue sulle scale mobili; la camera si abbassa e il moto dell'azione ridiventa centripeto: un gorgo di scale mobili risucchia tutto, lentamente e vertiginosamente, dissolvendosi nella rotazione dei ventilatori all'inizio della sequenza. Fine del sogno?

Ma un sogno quando finisce realmente? Possiamo destarci dall'incanto ipnotico della ciclicità chiusa del ritorno delle immagini uguali a loro stesse, da quella circolarità dello spettacolo quotidiano che ci induce a credere che nulla possa cambiare? Forse può aiutarci l'apparizione del differente, dell'inatteso, dell'altro diverso da noi; anche sottoforma di un corpo deforme, disturbante e degenere: un corpo con il quale entrare in contatto, da conoscere e esplorare (fino a goderne: e Weerasethakul si confonde con Cronenberg). Per poi spalancare gli occhi, aprire lo sguardo, slargarlo, mettendo in conto di poter soffrire di questa apertura (come accadeva in Stray Dogs, dove gli occhi lacrimavano per il troppo guardare): nessuno ha mai detto che svegliarsi non possa fare male.





Titolo originale: Rak Ti Khon Kaen
Durata: 122'
Colore: C
Genere: DRAMMATICO
Specifiche tecniche: DCP (1:1.85)
Produzione: APICHATPONG WEERASETHAKUL PER KICK THE MACHINE FILMS, ILLUMINATIONS FILMS

Regia: Apichatpong Weerasethakul

Attori: Jenjira Pongpas (Jenjira), Jarinpattra Rueangram (Keng), Banlop Lomnoi (Itt)
Fotografia: Diego García
Montaggio: Lee Chatametikool
Scenografia: Akekarat Homlaor
Costumi: Phim U-mari

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