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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Jan Soldat

Matteo Marelli

La macchina da presa come grimaldello per scardinare le imposture fabbricate da visioni cristallizzate che sfuggono le incandescenze ardenti sotto la cenere del quotidiano.
Jan Soldat s’incunea e acuisce il solco inferto nell’immaginario spettatoriale dal cinema di Romuald Karmakar. Come lui, anche il giovane filmmaker formatosi al Konrad Wolf College of Film and Television di Potsdam-Babelsberg, procede, (e di qui lo “scandalo”) senza intenti giudicanti, nell’osservazione minuziosa di comportamenti e stili di vita al di fuori di ciò che è socialmente accettabile e mostrabile, perché «nulla più del lato oscuro dell’esistenza umana reclama a viva voce la luce».
Ne è dimostrazione il suo percorso registico: nel 2010 Soldat vince, con Endilich Urlaub (3min. di languido sfogo onanistico) il Short Film Award al Pornfilmfestival di Berlino; lo stesso anno presenta, alla Berlinale, Geliebt, documentario che affronta il tema della zoofilia.

Nel 2013, con Ein Wochenende in Deutschland, è invitato al Festival Visions du Réel di Nyon. Il film, che si apre con una bandiera tedesca che colpisce più volte un fondoschiena già piuttosto provato dopo lunghi e intensi minuti di sonore sculacciate, è un quadro preciso di un tranquillo weekend in Germania che vede coinvolti due uomini sulla sessantina che, tra un caffè e una torta, giocano con il loro “slave”, declinando in chiave domestica le ritualità bondage e sadomaso.
Sempre nel 2013 Soldat porta al Festival Internazionale del Film di Roma il suo film di diploma, con il quale vince il Premio CinemaXXI film brevi, Der Unfertige (The Incomplete), nel quale Klaus Johannes Wolf, nudo, anelli metallici attorno al pene, incatenato al suo letto, così si presenta: «Omosessuale di Odenwald… o Gollum… o Klaus! 60 anni… schiavo!». Nonostante le premesse, Klaus è ordinato, composto, addirittura pudico, quasi candido nel dire della propria esistenza, nel confidare il desiderio di abbandonare tutto (cosa che farà), per perfezionarsi in un campo di schiavi e diventare un servo perfetto.

Soldat, consapevole del proprio ruolo e delle responsabilità ad esso connesse, pur senza alcuna censura, evita qualsivoglia morbosità e spettacolarizzazione, riuscendo, subito, ad andare oltre la retorica sensazionalistica a cui si presterebbe la materia. Klaus non è un “caso umano” ma una persona che, a differenza di molti ma non di tutti, declina la sessualità secondo dinamiche sadomasochiste.
L’autore non cerca intromissione ma nello stesso tempo sente il dovere di allestire un impianto filmico che possa permettere al soggetto coinvolto di esprimersi liberamente; è lui, infatti, a condurre il discorso. Soldat di fronte a Klaus sospende ogni giudizio adottando una messinscena neutra, antidrammatica, che non è esibizionistica dimostrazione di rigore stilistico ma atto di onestà intellettuale prima ancora che registico. Un atteggiamento che lo porta addirittura ad un rispecchiamento. Come dichiarato infatti nelle note di regia: «Essere uno schiavo nella società moderna è quasi come essere un documentarista. Si tratta di raggiungere il massimo della libertà entro limiti stabiliti».


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