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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Natura morta in giallo

Michele Sardone

in_gialloForse per far emergere alla superficie filmica una non-storia dalla Storia impaludata nella propria autonarrazione è necessario che anche il regista cancelli se stesso. Non poteva far eccezione quell’auto(narrato)re di Carlo Michele Schirinzi che nel suo ultimo lavoro, Natura morta in giallo, cancella dalla scena se stesso, la sua storia, il suo stile, il suo tocco, per dar spazio ad altri corpi, altre storie, altri talenti, altri tocchi.


La scena si dà senza coordinate spazio-temporali, scentrata perché lontana da qualsiasi centro di potere. Se il centro è dato dal mercato e dalla produzione per la massa, qui la scena è periferica e ha come oggetto il materiale di risulta, una sorta di pula (che infine si capirà essere la fibra che riveste la terra di puglia) che, proprio per la sua natura di scarto, è ciò che rimane, che non serve alla produzione, quindi che vi resiste. La fibra è del giunco, pianta palustre che scomparirà in seguito alle grandi opere di bonifica volute dal centro, materiale non più utile che ben si presta alle piccole opere inutili dell'artigianato locale, come ceste, gerle, panieri.


Proprio questa inutilità è il disvalore esclusivo di questa terra che resiste ai valori inclusivi e omologanti del funzionalismo del centro che, in nome della sua superiore razionalità, tende a rappresentare se stesso come il cervello di un corpo organizzato le cui membra soggiacciono alle sue logiche di sistema. Nella Puglia in giallo di Schirinzi all’intelligenza cerebrocentrica si oppone la mania della mano che obbedisce a un maniacale ordito tutto suo, fatto di circonvoluzioni di giunco che non portano a nulla se non a se stesse: quasi assecondandone il moto, anche il montaggio non osserva logicamente le varie fasi della lavorazione degli oggetti, piuttosto segue una scansione del tempo non lineare, fatta di sbalzi e cambi di ritmo. E con il giunco si congiungono gesti e mani di epoche diverse ma intrecciati a un unico tempo ancestrale fuori dalla storia.


Questa è l’oscenità di Schirinzi: inscenare un rito non storicizzato in cui energie e corpi si sottraggono all’utile assecondando la propensione al vuoto di una terra i cui abitanti hanno da sempre cercato di perdere se stessi, di venir meno al pensiero cerebrale, quindi di depensarsi. In quel nulla cui tendono e che abitualmente viene chiamato “anima” vi si scorge un bagliore giallo che si irradia impalpabile sull’evanescenza dell’immagine tattile (perché così pregna di tocchi, di gesti, di scatti che si compongono in un sistema linguistico muto, non verbale, come a voler marcare la propria differenza dall’immagine parlata, straparlata, di cui il centro fa uso per propalare i prodotti del suo immaginario): un giallo di paglia che via via diventa più simile all’oro, evocazione della gloria di quell’età perduta in un passato precedente all’inizio della storia e non, come vorrebbe la moderna vulgata filoprogressista, situata in un tempo ancora a venire.


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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