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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Tomorrow's harvest

Gianfranco Costantiello

WARPLP257Cover480pxUna deflagrazione atomica sul punto di inghiottire una città in lontananza oppure il fuoco sordo e incolore che avvolge lo scorcio di una città in un'alba fumosa. Diverse le prospettive di interpretazione a cui si presta la copertina di Tomorrow’s harvest, ultimo disco dei Boards of Canada. Del resto una plausibile chiave di lettura di questi primi anni di nuovo millennio potrebbe facilmente stare in una dialettica che oscilla fra l’inevitabilità della fine e un ritrovato sentimento di intimità, di condivisione, di sogno.
Diciassette componimenti dal suono decisamente umbratile e asciutto come fomentato da un sentimento dell’irreparabile, scandito probabilmente dalle folate di uno scenario apocalittico di una catastrofe imminente, o di una catastrofe già avvenuta (Fukushima?), il cui lascito resta taciuto, imbavagliato. Tomorrow’s harvest allora sembra sintonizzarsi lungo le frequenze distopiche di un capolavoro del passato: Radioactivity (1975) dei Kraftwerk. D’altronde il duo scozzese lo si può considerare figlioccio della storica formazione di Dusseldorf, che è riuscita egregiamente per prima nell’intento di volgere la musica elettronica verso una forma-canzone rispetto, ad esempio, alle suite intransigenti degli albori stockhauseniani.


Otto lunghi anni di silenzio sono trascorsi da The campfire headphase (2005), disco che tentava timidamente di decentrarsi dalle parabole interstellari di Geogaddi (2002), ripiegando verso una folktronica dalle tinte bucoliche e impressionistiche, e che alla luce di Tomorrow’s harvest, resta un episodio isolato. La chitarra, che allora andava imponendosi come elemento nuovo e centrale, ora compare in un solo brano - New seeds - suonando ruvida e minimale. A dire il vero è l’intero disco a suonare ruvido e minimale, scivolando in un’atmosfera plumbea e crepuscolare, a tratti allucinata e come prossima a un’endemica angoscia: forse mai come adesso i brani sembrano slittare l’uno nell’altro a tal punto da formare un unico ribollente magma sonoro dall’incandescenza sinistra e dissonante. È forte il sospetto di un’anima concettuale: al di là dei titoli, eloquenti del resto - e ne cito alcuni: Reach for the dead, Cold earth, Sick times, Collapse, Nothing is real, Sundown, New seeds, Come to dust – tutte le tracce, compreso lo stesso titolo del disco, sembrano ruotare intorno al destino della Terra e dell’Uomo e del loro legame che pare essersi (quasi) infranto. Le parentesi qui recriminano la consistenza minima e violabile del sogno, della ricongiunzione, forse ancora possibile nello sfarfallio malinconico del loop di Nothing is real, tra i pezzi più lucidi della loro intera discografia, e che pare essere il riflesso musicale di uno dei versi più intensi del Novecento: tutto è vano, vano è il sogno: tutto è vano, tutto è sogno (Dino Campana).

Varrebbe la pena partire da questa equazione letteraria per guardare meglio all’interno di questo disco che s’impone come manifesto imprescindibile del nostro tempo. Non sarà certamente un accordo in maggiore a dirci qualcosa intorno allo stato delle cose; ma forse, tra le innumerevoli espressioni artistiche che rutilano ancora adesso, le spirali struggenti di Jacquered causeway, i balbettii alieni di Cold earth, la marcia polare di Palace posy. Tomorrow’s harvest nasconde la forza di uno sguardo critico gettato sul mondo che prova a porre le basi per quello che potremmo chiamare un risvolto salvifico: descrivere il fondo per tendere alla superficie. Per scavalcare le contingenze storiche e presupporre la vanità dell’esistenza perché si abbia finalmente il coraggio di affermare che forse niente è reale e che l’essere stesso (constatato razionalmente e storicamente) non è che un pregiudizio. Chiudo pensando a quanto scriveva Nietzsche: “In che modo meraviglioso, nuovo e insieme tremendo e ironico mi sento posto con la mia conoscenza dinanzi all’esistenza tutta! Ho scoperto per me che l’antica umanità e animalità, perfino tutto il tempo dei primordi e l’intero passato di ogni essere sensibile, continua dentro di me a meditare, a poetare, ad amare, a odiare, a trarre le sue conclusioni – mi sento destato di colpo in mezzo a questo sogno, ma solo per essere cosciente che appunto sto sognando e che devo continuare a sognare se non voglio perire”.


Discografia

Geogaddi (Boards of Canada 2002)

Music has the right to children (Boards of Canada 1998)

Radioactivity (Kraftwerk 1975)

The campfire headphase (Boards of Canada 2005)

Tomorrow's harvest (Boards of Canada 2013)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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