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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Rock the Casbah

Luigi Coluccio

rockthecasbah3Un gruppo di giovani soldati cammina sulla spiaggia di Gaza. È il 1989, è la Prima Intifada. Tomer, Ariel, Aki, Haim e Ilya sono lì per tenere a freno gli arabi in rivolta con i sassi e gli scioperi. Durante un pattugliamento, Ilya viene colpito a morte da una lavatrice lanciata da un tetto. In risposta al silenzio della famiglia proprietaria dell’abitazione, l’ufficiale al comando piazza i restanti quattro di guardia alla zona, per scoprire chi è stato ad uccidere Ilya.


Niente Joe e Mick e Paul e Nick, niente “drop your bombs between the minarets”, niente l’altro rock nella casbah, il libro di Mark LeVine – LeVine, professore di Storia Mediorentale alla University of California di Irvine, e che ha suonato con Mick Jagger e Chuck D. Un volume, il suo, che dal Maghreb al Mashreq spalma un viaggio quasi iniziatico alla scoperta della musica araba contemporanea, dove con questa accezione si realizza un mash-up tra sitar e Slayer, tra il ramadan e Led Zeppelin, tra l’adhan e i Dead Kennedys – rap nella casbah, metal nella casbah, punk nella casbah. Un affresco vitale e artistico e politico assieme, che sgretola l’immagine totalizzante dello scontro di civiltà di imperialistica e huntingtoniana memoria. Grazie, unicamente, a quella gioventù sonica pan-araba che fremeva in anni – purtroppo – non sospetti sotto la coltre pluridecennale stesa da Ben Ali, Gheddafi, Mubarak, scheggia impazzita e impaziente dei vari gelsomini e cedri che sarebbero venuti di lì a poco.

Youthness. Spina dorsale sfaccettata e stratificata del mondo arabo, vero problema centrale geopolitico futuro per Israele, i cui tassi di natalità sono mortalmente inferiori rispetto a qualunque dei suoi vicini del Medio Oriente. E che Yariv Horowitz sceglie di raccontare, e contrapporre, in questo suo Rock the Casbah, atto finale di un percorso di vita che non poteva non portare che a questa storia: Horowitz ha infatti svolto il servizio di leva come fotografo e operatore, e da quando ha lasciato i Territori Occupati dirige videoclip e serie TV, fino a diventare nel 2012 presidente della Directors Guild of Israel. Conoscenza diretta del fenomeno e scioltezza di sguardo sono le basi da cui programmaticamente il regista è partito per schierare da una parte e dall’altra i giovani israeliani e i giovani palestinesi, con ad unirli sonicamente i Clash e gli insulti, i Kinks e l’adhan. Lo scarto generazionale è sistematico, e invece di un posizionamento di trincea abbiamo un naturale quanto opprimente logoramento dall’alto verso il basso, con i ventenni Tomer, Ariel, Aki e Haim che dal tetto vedono e sezionano ogni cosa, e gli adolescenti di Gaza che dalla strada, massa indistinta, hanno un unico obiettivo. È un campo in sezione, con spazi che nessuno vuole e che tutti rivendicano, con i soldati che non devono mangiare dai palestinesi, e le uniche varianti a questo sterile schieramento sono i corpi estranei per natura, per elezione, quel Tomer studente e quel rosso di capelli che ha ucciso Ilya.

Horowitz costruisce un racconto classico e pulito, derivativo soprattutto dalla cinematografia statunitense, fermo nell’esplorare unicamente un punto interno alla storia e alla dinamica israeliana, quello dell’uso indiscriminato dei giovani nel conflitto. Questa tranche dello scorrere filmico è precisa, diretta, giusta, ma non esce dal solco di una qualunque oppressione del sistema al potere, soprattutto del sistema-mondo militare, in qualunque parte del mondo, in qualunque guerra. Le dissolvenze sul nero e le musiche di Assaf Amdursky non coprono o amplificano nessun sbalzo emotivo, il tutto scorre puntuale ed efficace dove deve essere puntuale ed efficace, una linea passionale unidirezionata e continua guida il racconto. Non c’è un segmento, una frattura, non c’è il singolo palestinese. A volte la placida ironia sferza questa marea continua, a volte si aprano squarci di vita oltre la guerra, di vita dentro la guerra, e i personaggi, e noi con loro, hanno un lampo evanescente di consapevolezza, come quando Tomer, in preda ad un delirio razionale, ricorda a sé stesso e agli altri a cosa erano destinati, una moglie, due bambini, una casa, un picnic, e cosa adesso li aspetta dopo l’Intifada, dopo Gaza, dopo l’aver ucciso.





Titolo: Rock the Casbah
Anno: 2013
Titolo Originale: Rock Ba-Casba
Durata: 93
Origine: ISRAELE, FRANCIA
Colore: C
Genere: DRAMMATICO
Specifiche tecniche: DCP
Produzione: TOPIA COMMUNICATIONS, UNITED KING FILMS, IN ASSOCIAZIONE CON 13 PRODUCTION, IN COPRODUZIONE CON HED ARZI PUBLISHING (OSNAT) LTD, RÉGION ÎLE-DE-FRANCE

Regia: Yariv Horowitz

Attori: Yon Tumarkin (Tomer); Yotam Ishay (Ariel); Roy Nik (Aki); Iftach Rave (Haim); Angel Bonanni (Chaliba); Henry David (Ilya); Lavi Zytne (Izac); Shmulik Chelben (Israel); Khawla Alhaj Debsi (Samira); Adel Abou Raya (Muchamad); Vladimir Fridman (Padre di Iliya); Karim Salama Ahmed (Walid).
Sceneggiatura: Guy Meirson, Yarviv Horowitz
Fotografia: Amnon Zalait
Musiche: Assaf Amdursky
Montaggio: Isaac Sehayek
Scenografia: Ariel Glazer
Costumi: Inbal Shuki
Effetti: Yaron Yashinski

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