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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Sgradevole è bello. Il mondo nel cinema di Todd Solondz

dal libro di Diego Mondella (Pendragon, 2010)

uza1_-_sgradevole__belloIntroduzione

Benvenuti nel paese degli orrori

«Ma sono come bambini e Dio li ama». (Madame Tetrallini in Freaks, di Tod Browning)

Il mondo immaginato da Todd Solondz ha il sapore di una Moderna Favola Nera. Dove i bimbi non sono semplicemente i destinatari del racconto ma anche gli sventurati protagonisti. Proprio come nelle fiabe classiche, nelle sue storie l’innocenza è minacciata dalla presenza del Male, e la “mostruosità” non è soltanto sinonimo di difetto o imperfezione fisica, ma anche di abiezione morale.

I “cattivi” dipinti dal nostro regista non arrivano, però, da un boschetto incantato (se non in una dimensione onirica, come dimostra il sogno-incubo del pedofilo nell’ultimo film Life During Wartime (Perdona e dimentica, 2009), quanto piuttosto dalle confortevoli casette a schiera della provincia americana. Dietro la cui apparente normalità covano pulsioni malsane ed emozioni represse. Il tono rassicurante con cui il papà di famiglia Bill Maplewood (in Happiness) mette a letto i propri pargoli può essere qualcosa di ancora più spaventoso che incontrare l’Uomo Nero in persona. L’infanzia è una stagione dell’uomo e della donna troppo spesso violata e troppo presto dimenticata… Thomas Bernhard, citato in apertura di Fuga dalla scuola media con un’epigrafe1, la considera come il momento decisivo della vita di un individuo, in cui o si impara a vedere le cose, o si resta ciechi per sempre. Reger, personaggio di una delle sue commedie, Antichi Maestri, ne dà la seguente definizione: «Il buco nero nel quale siamo stati scaraventati dai nostri genitori e dal quale dobbiamo uscire senza alcun aiuto» (Bernhard 2003, p. 127). Il mondo immaginato da Todd Solondz non è un mondo a misura di bambino. Anche se sono proprio i fanciulli i depositari più credibili della verità e della saggezza. Nel corso di un incontro col pubblico nel 2008, lo stesso cineasta spiegò in questi termini la sua profonda attenzione per i più piccoli: «Credo che i bambini, gli adolescenti, nei film siano interessanti nella misura in cui ci dicono qualcosa di noi in quanto adulti. C’è un qualcosa nella vulnerabilità dei bambini, così tenera ma anche così centrale, che secondo me è rivelatrice…». Ancora secondo Bernhard, il potere dei bambini risiede nel vedere le cose come stanno («vivono veramente», ivi, pp. 75-76), e rifiutare le immagini artefatte del mondo (di cui sono invece prigionieri gli adulti che «vivono solo nell’immaginazione», ibidem). Il loro sguardo è capace di vedere tutto. Nelle storie scritte da Solondz, sono loro, infatti, a interrogarsi sulle questioni più controverse dell’esistenza umana: morte, guerra, sesso, amore, felicità, perdono. Mentre gli adulti, che si crogiolano nell’ipocrisia e nella falsità, non fanno altro che recitare per tutta la vita una parte, come in un’eterna commedia degli equivoci. Quasi tutti i protagonisti dei suoi film (in particolare di Happiness, 1998) si riempiono di continuo la bocca della parola “felicità”, mentre convivono quotidianamente con uno stato di profonda tristezza. Qui la lezione del “teatro dell’assurdo” è portata alle conseguenze più estreme. Vittime sacrificali di un universo che ha smarrito il suo Senso più profondo, perché asservito alle logiche del Desiderio-Consumo, i figli dell’Occidente benestante – mette in guardia Solondz – rischiano di diventare come i loro genitori. Di ereditarne quindi vizi, pregiudizi ed ossessioni: il piccolo Timmy, in Life During Wartime, ha il terrore di essere gay e di trasformarsi, un bel giorno, in un “orco” come il padre. Partendo da problematiche e disagi personali, il film-maker americano ha compiuto negli anni una spietata indagine antropologica che investe diverse generazioni. Il suo sguardo trasversale si è posato, dapprima, sul mondo dell’infanzia e dell’adolescenza: con Fuga dalla scuola media (Welcome to the Dollhouse, 1996), si è focalizzato, ad esempio, sull’ambiente della scuola, luogo di bivacco di futuri adulti apatici e disadattati. Dawn Wiener, allontanata da tutti a causa della sua bruttezza, assurge a simbolo di una categoria, quella dei cosiddetti “sfigati”, che lo stesso mondo marcio e moralmente sciatto della scuola ha contribuito a istituire. È tra gli asettici corridoi dei college americani che si cominciano a formare “i mostri” (cfr. Elephant di Gus Van Sant). Ma Solondz non ambisce a un trattato di sociologia: si limita a registrare con crudo realismo e con largo anticipo rispetto ai tempi, le dinamiche di sopraffazione che regolano l’insulso tirare avanti dei teenager nei sobborghi yankee. Al contempo, fa luce su una tematica connaturata alla stagione della pubertà, che prima di allora il cinema aveva preferito relegare sotto un cono d’ombra: la sessualità. I primi turbamenti che accompagnano l’iniziazione di un giovane individuo alla vita e che appartengono alla fase della “scoperta dell’alterità” sono bisogni primari che accomunano tutti i minori descritti dall’autore statunitense. Anzi, vengono esternati con una tale urgenza e grazie a un linguaggio di così disarmante autenticità da non ammettere alcun pudore. Fa rabbrividire, ad esempio, in Happiness, la scena in cui Bill domanda al padre in che modo abbia abusato dei suoi compagni di scuola. Nel mondo immaginato da Todd Solondz non esistono inibizioni o domande tabù. Anche quando tratteggia, con fine perizia psicologica, i soggetti più grandi emerge la stessa incapacità di relazionarsi dei giovani. Sia genitori che figli testimoniano l’impossibilità di cambiare la propria condizione di solitudine. In una parola: l’immodificabilità dell’esistenza. Noi crediamo di agire per nostra libera iniziativa piuttosto che essere trasportati da un impulso. «Tutti finiamo come abbiamo iniziato», dice Mark Wiener in Palindromi. Malgrado la difficoltà di comunicare, i protagonisti non smettono mai di rivendicare il loro bisogno di ricevere amore e di essere accettati per come sono veramente, e non per come gli altri vorrebbero che fossero. Nel caos esistenziale, che Solondz si diverte a narrare con umorismo acido e tagliente, la confusione è lo status dell’identità e l’ambiguità è un esercizio di ricerca interiore e di libertà. Gli hanno imputato di trattare il tema della sessualità in maniera troppo morbosa. E, infatti, il regista non lesina particolari irritanti, sgradevoli. Volutamente. Non per puro gusto dello scandalo. Ma perché esistono diversi e contrastanti modi di vivere l’eros. Anche Thomas Bernhard – sostiene Claudio Magris – ci offre una rappresentazione del reale similmente aberrante: «Lo squallore di appetiti primordiali e la riduzione degli impulsi individuali a reazioni di una torpida bestialità colpiscono con un senso di vergogna per la condizione umana» (2005, p. 183). In Storytelling (2001), compare una scena di sesso molto cruda tra una studentessa di scrittura creativa e il suo insegnante nero, nel corso della quale l’uomo ordina alla sua allieva di gridare la seguente frase: «Negro, scopami con forza!». Nella versione censurata della pellicola, Solondz ha deciso di coprire l’atto (stupro o rapporto consensuale?) con un rettangolo di colore rosso, con l’inevitabile effetto di attirare ancor di più la curiosità degli spettatori. La sua visione della realtà non contempla filtri di alcun genere, perché si offre allo spettatore come una lucida istantanea che cerca di riprodurre la complessità dei nostri tempi. Egli non ha la pretesa intellettualistica di voler interpretare il mondo, ma si appassiona a fare un esame di come vive l’uomo in questo contesto malato. Solondz è stato il primo regista a trattare il difficile tema della pedofilia, un fenomeno così radicato nel tessuto sociale statunitense da non poter essere più ignorato. Perché rimanere insensibili di fronte a simili orrori perpetrati contro innocenti o, ancora peggio, fare finta che essi non esistano? A fine estate del 2009, nel cuore della middle-class californiana, è stato scoperto un fatto di sconcertante brutalità. Qualcuno ricorderà la storia di Phillip Garrido, il tipografo che, con la complicità della moglie, nel 1991 rapì Jaycee Dugard (allora appena undicenne), segregandola per diciotto lunghissimi anni in un capannone e costringendola con la violenza ad avere due figlie con lui. «Questo caso di rapimento, che aggiunse Jaycee ai 980.000 minorenni che risultano oggi ufficialmente “missing”2, dispersi, scomparsi, secondo i dati del ministero della Giustizia, era soltanto una statistica per il resto del mondo, per l’America che vede volti di bambini sui cartoni del latte, negli uffici postali, esposti in qualche show della tv della lacrima, e che, dopo aver guardato con brivido la propria bambina che gioca o avere atteso il ritorno a casa del figlio adolescente, torna a farsi gli affari propri» (Zucconi 2009, p. 19). L’indifferenza e la superficialità appestano il quieto vivere dell’uomo medio contemporaneo, preoccupato soltanto di difendere il suo verde prato all’inglese dalle bizze dell’effetto serra… È curioso notare come anche in Fuga dalla scuola media figuri un episodio simile. Ma qui viene risolto grazie al solito humour dissacrante dell’autore: la “promessa” ballerina Missy, scomparsa misteriosamente nel nulla, viene ritrovata alcuni giorni dopo dalla polizia nello scantinato del vicino di casa. L’uomo, presunto pedofilo, l’aveva condotta di nascosto in casa sua, solamente per la gioia di poterla vedere danzare in tutù tutta per sé! La forza etica di un’opera cinematografica sta anche nella capacità di far spalancare gli occhi a chi si rifiuta di vedere una realtà troppo scomoda da poter essere sopportata. Nel mondo immaginato da Todd Solondz, il cinismo e la meschinità del Male sono nascosti dentro ognuno di noi. Tuttavia, egli non si arroga il diritto di giudicare e neppure di assolvere i comportamenti più o meno esecrabili dei suoi personaggi. Che siano stupratori o ladri di bambini, depravati o assassini, abortisti o fanatici della Bibbia. Ciò che senz’altro sorprende (e infastidisce) del suo personalissimo approccio narrativo è il fatto di porsi dalla parte del “carnefice”.

L’adozione del punto di vista del padre-pedofilo, prima in Happiness e poi in Life During Wartime, è qualcosa che fa gelare il sangue nelle vene. Ma perché continuare a demonizzare sul grande schermo il Male, quando esso pervade, alla stregua di un’epidemia, le nostre stesse case, le nostre anime, i nostri affetti? Il cinema del nostro autore, pur affrontando le questioni più spigolose dei nostri giorni e dipingendo figure sempre al limite dell’amoralità, riesce a trasformare ciò che c’è di più inquietante nella società in qualcosa di “umanamente accettabile” e, per questo, degno di pietà e di grazia. Di bellezza e di poesia3. Nell’universo immaginato da Todd Solondz perfino il “brutto” e il “cattivo” hanno diritto ad avere un loro posto. Ogni sua opera ripropone in maniera ossessiva la stessa idea di amore e di comprensione per la parte più indifesa della comunità. «E quello che rimane impresso nella mente dello spettatore», dice Antonio Monda a proposito del film Palindromi, «è che [egli] descrive ogni famiglia come un incubo ed ogni madre come un’ipocrita, ma continua a esaltare la volontà di esistere e di procreare» (2007, p. 378). La sua satira sulla piccola borghesia americana è perfida, raggelante. Sospesa sul filo “spinato” dell’ambiguità. Pedofilia, stupro, aborto, razzismo, handicap, omosessualità sono le “armi” preferite attraverso cui smantellare i preconcetti, suggerire nuovi modi di pensare il mondo, nuovi modi di tollerare le differenze e le umane alienazioni. Il suo sguardo anti-idilliaco oltrepassa la soglia del rappresentabile e del dicibile. È radicale, insolente, sovversivo. Come lo era quello di Diane Arbus, l’eccentrica fotografa americana che negli anni Sessanta immortalava sui marciapiedi soggetti abnormi, come storpi, handicappati, nani, homeless, travestiti, gay. I cosiddetti freaks. Situazioni che eccedono la normalità o ai confini del ridicolo, in cui individui disfunzionali, dai volti smarriti, sono ripresi in atteggiamenti goffi e curiosi. L’artista, che ha letteralmente cambiato il modo di vedere la realtà, «cercava nella incondizione di una quotidianità mostrificata, offesa, ghettizzata… il coraggio di vivere» (Bertelli 2006, p. 27). Nel catturare col suo obiettivo l’osceno e il diverso, ha saputo cogliere in essi un candore e una tenerezza sconosciuti agli occhi dei “normali”. Al pari di quegli scatti scandalosi, anche le scioccanti opere di Solondz rappresentano un coraggioso atto di ribellione culturale nei confronti dell’imperante società dell’immagine, in cui vige la regola della bellezza a tutti i costi. La sua estetica trasgressiva muove, infatti, da un presupposto analogo a quello della Arbus: «Interrogare il reale sul versante “repellente” della diversità» (ibidem). Ed ancora: «Accostarsi ai bordi della (stessa) diversità per di-svelare l’ipocrisia del conforme» (ivi, p. 43). I suoi film costituiscono un vero e proprio campionario di personaggi disturbanti (ma – attenzione – non kitsch o addirittura trash, come quelli di un altro irriverente come John Waters), dal momento che sono popolati da uomini e donne poco attraenti esteriormente, che ribaltano gli stereotipi di bellezza dominanti. A cominciare dalla ragazzina occhialuta Dawn Wiener, passando per la sfiorita e insignificante Joy Jordan, fino ad arrivare alla comunità di veri e propri freaks gestita da Mamma Sunshine. In un mondo come quello del cinema dove l’Immagine equivale al Primo Comandamento e lo star-system detta legge (le bellone sono garanzia di successo), lui decide di andare controcorrente. Ecco allora che nelle sue pellicole non troveremo mai Julia Roberts, Sharon Stone oppure Charlize Theron. Ma attrici poco note al pubblico che, per quanto valide professionalmente, hanno comunque un aspetto piuttosto ordinario: tra le altre citiamo, Jane Adams (Joy Jordan in Happiness), Shirley Henderson4 e Allison Jenney (rispettivamente Joy e Trish in Life During Wartime). Per questo la sua estetica si può definire “antagonista”: contro l’omologazione dei gusti prodotta dai mass media, e contro i rituali del corpo e della seduzione propri della civiltà dello spettacolo. Antagonista e provocatorio anche nella scrittura. L’autore statunitense si pone agli antipodi del “politicamente corretto” con le sue storie sempre border-line, in cui istituzioni, valori, ruoli e relazioni vengono messi in discussione, grazie alle armi della comicità e del paradosso. L’episodio intitolato “Fiction” in Storytelling ruota proprio attorno al concetto di “narrazione”. Quando la protagonista legge in classe il suo componimento autobiografico sulla violenza subita (anche se raccontato in terza persona per mantenere l’anonimato), il suo professore le risponde seccamente che qualsiasi cosa, anche la più autentica, una volta scritta, diventa pura e semplice finzione. Bisogna sottolineare che poco prima era stata violentemente attaccata dalle sue colleghe a causa del linguaggio usato, a loro giudizio troppo razzista e misogino. Qui Solondz registra con imparzialità la furia cieca dell’ipocrisia che, come un ciclone, si abbatte su chiunque voglia rivendicare il “principio di realtà” (in questo caso la figura del narratore). All’indomani dell’11 settembre 2001, l’America si ripiega su se stessa tra facili schematismi e corrive preclusioni che non sfuggono all’occhio attento del regista. L’apparenza dell’ordinario cela innumerevoli “mostri”. Il mondo immaginato da Todd Solondz è una casa-giocattolo piena di simulacri. Un universo virtuale da videogioco, in cui l’autore si diverte a smascherare il falso dell’esistente. L’arte della provocazione al servizio dell’intelligenza. Ne sa qualcosa Maurizio Cattelan che, con una delle sue installazioni, intitolata I bimbi morti, nel 2004 scandalizzò i milanesi per aver messo tre manichini di bambini impiccati ai rami di una quercia secolare in piazza XXIV Maggio. Quella “favola metropolitana” (così fu soprannominata!) urtò la sensibilità di molti. Ma che cosa si nasconde dietro la mancanza di tatto dell’artista, se non la volontà di far riflettere sul disagio di tanti giovani a cui viene negato il diritto alla propria infanzia? La provocazione insomma non è fine a se stessa, ma serve per mettere la gente in condizione di porsi delle domande. Tutto questo per dire che anche Solondz, il quale è dotato di una sensibilità narrativa fuori dal comune, ha il potere di metterci di fronte alle nostre paure, alle nostre disillusioni, come se ci trovassimo davanti ad uno specchio deformante. Col suo umorismo implacabile, riesce a sorprendere il pubblico, sfaldando quel muro di false certezze e di imposture a cui ogni giorno tentiamo penosamente di aggrapparci. La sessualità, esplorata nelle sue forme più deviate e compulsive, è soltanto uno dei buchi neri di questa umanità sconnessa e agonizzante, i cui rapporti interpersonali, in special modo quelli familiari, sono più di facciata che di sostanza. E nella quale le regole imposte dalla morale perbenista, nonché dall’estetica della Perfezione, hanno finito per produrre fratture insanabili. Il risultato è un esercito di depressi, dipendenti da psicofarmaci, soggetti fragili al limite della catatonia, che si vomitano addosso la propria disperazione. Il ritratto che il cineasta fa di questa “umanità differente” è quanto mai cupo. Come nella drammaturgia di Bernhard, assistiamo a un’ostinata ricerca di Senso, nella consapevolezza dell’impossibilità di venirne a capo una volta per tutte. Ma è il sarcasmo che trapela da ogni singola battuta dei suoi esilaranti dialoghi a sdrammatizzare il tutto e a rendere più umani e degni di compassione i suoi disgraziati antieroi. Nel mondo immaginato da Todd Solondz, riso e pianto hanno lo stesso amaro sapore. La vita è grottesca perché intesse contemporaneamente il filo del comico e del tragico, della felicità e dell’infelicità. La poetica del nostro regista, al pari di quella di Bernhard, può essere definita “del-tragico-e-del-comico” (non semplicemente del tragicomico). Riprendere la realtà così come si presenta, senza porsi in posizione di superiorità, ma amando i caratteri che si descrivono. Questa “filosofia” dell’autore è ben esposta in Storytelling dal suo alter-ego Toby Oxman (Paul Giamatti), un documentarista fallito che lavora come commesso in un negozio di calzature. In questa opera, Solondz mette in gioco se stesso e il suo ruolo di film-maker. Una lucida riflessione metacinematografica sulla capacità del narratore (storyteller) di manipolare e distorcere la verità, di sfruttare le tragedie dei protagonisti per farne argomento di commedia. Del resto, non fu proprio questa l’accusa che venne mossa a Solondz all’indomani dell’uscita dei suoi primi due film? A fare poi da contraltare alla visione di Oxman ci pensa l’addetta al montaggio (Franka Potente), che lo incalza con continue puntualizzazioni, quasi fosse la voce della sua coscienza. Come quando, in occasione del drammatico incidente di Brad Livingston (uno dei componenti della famiglia protagonista del suo film), lo rimprovera di non vedere la vicenda con la giusta gravità ma soltanto con occhio divertito. Ma anche la dimensione onirica e quella fiabesca contribuiscono ad “alleggerire” i toni del racconto. Le implicazioni surrealiste e gli slanci romanzeschi alla Mark Twain5 o alla Lewis Carroll, che stridono volutamente con l’atmosfera orrorifica delle situazioni, gridano l’ansia di evasione da una realtà miserabile e ripugnante. Le storie del nostro regista, come quelle di un autore come Twain, non mirano alla risata e non tutte la provocano. I punti di congiunzione con l’umorismo dello scrittore americano si palesano inoltre in un simile approccio alla materia:

Concentrata l’attenzione sull’oggetto del suo interesse, lo definisce con pochi tocchi sicuri e leggeri e lo mantiene sotto osservazione, quasi volesse penetrarne l’intima natura, coglierne l’identità profonda. Così facendo lo rivela o lo trasforma, in ogni caso lo trasfigura. Alla fine il personaggio non è più lo stesso e si presenta circonfuso di un alone surreale (Giachino 2009, pp. XV-XVI).

Storia e personaggi. Sono questi gli assi portanti del cinema di Todd Solondz. Tutti i film hanno una struttura molto solida, sapientemente sviluppata e condensata nei tempi. E ogni soggetto viene passato al setaccio con sguardo da entomologo, nel tentativo di fotografare le contraddizioni dell’animo umano. Apologia dell’escavazione psicologica. Per fare tutto questo non c’è bisogno di dimostrare una perfetta conoscenza della tecnica cinematografica, di ostentare una particolare abilità registica. È sufficiente uno stile minimal, una messa in scena essenziale, quasi teatrale. All’interno della quale è la forza disperante della parola a farsi largo, in un confronto-scontro di solitudini, sempre decoroso e mai banale. Gli eterni perdenti della borghesia suburbana americana ingaggiano duelli verbali senza peli sulla lingua e hanno la capacità di arrivare subito al cuore del discorso, senza mistificazioni. Con questo metodo dialettico così diretto l’autore inchioda i personaggi alle proprie responsabilità. Nel mondo immaginato da Todd Solondz, gli innocenti, come i colpevoli non hanno scampo o via di uscita alcuna.

 

Note

1 «Senza imbarazzo, la gente afferma di avere avuto un’infanzia felice, mentre in realtà la loro è sicuramente stata un’infanzia infelice da cui si sono liberati con uno sforzo immane. E per questo motivo affermano di aver avuto un’infanzia felice: perché sono sfuggiti a quell’inferno che è, appunto, l’infanzia».

2  Tuttavia, il fenomeno dei rapimenti di minori, benché ampiamente pubblicizzato dai media e dalle lobby di “difesa dei bambini”, sembra essere meno vasto ed allarmante di quanto si possa pensare. Stando almeno ad alcuni dati: «Su circa 70 milioni di bambini americani, sono circa 100 all’anno quelli rapiti da persone estranee alla famiglia, tenuti prigionieri per lunghi periodi o uccisi» (Tonello 2006, p. 17).

3 «La poesia autentica del fare-immagine di Diane Arbus, più di ogni altro poeta maledetto della storiografia fotografica, ha mostrato che il dolore è nel destino dell’uomo e nella metafisica della felicità non ci sono impossibili amori ma persone “speciali” che fanno dell’amore il principio di ogni bellezza» (Bertelli 2006, p. 118).

4 Il suo aspetto e la sua voce eterea sono familiari a molti grazie al ruolo della spettrale Mirtilla Malcontenta che interpreta nel secondo e quarto film della serie di Harry Potter. Ma qualcuno la ricorderà anche nel Diario di Bridget Jones dove interpreta Jude, una delle fedeli amiche della protagonista.

5 In Palindromi è presente un episodio intitolato “Huckleberry”, in omaggio al libro omonimo del grande narratore Le avventure di Huckleberry Finn (1884). Ma se nel fortunato romanzo d’avventura di Twain, il quattordicenne protagonista fuggiva dalla famiglia a bordo di una zattera lungo il Mississippi, nel film di Solondz un bambino dall’ambigua identità sessuale si fa trasportare da una barchetta giocattolo di plastica, che trova sul greto di un fiumiciattolo.

 

Bibliografia

Bernhard T. (2003): Un incontro. Conversazione con Krista Fleischmann, a cura di L. Reitani, se, Milano.

Bertelli P. (2006): Della fotografia trasgressiva. Dall’estetica dei “freaks” all’etica della ribellione. Saggio su Diane Arbus, NdA Press, Rimini.

Giachino E. (2009): in M. Twain, Le avventure di Huckleberry Finn, Garzanti, Milano.

Magris C. (2005): Thomas Bernhard: la geometria della tenebra (1977), in Thomas Bernhard. Una commedia una tragedia, «Aut Aut», 325, p. 183.

Monda A. (2007): La magnifica illusione. Un viaggio nel cinema americano, Fazi, Roma.

Tonello F. (2006): La fabbrica dei mostri. Un caso di panico morale negli Stati Uniti, Feltrinelli, Milano.

Zucconi V. (2009): Diciotto anni prigioniera nel cortile, rapita e costretta a fare due figli, in «la Repubblica», 29 agosto, p. 19.


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