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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Loubia Hamra (Red Beans)

Giuseppe Gariazzo

torinoCi sono filmografie costituite di un solo film. O che potrebbero esserlo. Per l’originalità del punto di vista, l’approccio deambulante e irripetibile individuato per scavare solchi apolidi nell’immagine e nella narrazione. L’algerino Mohamed Zinet, attore di teatro e cinema e regista teatrale, realizzò un unico film, Tahya ya Dîdû (Viva Didu - Algeri insolita, 1971), che rimane una pietra miliare della cinematografia algerina. Il tunisino Mohamed Ben Smaïl esordì nel 2000 con il sorprendente Ghodoua Nahrek (Demain, je brûle…), presentato a Venezia, a tutt’oggi la sua unica regia. Si pensa a questi cineasti, per limitare il campo al Maghreb, e alla unicità delle loro opere, vedendo il primo lungometraggio della cineasta algerina Narimane Mari Loubia Hamra (Red Beans). Che potrebbe avviare una filmografia meravigliosa o rimanere un isolato gioiello prezioso.


Tutto, salvo rari detours, accade su una spiaggia, in acqua, nelle abitazioni che si affacciano sul mare. Un gruppo di ragazzini, quasi tutti maschi, trascorre lì le giornate, vivendo con le onde e il mare un rapporto fisico totale. Le prime, lunghe, sequenze descrivono, con luminosa insistenza, il tuffarsi e riemergere dall’acqua, il rotolarsi nella sabbia bagnata, di quel mucchio selvaggio che si muove, agisce, si sposta e sosta come fosse sempre un unico indivisibile corpo. E quell’incipit, senza che si sappia nulla di loro, e più estesamente tutte le scene a contatto con le onde, fa proprio venire in mente il capolavoro di Ben Smaïl, che nel mare scaraventa i suoi personaggi con ferocia e dolcezza.

In Loubia Hamra solo qualche dialogo, qualche parola, avverte che un pericolo, ben grave, incombe, nascosto nel fuori campo, nella città vicina eppure così distante, e in tutta l’Algeria. È la guerra tra algerini e francesi. Non si dice di più. Non ce n’è bisogno. E sarebbe fuori luogo, in un testo simile, apporre didascalie temporali. Si accenna quel poco che serve, e si continua a stare accanto, addosso, ai giovanissimi interpreti, ai loro corpi, ai loro movimenti. Sulla spiaggia o al cimitero, fino alla strada dove è di guardia un giovane soldato francese. Narimane Mari non dà coordinate, fa nuotare e danzare il suo sguardo con una camera a mano che partecipa, mai gratuita. Compone, la regista algerina (che ha nel suo curriculum anche collaborazioni con gallerie d’arte), dei quadri espansi che, sempre più, assumono la dimensione di azioni performative, trasformando i personaggi in corpi danzanti che, nel buio e nella luce, tra il buio e la luce, si esibiscono in performances tribali sprofondate nella materia intima di uno spazio e un tempo saturi e stratificati, sulla spiaggia assolata o fra le tombe che appaiono e scompaiono illuminate dalle torce. Accese, queste performances, e tutto il film, da una colonna sonora technopop e da suoni, voci distorte, allucinate come le immagini.

Narimane Mari ha fatto un grande film poetico e politico. Il pericolo, ancora non visto, arriverà dal cielo all’alba. Lo sguardo di Mari accompagna i personaggi dentro la notte e verso le prime luci di un nuovo giorno segnato dalla morte e dal sopravvivere sospesi, galleggiando, come pesci. E ancora una volta è sufficiente una battuta, un pensiero pronunciato da un ragazzo, a contenere tutto il peso delle scelte (non solo in un tempo di guerra): «È meglio essere che obbedire». Tratto, citato nei titoli di coda, da Piccolo poema dei pesci di mare di Antonin Artaud.


Ho visto cose

 

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