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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Editoriale. Il digitale non è male.

Luigi Abiusi

satatangoA essere obiettivi, a oggi, valutando la questione della distribuzione e della diffusione (in sala) dei film, appaiono prospettive inaspettate, margini per una liberazione della visione, proprio laddove gli esercenti (spalleggiati da molte istituzioni culturali, perché il commercio si sa, è sacro) individuano ragioni di sfacelo, di crisi, di capitolazione drammatica dell’“industria”. Il problema riguarda l’avvento del digitale (anzi, direi, dei vari digitali possibili) nelle sale, che mette al bando la pellicola e con essa le modalità di rigida circolazione dei film (un calmiere di commedie stabilito dal mercato a cui anche certa vecchia critica si adegua di buon grado), in favore di una gamma di proposte (innovative, eversive, febbrili) che può essere infinita.


È dalla fine degli anni Ottanta, cioè da quando nacque il palinsesto di “Fuori Orario” che le modalità di fruizione del cinema cosiddetto di qualità, si sono svolte a mano a mano secondo prospettive diverse rispetto alla strada maestra tracciata dalla distribuzione, cui sbocco esclusivo erano le sale prima e poi l'home video. Ed è stato questo il segno di un approvvigionamento di Visoni alternativo a quello consumistico imposto dal nostro mercato, benchè avvenisse proprio mediante uno strumento (la televisione) che era apoteosi dello spettacolo-merce, e che in quelle notti ammutolite dalla pioggia sulle persiane, si trasformava (e si trasforma ancora) in uno squarcio di spazio e di tempo in cui si sedimentavano i piani-sequenza materici di Satantango.

Poi, con il contemporaneo diffondersi dei dvd e di internet, il crocevia dell'home video è divenuto  l'etere, fino a constatare ora il fenomeno del dvx, pratica esecrabile, che genera abomini, quelli che allora sono pseudofilm, perchè il cosiddetto ripping da cui scaturisce il dvx, cioè la riduzione della qualità dell'immagine in modo che pesi meno in termini di megabyte, pregiudica l'integrità del film, ne intacca la quantità e qualità di luce, di colore, mentre si sa che il cinema è proprio essenzialmente luce, quanto più piena. Eppure questa proliferazione di torrent ha avuto l'effetto positivo di uno sviluppo di tutta una comunità che non solo si nutre di questo cinema, ma ne traduce in italiano i dialoghi, mettendo i sottotitoli a disposizione su forum o data base di accesso pubblico. Sicchè una delle prassi consolidate ora è mettersi davanti a un computer dotato di Vlc (un programma di visualizzazione di film in vari standard) che implementa un file dvx con i sottotitoli in un semplice formato srt (appunti di blocco note); oppure utilizzare uno dei lettori multimediali che svolgono la stessa funzione ma direttamente su un televisore. Il risultato, benchè si riesca a vedere il film con i dialoghi perfettamente sincronizzati, è pessimo, indecente: l'immagine non ha profondità, la si vede attraverso una specie di retina, per non parlare della squadratura dei pixel frutto del processo di schematizzazione (e alleggerimento) della sublime complessità dell'immagine. Un film di buona qualità che occupava su dvd, mettiamo, 8 gigabyte viene di solito ridotto a 1, 21 gigowatt (nel migliore dei casi), lavorando soprattutto sui neri dell'immagine che vengono drenati e ridotti a dei buchi fuliginosi; perciò ci si scordi di notti astrali, del luccichio di stelle, le pallide: fuori è solo grumo catramoso.

Ma, in un periodo di delicata (e stimolante) transizione com'è quello attuale, restano grandi possibilità per ipotesi di congeniale fruibilità di questi film; non solo il reperimento, a un basso costo, dei dvd (a cui poi aggiungere i sottotitoli di cui dicevo, con procedimenti nemmeno troppo macchinosi) provenienti dall'estero, ma soprattutto l'uso degli strumenti a disposizione delle sale cinematografiche (oramai attrezzate, anche loro malgrado, per proiettare in digitale) per visioni ineffabili, in altissima definizione, anche solo usando, ad esempio, i blu ray. Il che potrebbe essere la risposta ideale (proprio sul piano dei nuovi formati) ai presunti danni provocati dalla pirateria (innocua nella misura in cui spaccia abomini filmici) e alla ristrettezza imbarazzante dell'offerta di cinema d'arte da parte delle nostre distribuzioni, offrendo film sottotitolati a una schiera (non esigua) di spettatori “attivi” (che si attivano, fanno ricerca) per i quali non c'è crisi che tenga e pagherebbero anche biglietti maggiorati e con una certa costanza pur di godersi, mettiamo, un 4:44 Last Day of Earth in sala, al contrario di quelli occasionali, in cerca dello spettacolo (la commedia italiana per italiani medi, moderati) da consumare al pari dei popcorn, che potrebbero tranquillamente rinunciare (come effettivamente fanno) all'esperienza esistenziale dell'immagine per fare economia, l'economia una e trina.

È su queste basi di vaglio (e uso ponderato) del digitale che Uzak inaugura il 30 aprile, ospitando Shinya Tsukamoto (ma in realtà con preambolo il 27 presso la Mediateca Regionale a Bari); una rassegna di cinema ("Registi fuori dagli sch[e]rmi II") che in realtà è pensata come esperienza seminariale, perchè vuole instaurare un dialogo con gli stessi registi e con numerosi critici chiamati a evidenziare lo straordinario episteme di certo cinema rimasto ai margini del circuito ufficiale nostrano, in misura di una sua endemica predisposizione sperimentale e, per certi versi, trasumanante: e ciò in nome di un’immagine a cui i nuovi formati digitali - in questo caso l’m2ts (il video nudo contenuto in un blu ray, in molti casi vicino alla qualità del DCP in dotazione alle sale, e cioè determinato da una quantità di “dati” che in certi casi arriva ai 50 giga), reperito dall’estero e sottotitolato appositamente (è il caso, ad esempio di Kotoko) - danno densità e una luccicanza oramai perduta dalle pellicole sottoposte purtroppo a processo di deterioramento. Perciò un film del ’73, il capolavoro di Victor Erice Lo spirito dell’alveare, recuperato nell’edizione spagnola restaurata che vedremo a Bari in occasione dell’incontro col regista il 30 maggio, riprende incredibile luce e spessore atmosferico, brumoso, di eremo incantato, tramontante, che sono andati perduti in quei pochi esemplari in pellicola che ancora esistono. 
 
E credo sia significativo che questo programma (che riflette sulla “riproducibilità tecnica” nonché sulle potenzialità espressive del cinema, inserendosi – forse risolvendone i nodi più intricati – nel recente dibattito su realismo e postmodernismo) abbia incontrato l’attenzione di un’istituzione come l’Apulia Film Commission (oltre che dell’Università di Bari), perché ciò significa che anche l’ufficiale va aprendosi agli enormi e scintillanti impulsi (estetici, cioè etici) nascenti fuori dai nostri confini, per una territorialità che non può non confermarsi e rafforzarsi proprio nell’infrazione apolide dei confini.


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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