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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Zoom sul Bari Queer Festival

L. Abiusi - V. Carlucci - G. Costantiello - M. Sardone

EWO-3Intro

A prescindere dalla pressante questione tematica (l'omossessualità in tutti i suoi gradi e gradimenti) che spesso inficia l'effetto, il portato estetico, di simili manifestazioni – concentrate, anche comprensibilmente, sull'assunto e un po' meno sulla materia-cinema –, alla fine, si può dire che al Bari Queer Festival si è visto del buon cinema. Come se l'alterità – che comunque è tale solo in confronto alla supposta, sociologica normalità dell'eterosessualità – fertilizzi il terreno cinematografico, facendo rigoglire immagini inedite, accostamenti narrativi e, nel migliore dei casi, formali; insomma, imbastendo una qualche teoria di questo cinema, deterritorializzazioni fiammeggianti e fondanti, ipoteticamente, una sempre nuova immanenza.


Strane contiguità (come quella delle due anziane amanti di 80 Egunean, peraltro film mediocre), attrito di corpi speculari e pure germinanti “per differenza” che, se, per natura, non possono concepire la vita – lì dove invece possono custodirla –, accendono le immagini e le storie, le rivivificano, come fa il nero seme dello zombie di Bruce LaBruce, da cui graniscono posture e immaginazioni. Come se il differenziale, l'esubero che non trova continuità in un altro organismo sia l'inizio, o una delle maniere possibili, della straordinaria vicenda di nuove immagini, del reale come un più in là poetico, fantasioso; ancora nietzschiana scompaginazione di tutte le costellazioni di senso riferibili al mutevole simulacro che è l'esperienza.

E allora il film migliore, anzi, vero e proprio capolavoro, visto al festival – e che forse ci sarebbe sfuggito se non fosse stato per questa prima edizione – è senza dubbio Eyes Wide Open, dell'israeliano Haim Tabakman, già passato nel 2009 da “Un certain regard” di Cannes, dai cui lacerti periferici e decrepiti, nonchè carnuti, dalle immagini torbide e silenti, passando per sguardi febbrili dei due protagonisti, emerge un'inquietudine e un accoramento (il vero grande picco emotivo di tutto il festival) che anela a disciogliersi nell'acqua di uno stagno.

Il nostro ipotetico podio si completerebbe con L.A. Zombie di Bruce LaBruce e l'affascinante, sebbene imperfetto, Plein Sud di quel Sébastien Lifshitz che qualche anno fa aveva composto l'esperienza ruvida del bellissimo Wild side. Il film che ha trionfato (anche nella giuria popolare), Weekend del britannico Andrew Haigh, resta un film interessante, foss'altro che per la scelta, tipicamente inglese, di pulizia formale, quasi incastonata dei plessi abitativi cementizi che ne punteggiano la vicenda, e che sono stati, in questi ultimi anni, il contesto urgente e funzionale del cinema di Andrea Arnold. E qualcosa va detto anche di un film imperfetto come El niño pez di Lucia Puenzo, che ha il merito di spiazzare, usando più registri, praticando l'ellisi, evidenziando l'identità sempre ancipite dell'immagine. Quella stessa a cui si allude nel documentario di Vittoria Colonna di Stigliano, Identites appunto, in cui la voce, immagine acustica del "travestito" non può che rimandare all'illusione di una precisa teoria della realtà.

(L. A.)



L.A. Zombie

... Un plastico mutismo che si sviluppa secondo una narrazione molto semplice, come fosse un Matthew Barney consapevolmente e autoironicamente semplificato; racconto per sole immagini privo di vertiginose metafore, piuttosto radente al suolo, quindi metonimicamente: e il suolo è quello di una Los Angeles marginale, povera, che si alimenta di immondizie, di scarti di varie opulenze e, in contrappunto, una città violenta e avida, omicida per l'ossessione finanziaria. E lo zombie, alieno (anche) perchè estraneo alle forme (didascalicamente rappresentate) del neocapitalismo e incline a blandire i miserabili, è un puro vivente (tutt'altro che morto), un povero bambino latore di una mistica e triviale vitalità, quella del sesso.

Di fronte al potere del Mercato, che tutto annienta (in un mare di sangue), questo essere angelico e profano, profana cadaveri, non esita a gioiosamente giocare, cioè a infilzare con il suo membro uncinato le carcasse che incontra per strada, a intrudersi nelle loro ferite, posticci pertugi a mo' di ano/vagina (ma qui le donne sono completamente assenti). Perciò i morti per mano della Finanza, bagnati dal nero seme (liquido contrappasso del sangue, in quella che è un'interessante poetica dei fluidi), come acqua santa uscita dall'angelo profanatore, risorgono e si abbandonano all'orgia, non senza avallare ammiccamenti (auto)ironici, eppure compiaciuti del regista, a tutta l'iconografia omosessuale: uomini muscolosi e levigati che  trapelano da magliette aderenti e da ogni sorta di indumento discinto,  per un particolare, stoico e omoerotico vitalismo nel (e nonostante il) contemporaneo.

(L. A.)



Eyes Wide Open

Vero capolavoro del Bari Queer Festival, il film di Tabakman è la storia di due amanti, ebrei ortodossi, "costretti": uno costretto a fuggire a causa della propria omosessualità, l'altro a restare immoto, imbastito nei legami sociali, familiari, religiosi. La colpa del primo amante è di desiderare, la sua condanna sarà il dover continuamente muoversi, trascinato dal suo stesso desiderio. Il secondo dovrà espiare la trasgressione al divieto rinunciando a desiderare: vorrà riunirsi al suo amato attraverso l'annullamento di sè nell'acqua (elemento naturale che continuo ritorna, anche attraverso scrosci di pioggia o getti da tubature violenti e improvvisi come solo un'eiaculazione potrebbe essere), un annullamento erotico compiuto nella piscina in cui ha fatto per la prima volta quell'esperienza del proibito che l'ha portato all'angoscia del peccato.

(M. S.)



Identites

La documentarista Vittoria Colonna Di Stigliano sceglie di mettersi in ascolto di cinque identità del mondo del travestitismo, lasciando ai cinque protagonisti di esprimersi attraverso il loro stesso linguaggio. Se il risultato può apparire un po' verboso e ripetitivo, è comunque da apprezzare la scelta della regista di intervenire solo attraverso componenti formali (montaggio, inquadrature, fotografia...).
Ne vien fuori una ricerca sull'essere e dell'essere, che per i personaggi coincide con la ricerca dell'identità, intesa come coincidenza immaginifica al proprio essere. Ma se "essere" e "identità" sono termini che alludono alla stasi della materia, la ricerca è continua mutazione, movimento verso una essenza che non è dato raggiungere. Esemplificativo è il 5° episodio del film, in cui un travestito, cercando il proprio essere, sente di avvicinarsi all'essenza assoluta. Non importa se l'essenza esiste, se l'essere è: ciò che conta è la continua ricerca, anche feticistica, di una nuova forma.

(M. S.)



Plein Sud


Sam sta andando a sud, in Spagna, da sua madre. Con sé tre ragazzi dal futuro incerto e una speranza di vita migliore, altrove. Sam ha un segreto, una pistola, il suo passato.
Plein sud, terzo lungometraggio del regista francese Sébastien Lifshitz, è un road movie, in cui il movimento sconfina nella zona del ricordo; un ricordo addensato, aggrovigliato nella pellicola – carica di una tensione da film noir, cui centro è la pistola, fulcro del passato oltre che di un presente incognito –, che si srotola lungo la strada, sospinta da flashback di tragica e ozoniana bellezza.

Una camera a mano dinamica sgrana e ghermisce espressioni, sguardi e riflessi che provengono dalla cerchia degli amici viaggianti e dal mondo intorno: l’urgenza di una visione primitiva, quasi allucinata e sganciata da quella più ragionata e composta della regia, asservisce a una ricerca ossessiva, aspra ed isterica di un varco che infranga il (corso del) tempo – che sia allora effrazione del presente – e lo riavvolga, per una lancinante regressione nell’infanzia. Infatti il viaggio, che muove da una lettera inviata a Sam dalla madre – una lettera fuori campo che precede la prima schermata – sarà un costante ripensare all’infanzia, al contatto mancato col padre morto suicida – topico ed intenso il momento in cui Sam bambino allunga la sua mano a lambire la tempia violata dal proiettile –, un passato che grava pesantemente sul presente e che condiziona il viaggio e il contegno dei giovani. Così il rapporto con Mathieu, uno dei ragazzi incontrati sulla strada, effimero eppure sofferto, controverso, sembra un disperato tentativo di regredire allo stato infantile e di ricongiungersi alla figura paterna.

Ma il viaggio si rivela andamento in divenire, percorso convulso della vita che custodisce in sé l’impossibilità di cambiare ciò che è stato, neutralizzando e stroncando l’azione morente sotto i colpi accecanti della memoria. Così il matricidio e il suicidio, sussurrati per tutto il finale, svaniscono al “capolinea” : è il ritorno all’origine, all’utero materno – embrione di una nuova vita pulsante –; ritorno battezzato con l’immersione nelle acque del fiume, dove, lavatosi del passato, e purificatosi, Sam può rinascere.

(G. C.)


El niño pez

“La mia ombra che si allungava sull’acqua, e non voleva abbandonarmi. (…) e se solo avessi avuto qualcosa per spingerla sott’acqua, tenendola giù finchè non fosse affogata (…). Luccicava e andava su e giù, come il respiro, lento come il respiro” (W. Faulkner).

El niño pez non è un un thriller, e nemmeno (solo) una storia d’amore; è la discesa verso l’inferno di un lago, è l’abisso che circonda gli occhi e il cuore di due ragazze, essenzialmente due bambine che non sono più e che cercano rifugio nei loro reciproci corpi, simili perché feriti entrambi.
La narrazione si muove in penombra, tra scandali, omicidi e colpi di scena ma questo non conta se si pensa all’artiglio che tiene strette due anime perse, Ailin e Lala che devono, sole, combattere il mostro che scuote le loro paure, uscire da “l’acqua che ricopre tutto e tutti”; e ciò che pulsa sotto la superficie è altro: “restiamo tutti soli alla fine” e i legami si sciolgono, si spezza il sangue versato da padre in figlio, colui che ti ha dato il mondo e nel mondo ti ha scagliato senza amore e resta l’ombra di un mostro: Ailin costretta a partorire il frutto di un intruso (lo sperma del padre) nel suo corpo e Lala a sua volta lontana da quell’amore paterno che l’ha tradita (molestando Ailin).
El niño pez è un viaggio (quello di Ailin nella casa di Lala e di Lala verso casa di Ailin) che non raggiunge una meta, non un arrivo: il finale a prima vista a lieto fine, in realtà si apre ad una continuità del viaggio di due bambine libere da un amore buio.

(V. C.)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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