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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Speciale Venezia 2014

Pasolini

Matteo Marelli

altDa Nine Lives of a Wet Pussy Abel Ferrara ha sempre messo al centro del proprio cinema la narrazione della corporeità del personaggio. Gli uomini e le donne protagonisti della filmografia ferrariana sono materia tragica, un coagulo esperienziale e carnale per mezzo del quale l’autore ha potuto affrontare con furia profanatoria l’esperienza registica.
Una profanazione che deve essere intesa nel significato etimologico del termine, ovvero d’incursione, da profano, nello spazio sacro (quello cinematografico), aggredito sensibilmente, fino all’invasività, alla violenza, alla riflessività.

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Il giovane favoloso

Luigi Abiusi

leopardi2Dice come si permette quello di toccare il più importante e amato (amato? paradosso scolastico, adolescenziale, o pura mistificazione) poeta italiano e di ridurlo a macchietta? E per giunta di rappresentarlo mentre va a puttane (e certo, sempre per quella mistificazione scolastica, Leopardi non potrebbe che essere corifeo di una sorta di platonismo romantico, privo di carnalità, desiderio, ecc.: appunto, ora sì macchietta; ma cos'è quel piacere su cui disquisisce con tanta veemenza se non piacere erotico?).

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Le dernier coup de marteau

Gemma Adesso

altLa camera di Delaporte è lo strumento musicale che accompagna le rincorse di Victor in una fuga tragica verso la meraviglia sgomenta del suono. Più che da vicende particolari (l'allontanamento dalla madre malata, l'avvicinamento a un padre estraneo ma famoso direttore d'orchestra, il gioco del calcio, l'innamoramento) Victor è percorso da una dimensione periferica, ventosa, di spazi aperti ricomposti in passaggi di sguardi e gesti interrotti, in riprese e rincorse che hanno il privilegio della penombra.

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Tsili

Vanna Carlucci

altTsili accenna passi di danza dentro il buco della storia: qualcosa è stato cancellato, dimenticato, qualcosa le è stato strappato e lei resta così, senza sfondo, senza direzione. È tutto qui, racchiuso in quella "danza sul nero" dei  titoli di testa: non si tratta nemmeno di un ballo ma di un inquieto "tarantolare" alla ricerca dello spazio su un piano senza piano alcuno. È un movimento verticale come un eterno scivolare, che è metafora della eterna condizione del popolo giudeo assegnato a una perpetua diaspora.

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Zerrumpelt Herz (The council of birds)

Gianfranco Costantiello

altTra le cose più belle – col Pasolini di Ferrara, of course – viste a questa mostra di Venezia, brutta e noiosa, c’è senza dubbio Zerrumplet herz (The council of birds) di Timm Kroger. Ed è sorprendente scoprire che, dopo Dancing with Maria di Ivan Gorgelet – documentario sulla figura carismatica di Maria Fux, una danzaterapeuta argentina che ci parla del ritmo, del movimento, del suono, dell’energia, dell’invisibile, e dunque, indirettamente, del cinema – anche quest’altro debutto folgorante arrivi da La settimana della critica.

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A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

Luca Romano, Michele Sardone

Alla domanda di Max Brod se ci fosse speranza nel mondo, Kafka rispose che “sì, c’è speranza, infinita speranza. Ma non per noi”. Per chi c’è speranza quindi?





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Near death experience

Matteo Marelli

altSi può pensare di rappresentare la crudeltà sfuggendo il dottrinale massacro visivo (per cui, volendo mostrarsi, si cancella riducendosi a esibizione predeterminata di immagini violente)?
Sì.



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Hungry hearts

Gemma Adesso

Il cinema di Costanzo è connotato da un rigore raro a formare un’idea di spazio decomposto ed esatto nel quale i personaggi si muovono (o non si muovono) assorbendolo, diventando parte integrante di un sistema di forze che si diramano da un “quadro” centrale e invisibile.
Più che un punto di vista interno che incide e modifica il senso della composizione generale e ne orienta la morale, è nell’irruenza del contrasto tra interno ed esterno, nell’assenza cioè di un punto di vista specifico che possa dare un indirizzo alle opinioni; è nel disorientamento che segue al passaggio da una scena all’altra che progressivamente si (spro)fonda la visione.

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Fires on the plain

Michele Sardone

Il cinema di Tsukamoto è stato sin dall’inizio un cinema di fusione: se in Tetsuo a fondersi erano uomo e macchina, in un grigiore metallico e umbratile, in Fires on the plain (remake dell’omonimo film in bianco e nero di Ichikawa) la fusione è tra la carne e giungla (resa non solo come opprimente groviglio di vegetazione pullulante, ma soprattutto sotto forma di intrico di forze, di pulsioni energetiche e decadimenti purulenti), nella fosforescenza del più spinto cromatismo.

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Il giovane favoloso

Vanna Carlucci

«Così ho pensato di andare in fondo alla grotta, in fondo alla quale, in un paese di luce, dorme da cento anni il giovane favoloso» (Anna Maria Ortese, 2001.)
Le luci sono spente, gli occhi in attesa e, d'un tratto, la nebbia avvolge i corpi, qui, tra le sedute rosse della sala, li sullo schermo, dentro il viale che porta a Recanati. Una melodia da carillon segue i passi di un bambino, il sogno di un'infanzia trascorsa fatta di giochi di spade tra fratelli. La musica continua sospesa in un tempo dove gli occhi di un poeta aprivano lo sguardo, li, al di là del colle, al di là di ogni limite fisico a rimirar “l'eterno”, a “naufragar” col pensiero.

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The Cut

Nicola Curzio

altRicucire lo strappo, o meglio la ferita, il taglio, colmare, cioè, quella distanza che tiene lontani, che separa: ricongiungersi. È il sogno utopico di un popolo fantasma, disperso, quello armeno, vittima di uno dei più gravi massacri che la Storia ricordi, anzi che non ricordi, considerato che ancor oggi sono poche le nazioni che riconoscono ufficialmente questo terribile genocidio perpetrato tra il 1915 e il 1916 dal governo dei «Giovani Turchi».

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Belluscone

Michele Sardone

Maresco ha girato probabilmente il suo F for fake: come nel film di Welles, ad essere messa in questione è la supposta distinzione fra verità e finzione, fino alla conseguente trasvalutazione di valore tra ciò che è originale e la sua copia. Un fake è sicuramente Belluscone, un suono emesso dalla voce del popolo che lo idolatra, che lo ha fatto divenire immagine e simbolo di un sogno, divenuto poi sogno berlusconiano, a sua volta copia italiana dell’originale americano; un simbolo che diviene autonomo dal suo calco originario, un suo doppio, tanto che del Berlusconi vero, originale, poco ci interessa e ancor meno resta da dire, dato che di lui ormai tutto è già dato sapere.

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Diario 2

Luigi Abiusi

altNella sezione Orizzonti, Heaven Knows What, dei fratelli Safdie, all’inizio fluttua lattescente, in amenza d’eroina, o forse steso in mezzo a un nevaio; e l’amplesso è vibrare d’elettronica, ipnotica, come oboi sintetici a scandire spirali che inghiottano, e minimog lanciati ad alta velocità dagli altoparlanti della Darsena, che ti tengono attaccato allo schermo, con gli occhi spalancati, tanto che penso vuoi vedere che vediamo il primo capolavoro della mostra? continuasse così, come un enorme, inquietante videoclip, sarebbe una pacchia: una specie di film di fantascienza, straniato, proprio dalla musica e dal dominio del bianco, fatto di cose elementari, realistiche; povere cose di un futuro, o di una realtà alternativa in cui regnano solo le gote bianche di Harley e gli occhi blu di Ilya. Ma col passare del tempo il film svela la sua natura (più) realistica, perdendo molto di quella estraniazione che straziava ed esaltava (così come quella musica così provvidenzialmente invasiva), ma mantenendo comunque un livello di rappresentazione degno, mentre la mdp dei Safdie sta addosso ai personaggi e ai loro deliri, vaniloqui, consunzioni di randagi (che sembrano richiamare il Van Sant di My Own Private Idaho), con picchi emotivi improvvisi, coincidenti con smarrimenti, perdite, vuoto vagare dentro la ruvidità degli spazi metropolitani.

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Binguan (The Coffin in the Mountain)

Nicola Curzio

altUna grande scatola nera, una bara, si muove tra le strade di un piccolo villaggio cinese ai piedi di una montagna, trasportata in lungo e in largo da un pugno di uomini che progressivamente, nel corso del film, dovranno ricredersi sull’identità del defunto. A chi appartiene il corpo carbonizzato all’interno dello scuro sarcofago? Si tratta della giovane Huan Huang, scomparsa ormai da quasi un giorno? O forse è di Chen Zili, che pure manca e il cui documento di riconoscimento è stato ritrovato a pochi passi dai resti del cadavere? Ma vi è davvero un cadavere in questa bara che a qualcuno sembra essere troppo leggera?

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Blood Cells

Gianfranco Costantiello

altAdam, figlio di immigrati irlandesi, si sarebbe dovuto stabilire, una volta cresciuto, nel mondo sicuro della fattoria di famiglia. Ma l’epidemia di afta epizootica del 2001 ha distrutto tutto. Dopo la catastrofe, la famiglia di Adam è implosa e il ragazzo è andato via di casa, trascorrendo gli anni successivi ai margini nomadi della società britannica, passando da un lavoro temporaneo all’altro e da un rapporto transitorio all’altro e andando alla deriva lontano dalla sua famiglia e dal suo passato. Quando il fratello minore Aiden lo contatta per annunciargli la nascita del suo primo figlio (Adam sta per diventare zio), oltre al messaggio gli dà un ultimatum: torna a casa ora o non tornare mai più. (dal sito della biennale)

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L'amour existe

Vanna Carlucci

altIl cortometraggio del 1961 L’amour existe di Maurice Pialat (presentato alla mostra del cinema in versione restaurata nella sezione "Venezia classici") scava nel paesaggio periferico francese, attracca sui margini delle ferrovie, dei borghi lontani, sui cappotti stanchi degli uomini che passano indistinti, come fiumi nella ruggine dei tram confondendosi nei giorni. Uno sguardo che si perde in un viaggio continuo, senza centro: dai palazzi alle villette fin dentro gli angoli del salotto.

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Melbourne

Gemma Adesso

La ricerca di “un posto” nel mondo nuovo è solo nel titolo del film del regista iraniano Nima Javidi: un posto, non importa dove, nel quale si resta o dal quale si fugge, in assenza di spazi aperti in cui respirare.
L’assenza d’aria che compone le prime scene di abiti liquefatti in un sottovuoto definitivo, si riempie di una colonna sonora fatta di squilli suonerie assillanti di cellulari mai spenti fastidiose videochiamate allarmanti citofoni. L’appartamento (quasi speculare ai corridoi labirintici del teatro mentale di Iñárritu, dove la necessità della ricerca diventava però volo immaginifico), sempre troppo affollato e dal quale sembra impossibile riuscire ad allontanarsi, diventa il luogo di un inesorabile e progressivo svuotamento di aspettative e di speranze generazionali soffocate in un sonno neonato (forse mai-nato); è allora che la partenza diventa fuga, i sogni sensi di colpa, le parole dovute confessioni impossibili.

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Im Keller

Matteo Marelli

Che Ulrich Seidl fosse pittore d’agonie lo si era capito da tempo. E non tanto per la scelta dei soggetti coinvolti nella messinscena (comunque non per questo ininfluente) quanto per la loro messa in quadro. La componente figurativa del suo percorso filmografico raggiunge in Im Keller uno splendido fulgore che ci porta a leggere quest’ultimo lavoro più in termini pittorici che cinematografici.

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She's funny that way

Michele Sardone

altSe ogni favola ha in sé una prova da superare, She’s funny that way di Bogdanovich la pone all’inizio chiedendo di fingere di credere in se stessa; superata questa condizione preliminare, ci si lascia prendere dal gioco di classici meccanismi cinematografici, che trovano nella coincidenza il dispositivo capace di far funzionare tutto il congegno filmico a meraviglia, sempre più freneticamente, fino a dare l'impressione di farlo girare a vuoto.

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Diario1

Luigi Abiusi

Nell’aria sonnolenta del primo giorno di mostra, in mostra già nella moquette rossa, a tratti ancora in allestimento sulle passerelle, gli scalini; nei tabernacoli che raccolgono la polvere del tempo, i fasti di vecchio velluto (drappi, saloni lucidi legati misteriosamente alla parola casinò e a uno scorcio di mare sciroccale, con anatre), anche le facezie di trina delle dive svolazzanti sugli attracchi, e, tra i cartelloni, le locandine, che raccolgono l’immagine di un festival che era ringiovanito grazie a Muller, tanto da diventare bambinesco, schizofrenico caleidoscopio di visioni, e ora sembra rattrappirsi, invecchiare nella carne purulenta della narrazione (ma neppure una bella narrazione, sfaccettata, inventiva: piuttosto una congerie di storie stanche, banali, come uno di quei ritornelli di Allievi in cui non si vede prospettiva, invenzione di spazi, se non quella di uno smottamento intestinale, improvviso); e in aria di deontologica detrazione di Iñárritu, artificioso, spesso tronfio si sa, Birdman delinea gli spazi tortuosi della mente (deteriore) di un attore di cinema passato a fare teatro dopo i successi del personaggio che interpretava, il supereroe Birdman, attraverso (l’illusione di) un unico piano-sequenza, niente affatto tendenzioso, e invece giustificato dalla conformazione stessa delle quinte di un teatro di Broadway, serraglio di cunicoli, camerini, depositi di vario teatrale ciarpame, con improvvise e fumide aperture sulle strade di New York. La cosa più interessante del film, oltre all’interpretazione di un beffardo (eppure tenero) Edward Norton, è il discorso metacinematografico (pure condotto icasticamente) e, come dire, di economia del cinema, perché a intellettualismi, elitarismi premessi da certa critica e certa cultura “alta”, Riggan Thomson risponde con la gioia, la libertà, la “volatile” follia del suo istinto (anche per plot carveriani) che celebrano film di puro, “ignorante” dinamismo, come Transformers e Godzilla.

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The look of silence

Luca Romano

alt«Se le lacrime vengono agli occhi, se possono anche velare la vista, forse rivelano, nel corso stesso di questa esperienza, un’essenza dell’occhio, in ogni caso dell’occhio degli uomini... Nel momento stesso in cui velano la vista, le lacrime svelerebbero il proprio dell’occhio. Ciò che fanno uscir fuori dall’oblio in cui lo sguardo le tiene in riserva sarebbe niente meno che la verità degli occhi di cui le lacrime rivelerebbero così la destinazione suprema: avere in vista l’implorazione piuttosto che la visione, indirizzare la preghiera, l’amore, la gioia, la tristezza piuttosto che lo sguardo»

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Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)

Michele Sardone

altIl quasi ininterrotto piano sequenza di Birdman sembra ricalcare la più classica delle tradizionali regole teatrali, l’unità di azione, tempo e spazio nella tragedia. Ma già Angelopoulos e Tarkovskij avevano mostrato come in un unico piano sequenza potessero confluire e convivere tempi ed epoche diverse, accomunati dall’aver avuto lo stesso luogo d’azione, in riva al mare o in una dacia: il cinema scandisce i tempi e declina gli spazi in base al movimento (dello sguardo, nel caso del piano sequenza, anche quando resta immobile, basta attendere una variazione di luce per percepire il trascorrere di una notte in pochi secondi di visione) non secondo l’ordinaria cronologia diegetica.

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One on One

Matteo Marelli

altDa Pietà Kim Ki-duk cerca di emendare il proprio gesto registico dall’artificio cifratorio non privo di derive estetizzanti che ha segnato il secondo corso della sua parabola cinematografica, quella, per intenderci, dei grandi riconoscimenti internazionali, cominciata con Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, una lunga stagione non priva di un certo compiaciuto calligrafismo.

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Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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