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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Il Sud è niente

Carmen Albergo

Il Sud è niente. Tutto e niente. Il predicato esistenziale, quanto la congiunzione invalidante, sentenziano con proverbiale insignificanza, volgarizzano le radici dell’atavico quadro di memoria collettiva, che ancora perpetua l’eredità della questione identitaria del mezzogiorno.
Mitologico vaso di pandora, groviglio di piaghe antiche ed energie dissonanti. Spettri custodi, che giacciono nelle viscere della terra e ciclicamente assestano scosse telluriche per scuotere dalla consuetudine la ragione.

Il Sud è niente, primo lungometraggio del regista calabrese Fabio Mollo è costola carnale del precedente corto I giganti. È la medesima sostanza riplasmata e colta nel divenire donna, Grazia, la giovane protagonista del film; un David androgino, deciso ad alzare la voce contro i custodi generazionali dei “giganti di cartapesta”, traslato che l’autore mutua dalle tradizioni popolari, per continuare ad inquadrare il “sistema ’ndrangheta” nella sua afasica dissimulazione, nella sua lampante invisibilità.  
È lo squarcio, sempre necessario, di quello che ben è stato definito “uno stato mentale”, un territorio concettuale, bruciato dal sole e dalla rabbia implosa, che si inserisce nel solco autoriale dei registi meridionalisti contemporanei. Cineasti che nel connubio di realismo e liricità di ispirazione rosiana, continuano ad affondare il proprio bisturi nel corpo sociale mafioso, graffiando i tessuti epidermici in cui amore e morte, potere e destino, emigrazione ed emarginazione si coagulano; lacerando quei topoi, che impostisi come protesi di verità, ancora ostacolano il cambiamento culturale.

Il caso, questo, di un sovvertimento estremo dei ruoli e delle leggi non scritte, perché a minare la cosmogonia arcaica e maschilista è un’adolescente sulle tracce della propria identità e intensità femminile. Grazia incarna le sembianze logoranti e spurie delle assenze che l’attanagliano, la scomparsa del fratello, l’apatia del padre, quasi a compensarne in superficie l’inconsistenza. Inscrive nei modi indolenti e nella laconicità spietata il rifiuto di qualsiasi approccio umano, ad eccezione del sorriso velato di sua nonna, monade di tradizione, da sempre virata al nero per nascita. L’abbraccio arrendevole e sterile di una memoria ripiegata su se stessa, trasfigurazione salvifica di verità dolorose.

Così, scrutando nella penombra l’animo dei protagonisti, riaffiora la civiltà immobile, la dimensione sommersa di leviana memoria, sospesa in un eterno passato. Le antiche credenze che ammantano di dignità l’indigenza intellettuale, il culto dell’immagine insepolta dei defunti, delle visioni ipnagogiche premonitrici e consolatorie, delle esistenze tese e interposte dall’aldilà.
La comunione innestata nella fede, consumata nella spettacolarizzazione e nell’ostentazione della penitenza e del dolore sotto il monito ridondante dell’iconografia sacra. Devozione e folclore, catarsi, ma anche sollievo dalle scelte, remissione delle colpe dissolte nel volere divino e nella fortuna da propiziarsi. Umanità paziente in perenne attesa del miracolo disarmante, una suggestione ultraterrena come il rapimento insperato dell’amore sensuale; l’incantesimo di uno stato nascente, che liberi la tenerezza dagli sguardi elusi e strappi i suoi idilli, immune alla brutalità del contatto, indifferente alla periferia desolata di carcasse edilizie.
Il Sud metafora di cecità collettiva, alibi per quella individuale. Fantomatica maledizione inflitta dalla stessa terra natia ai propri figli, che in un eterno ritorno seguitano ad interrogarsi «sulla colpa di essere nati a Montelepre?»1. Il prezzo della colpa che non si può dimenticare e si tramanda inesorabile nell’asservimento a forze coercitive congenite, nella viziosa deresponsabilizzazione e negligenza politica che scende a patti con la paura; nell’abbandono a se stessi, nella rassegnazione alla fuga e alla sua rinuncia, sempre al di qua del porto.

È questo il gigantismo panoramico, in cui il potere malavitoso disperde la propria imputabilità, pur continuando a venir percepito come miasma infetto. Crittotipo dominante che forgia la consuetudine. Formante non enunciato di un codice d’onore comparato al diritto ufficiale.
Latenza inespressa, indicibile per scelta. Perché Il Sud è niente solo se niente vi succede e nulla può accadere se non viene pronunciato. Tuttavia, solo se non dette, le cose non possono nuocere.
È questo l’insegnamento impartito a Grazia da sua nonna, che come suo padre ha scelto il martirio del silenzio, paralizzando il proprio avvenire, ma soprattutto arrestando il passaggio all’età adulta di Grazia, coscienza interrotta e ricacciata nell’abisso del lutto fraterno.

All’evanescenza di una figura, tanto cercata, quanto sfuggevole, si contrappone la tangibilità della piccola barca di famiglia, battezzata proprio nel nome del fratello, Pietro. La nomificazione persistente della verità che si impone alla vista per contrastare l’oblio, per non essere né reliquia né relitto, bensì sprone e resistenza.
Grazia non ha nelle braccia le forze sufficienti per spingerla in mare, per evadere al largo, soprattutto nello sforzo ostinato e vano forse non può più ignorare il vento contrario che ridefinisce le sue forme di donna sotto la maglietta anonima. Rannicchiata nel ventre a cielo aperto della barca medita un vigore differente per porre fine alla sua inerte incubazione.
È la rivoluzione della parola pretesa. La parola legittimata dalla rivendicazione del diritto di costituirsi interlocutrice insostituibile del ricambio generazionale e del riscatto femminile.
La parola costretta dall’inquisizione dello sguardo inquieto. Lo sguardo di chi “vuole vivere”, come recita, non a caso, il verso del canto liturgico, su cui il regista sferza un brusco stacco asincrono, quasi ad estirparne la connotazione diegetica, il rito di commemorazione dei defunti, per risemantizzarne l’eco programmatico nelle sequenze successive.

Il primo piano di Grazia si impone. L’oggettiva finale del volto non abbandona l’inquadratura, si riappropria a tal punto dell’atto del guardare, da affrancarsi in fretta dalla focalizzazione del controcampo conquistato e costituirsi essa stessa attrazione scopica di rimando, l’agnizione di un nuovo sguardo ascrivente. Cosmomorfizzazione fisiognomica mai più condannata al vagheggiamento infecondo, audacia sottostimata, mai più negata (d)alla bocca che l’ha proferita.


Note

1 Citazione dal film Salvatore Giuliano di Francesco Rosi (1961).


Filmografia

Il Sud è niente (Fabio Mollo 2013)

Salvatore Giuliano (Francesco Rosi 1961)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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