www.uzak.it
- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Silent Souls

Matteo Marelli

silent_soulsTanya è morta. Miron e Aist, rispettivamente marito e amante, decidono di congedarsi dalla donna celebrando il rituale d’addio come previsto dalla tradizione della cultura Merja, antica etnia ugro-finnica. Sanno che così facendo possono scongiurare la minaccia della distruzione del mondo da cui provengono e soddisfare, di conseguenza, il bisogno di salvezza ad essa congiunto.


«Rallenta il mio respiro
Scende in profondità
Si adatta al soffio del mondo».
(Giovanni Lindo Ferretti, Memorie di una testa tagliata)


Aleksei Fedorchenko sembra voler proseguire nel solco tracciato da Aleksandr Sokurov con le sue Elegie, cioè individuare le possibili coordinate di un genere liminale, dove gli strumenti e i mezzi del documentario cortocircuitano con quelli della finzione; uno strumento alternativo di narrazione basato su un diverso ventaglio di materiali e di strumenti «che, non rassegnandosi alla prosaicità meccanica delle faciture industriali, con coerente perseveranza cerca di battere vie inedite, […] nuovi modi per “vedere” e “farci vedere” di più e meglio» (Buccheri 2010, p.71).

Lo aveva cominciato a fare già nel 2005 con il suo film d’esordio Pervye na Lune – First on the Moon, mockumentary con cui vinse la “Sezione Orizzonti” alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Con Ovsyanki – Silent souls, in concorso, lo scorso anno, nella sezione ufficiale, prosegue il discorso, invertendo però la traiettoria rispetto al precedente lavoro. Se con il mockumentary aveva trattato l’elemento di fiction come se fosse dato reale, appartenente cioè a quella parte di realtà che è teoricamente possibile catturare con la macchina da presa, per dare credibilità all’incredibile, al verosimile, al plausibile, in questo nuovo lavoro il regista russo innesta all’interno di un soggetto di finzione inserti di taglio etno-antropologico.

 Silent Souls è un road movie funerario; quello mostratoci è un viaggio di commiato compiuto da Miron e Aist per separarsi dalla salma di Tanya, giovane moglie del primo, ma nascostamente amata anche dal secondo. I due decidono di celebrare il rituale d’addio come previsto dalla cultura Merja, antica etnia di ceppo ugro-finnico stanziata nella regione dell’odierna Mosca, che prevede la cremazione del defunto e il successivo spargimento delle ceneri nelle acque del Lago Nero. Il rito della pulizia del cadavere, il successivo viaggio in auto e la metodica preparazione della pira di legno sono occasioni per ricordare, fare affiorare sensazioni, confessioni intime e verità nascoste che entrambi non si sarebbero mai aspettati.

Attraverso i loro aneddoti e le loro memorie si delinea l’humus da cui provengono: un mondo residuale, antico, sfuggito al moderno che convive quotidianamente con la minaccia della distruzione e con il bisogno di salvezza ad essa congiunto. Miron e Aist sono mossi da sentimenti ancestrali, da un legame stretto, simbiotico, con il loro passato, con la loro terra, con usi e costumi della tradizione. La loro è allo stesso tempo dignità e volontà di sopravvivenza, necessità di custodire una vibrazione con le anime silenti dei loro cari e con chiunque condivida con loro questa discendenza di sangue. Il lungo viaggio conduce ad una dimensione mnesica della coscienza che porta ad elaborare una meditazione sofferta sull’uomo in relazione al tempo e alla natura. Ed è proprio con la natura che i protagonisti instaurano un rapporto istintivo, profondo, viscerale, tant’è che ad essa sentono il bisogno di tornare, di ricongiungersi.

Del resto la ricerca della Madre-Natura, è primordiale oggetto di culto radicato nella spiritualità russa. Il paesaggio circostante è restituito in tutta la sua potenza grazie alla fotografia di Mikhail Krichman (Il ritorno di Andrey Zvyagintsev) e alle scelte di regia di Fedorchenko, che adotta inquadrature ad ampio raggio e piani sequenza di lunga durata per permettere allo spettatore di prendere il giusto tempo per immergervisi dentro. Un incedere lento, per inquadrature fisse, che trasmette una concezione di un tempo assoluto, al di fuori delle contingenze, dove il presente e il passato si fondono in una dimensione che li comprende entrambi. Grande merito di Fedorchenko è di saper raccontare sommessamente, spogliandola di enfasi, la storia di un distacco, difficile ma inevitabile.


Bibliografia

Buccheri V., (2010): La scienza del sogno. Scritti critici 1992-2009, Il Castoro, Milano.

 


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




Teniamoci in contatto

FacebookTwitterFlickrInstagramPinterestYoutube