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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Breve nota sulla "Bella addormentata"

Annalaura Punzi


bella_addormentata2Fa parlare, com'è ovvio, l’ultimo film di Marco Bellocchio, presentato alla 69° mostra del Cinema di Venezia, dopo le difficoltà incontrate con la Film Commission friulana, da cui è partita la campagna anti-censoria, condivisa da gran parte della critica. Dunque attesissima. Coraggiosa. Emblematica. È la Bella addormentata. Ci vuole più coraggio per vivere o per morire? Sembra essere questa la prima domanda che viene in mente dopo aver visto il film di Bellocchio. Un film che, come sappiamo, prende le mosse dalla vicenda di Eluana Englaro, protagonista assente, che resta sullo sfondo a fare da collante alle altre storie che a essa si intrecciano.


Una tossicodipendente, Rossa (Maya Sansa), che rifiuta la vita; un medico, Pallido (Pier Giorgio Bellocchio), che vuole salvarla a tutti i costi; un senatore del Popolo della libertà, Uliano Beffardi (Toni Servillo), che proprio durante gli ultimi giorni di vita di Eluana vorrebbe agire secondo coscienza e non secondo gli schemi imposti dal partito: a ciò si accompagna il complicato rapporto con sua figlia Maria (Alba Rohrwacher), che si innamorerà di Roberto (Michele Riondino), ragazzo schierato su un fronte ideologico opposto al suo; un’attrice straordinaria ritiratasi dalle scene (Isabelle Huppert), che ha cancellato qualsiasi altro interesse dalla propria vita (a partire dal marito e dal figlio), per assistere una figlia in coma profondo. Cos’hanno in comune queste quattro storie? Il dolore.

Fra rifiuto e accettazione. La malattia. L’influenza che questa ha su coloro che restano in vita. Infine l’amore. I diversi modi di viverlo. Un film che, già dai suoi presupposti, fa riflettere, diramando le proprie possibilità concettuali verso territori diversi (tra etica, religione, società) che compongono  alla fine un quadro composito eppure aperto. Una critica al mondo della politica italiana e ai suoi cosiddetti teatrini. Al mondo della sanità e ai suoi medici, pronti a scommettere su quale paziente morirà per primo. Un affresco fedele dell’Italia divisa e lacerata dei nostri giorni.

Accusato di non prendere una posizione ben precisa, Bellocchio non vuole darci risposte. Forse è proprio questa l'essenza del cinema: porre domande, perorando quell'apertura cognitiva di cui dicevo prima. Interrogarci attraverso l’ambigua sostanza delle immagini. Non svelare verità che non siano intrinseche ad esse. Anche perché, restando all’attualità: quale verità? Esiste solo una verità quando si decide di parlare di un argomento del genere? Bellocchio ci lascia così sospesi, portando sullo schermo diversi modi di vivere il dolore. Mettendo in evidenza come l’amore, e solo l’amore, a volte possa dare un senso a dei gesti tanto estremi. «L’amore cambia il modo di vedere» – dirà Maria verso la fine del film – «non è vero che ti acceca, anzi...».

Probabilmente è questa frase la chiave interpretativa di tutta la pellicola. Un’idea forse non inedita; ma nel complesso il film rimane vibrante, anche per via della colonna sonora di Carlo Crivelli e la fotografia, quasi crepuscolare, di Daniele Ciprì. Un intreccio complesso di storie in bilico fra la vita e la morte. Un inno d’amore, benchè con motivi d'inquietudine, a un’Italia meravigliosa ma cinica, depressa, divisa, violentata. Si direbbe, appunto, bella e addormentata.

 


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