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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Ermanna Montanari. Fare-disfare-rifare nel Teatro delle Albe, Titivillus, 2012. - Un percorso fra le recensioni a cura dell’autrice

Laura Mariani

Mi si chiede una scheda del libro, pubblicato più di un anno fa. È uno stimolo a riandare sul sito del Teatro delle Albe, dove alla voce “novità” sono raccolte tutte le recensioni, per trarne brani di presentazione ed evidenziare alcuni nodi proposti dai recensori (a malincuore non citando, per evitare ripetizioni, quanto è stato scritto su «dramma.it» , «Hystrio», «il manifesto», «La voce di Romagna», «Prove di drammaturgia»… ). Su quei nodi non interverrò: le domande ben poste possono essere più stimolanti delle risposte.

Mi limiterò a raccogliere alcune citazioni e a raggrupparle sotto titoli generali. Confido che l’interesse generale di tali questioni attenui gli effetti narcisistici connessi a un simile rispecchiamento. Come antidoto segnalo io stessa un aspetto problematico. Mi sono attenuta alla convinzione che la complessa storia del teatro italiano successiva alla rottura del Nuovo teatro richiedesse preliminarmente approfondimenti delle singole storie, diverse le une dalle altre. E che dunque non fosse ancora possibile un’adeguata contestualizzazione, che rimescolasse le carte della tradizione e della sperimentazione. D’altro canto, ho scelto il Teatro delle Albe anche per le sue originali capacità di rimescolamento: l’arte di Ermanna Montanari è tutta proiettata nell’alveo della sperimentazione, senza mai dimenticare che Dioniso chiede technitai.

Il libro

«La prima cosa che colpisce vedendo il libro è l’immagine in copertina: il volto dell’attrice a cui è dedicato il volume, palesemente ritratto in una foto di scena, ma con un impianto quasi da fototessera, come a illustrare ben bene, per evitate fraintendimenti, l’oggetto del discorso. Ma quel volto, così apparentemente chiaro e inequivocabile, è tutt’altro che netto e preciso. Rimane sfocato, con una parte del volto illuminata fino alle soglie della solarizzazione e l’altra metà solcata da pesanti ombre nere: un volto ambiguo, sfuggente, perché è Ermanna e non lo è. Credo che questa copertina rappresenti bene non tanto il contenuto del libro, che invece si dipana per oltre trecento pagine indagando in lungo e in largo vita, spettacoli, parole e strumenti artistici di una delle più brave e importanti attrici dei nostri decenni, ma piuttosto ciò che ha spinto l’autrice a immergersi nella storia e nell’arte di Ermanna […], e ciò che spinge il lettore a seguire i passi di Laura Mariani alla scoperta delle luci quasi solarizzate e delle ombre intense, per ricucire tutti i fili che compongono l’identità dell’attrice in un grande (poderoso) affresco.» (Casi)

«La prima parte del libro si intitola Nascita di un’attrice e colloca la sua arte in un lavoro di gruppo, quello delle Albe, che germinano dalla coppia Ermanna  Montanari – Marco Martinelli intorno ai sogni e agli scontri del 1977 bolognese. Ripercorre le differenti fasi della ricerca della compagnia, l’impegno sempre a ridare con il teatro il ritmo e le contraddizioni dei nostri tempi, fino a figurarsi una scena interetnica che dichiara, alla fine degli anni Ottanta , la Romagna africana e trasforma Ermanna in un’asina dalle enormi orecchie che con la sua lingua arcaica può intendere il wolof dei nuovi romagnoli senegalesi, chiamati vuicumprà e extracomunitari, e raccogliere tutto il dolore del mondo. La seconda parte, denominata Canzoniere, dall’andamento più rapsodico e tematico, parte da Campiano e affronta gli spettacoli al femminile dell’attrice, Rosvita, I Cenci, da Artaud, e quelli come L’isola di Alcina dove il dialetto diventa musica, suono, canzone, grido, i molteplici mirabolanti viaggi nell’Ubu roi, per il mondo, con adolescenti romagnoli, delle periferie di Chicago, senegalesi eccetera. Fino a Ouverture Alcina, riscrittura fantasmatica dell’altro lavoro dedicato a una reincarnazione paesana della maga di Ariosto, composto con linee di nitore ed essenzialità orientale. […] Fino al travestimento maschile nell’Arpagone dell’Avaro di Molière, sfaccettata prova di recitazione trattenuta, di potere arpionato con ingordigia, realizzata con stupefacente resa fisica e vocale.» (Marino)

«Tutto il libro è una ragnatela di dialoghi, di incertezze, di approssimazioni delicate. Non si perde mai la sensazione che parlare e pensare l’attore significhi addentrarsi in un mondo misterioso non per i suoi segreti, ma per la sua delicatezza. […] Dialoghi e approssimazioni delicate servono all’autrice per far comprendere la simbiosi personale che ha legato fin dall’adolescenza, dalla scuola, e dall’urto fra le differenti origini famigliari e di classe le personalità di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, dei compagni e delle compagne che a loro si sono legati in seguito, dando vita ad una delle più imprevedibili, efficaci e valorose realtà teatrali italiane. Talmente radicata nei suoi luoghi d’origine da poter creare duraturi legami con teatri e compagnie di paesi lontani. Queste avventure chi si potrebbero chiamare “politiche” e “sociali”, o addirittura “strategiche”, non sono in fin dei conti sostanzialmente più facili da capire e da spiegare di quelle che conducono Ermanna Montanari dall’una all’altra delle figure dei suoi “canzonieri”, da Beatrice Cenci ad Alcina e all’Avaro di Molière. Il fatto è che sia Laura Mariani che Ermanna Montanari e Marco Martinelli sanno assai bene, ciascuno a suo modo, che il teatro non si riduce ad essere, come sembra, “spettacolo dal vivo”, ma è arte di persona. Sia “arte” che “persona” indicano la compresenza d’un mestiere chiaro e d’un cuore che sa restare lontano» (Taviani 2013)

«È difficile leggere un libro di teatro come fosse un romanzo, un racconto, capace cioè di coinvolgere, emozionare , interessare, incuriosire […] Un’operazione davvero interessante e spericolata […],  afferma che la storia teatrale non è una sequela di fatti e spettacoli ma il puzzle che comporta biografia personale, spinte poetiche e cultura collettiva.» (Bandettini 2013)

«Questo è un libro che sa far parlare le immagini: un versante cruciale, per ricostruire la storia del teatro in generale, e ancora di più in un caso come questo, dove la qualità iconica è centrale alla riflessione» (Ponte di Pino)

L’attrice


«Certi artisti sono un suono. Ermanna Montanari è la vibrazione di uno strumento tagliente dell’anima, e questo suo manifestarsi acuminato, questo suo caustico incidere le spirali del silenzio, questo suo sferzare i timbri di un ascetismo da violare, tutto questo suo ferire, lacerare e affilare è un fenomeno intercettabile in più immagini che sono un urlo raffermo nel volume a lei dedicato […]. È un viaggio in divenire, quello descritto da Laura Mariani, che tesse la storia delle Albe con grovigli di materia e melodia. La intreccia con trame robuste, di una Romagna patriarcale, arcaica, immaginifica, e fili sottili, di un teatro fatto e non imparato, di un mestiere conquistato e non impartito. […] È la potenza che esplode dalla fragilità, è un ritmo arcano che emerge dalle profondità come suono gutturale e voce ferrosa. È il richiamo violento della terra, un magma di asprezza contadina e durezza dialettale. È un’istintività che si tramuta in rigore, in orientale e maniacale precisione. In un libro che è narrazione, ritratto e cronaca, Laura Mariani ha saputo spiare l’interiorità, restituire la ritualità, fotografare, senza scioglierlo, quel grumo materico, cavernoso, segreto, e tracciare un cammino ancora da fare, disfare, rifare.» (Di Giammarco – Porcheddu 2014)

«Svelare i segreti dell’attore – entrare nella sua “stanza segreta” – non è impresa facile: tecnica e professione “sono connesse a processi intimi che non sempre possono essere svelati” (p. 221), neppure da un’artista consapevole e loquace. Tuttavia, per aprire la “scatola magica e segreta” della macchina attoriale di Ermanna Montanari, Laura Mariani trova una chiave, e un potente attrezzo interpretativo: è il termine “figura”, legato alle arti visive e ora applicato al teatro. Il termine è stato del resto spesso utilizzato dalla stessa attrice nei suoi appunti di lavoro. Come nota Laura Mariani, Ermanna Montanari parla di “figure, memore della giovanile fascinazione per l’Auerbach degli Studi danteschi: dove ogni individuo rimanda all’incarnazione che è stato e adempie ciò che prefigurava. Figure reali, dunque, e prefigurazione di altro, che in lei diventano ricettacoli forti e insieme scontornati di emozione e di storie e si esprimono per paradossali astrazioni carnali, di cui la voce si fa carico piegando il corpo alle sue necessità”. “Qualcosa di più grande di un personaggio, di natura non simbolica ma semmai archetipa, che non appartiene completamente né al testo né all’attrice, ma costruisce un terreno d’incontro, potremmo dire con Renata Molinari” (pp. 29-30).» (Ponte di Pino 2013)

«Il libro intreccia dunque la vita e l’arte di un’attrice senza schemi, un’interprete della visione che oltre a incarnare personaggi è anche ideatrice di scene, di costumi e quindi di ritmi e colori. Dai più piccoli episodi narrati, fino allo scavo puntiglioso nelle grotte che conservano la materia che ha portato all’interpretazione di un’immagine (e in questo è magistrale il lavoro fatto nel libro attorno allo spettacolo Confine) le pagine sono un turbinio continuo di riflessioni attorno a Ermanna Montanari e alle parole che ne accompagnano la ricerca (“spazio”, “voce”, “abito”, “testo”, “coro”, ecc.) che neanche per un momento tradisce quella triade di parole che costruisce il suo titolo: fare-disfare-rifare, parole legate come se fossero un unico verbo, un’unica azione».
 (Terranova)

Il genere biografico

«È possibile scrivere la biografia di una voce? Narrare le peripezie del corpo che quella  voce contiene  come un misterioso strumento che ci vorranno anni, invenzione, disciplina, ardimento, per  accordare? Tracciare, come fa Laura Mariani, il ritratto di un’attrice vivente e più che mai  impegnata nel  suo  sperimentare  come Ermanna Montanari, comporta un’analoga  sperimentazione, un travisamento delle regole di un genere già in sé aperto come il biografico. Mentre la vita di un poeta – anche la più apparentemente priva di eventi come quella di Emily Dickinson – deborda dal testo e, scandagliata, può illuminarne gli enigmi, la vita di un’attrice presente, operante, più che mai carica di futuro, s’identifica totalmente con la storia di “un corpo popolato da fantasmi” come Ermanna si definisce, e con la ricerca delle parole con cui Ermanna stessa sceglie di interpretare il senso teatrale di quei suoi fantasmi. La biografa, la ritrattista, deve rendere visibile ciò che è soltanto udibile, ciò che è oggetto di un continuo “fare-disfare-rifare”; deve registrare le acrobazie di quella parola-baratro, che, per Ermanna, è l’attore. Laura Mariani è riuscita a dire l’apparentemente indicibile usando una strategia di aggiramento: accerchiando Ermanna stessa di cui pubblica un Canzoniere, citandone, nel corso del libro, confessioni, riflessioni, ossessioni come “improvvisi” di una musica che interrompe la narrazione degli eventi […]. 
Aggiramento, accerchiamento: perché la voce­ corpo di Ermanna occupi sempre il centro, si accampi, nelle pagine, come nei suoi spazi scenici, con prepotenza.  E un’altra  era la particolare difficoltà di questo libro rispetto al genere biografico: l’essere, il ritratto, simultaneo alla figura ritratta, mobile, in fuga, imprendibile come vento. “Ogni spettacolo”, scrive  Angelo Maria Ripellino nel Trucco e l'anima “è un castello di sabbia, un’effimera cattedrale che, col passare degli anni, perde i contorni, tremola, si assottiglia  nell’acqua della memoria”. Laura Mariani ha scelto di fissare, di imprigionare l’effimero del teatro, della voce dell’attore mentre, pur con un passato alle spalle, è ancora storia che si svolge sotto i nostri occhi.» (Bulgheroni 2013)

«Un libro che è un incontro con Ermanna, ma anche con l’autrice stessa, che in continuazione si svela nella sua ricerca e nella sua esposizione, in un gioco di inseguimenti di donne che trovano il senso della loro ricerca nello spazio franco e rivelatore del teatro.» (Casi 2013)

Ermanna Montanari: «Dell’idea di un libro a me dedicato rimasi sorpresa, come oggi sono sorpresa nel vederne la consistenza. Farlo è stato un vero e proprio incontro, un’occasione per ripensare il mio lavoro e i miei pensieri. È stato un cammino lungo.» (in Marino 2013)


Bibliografia

Bulgheroni M. (2013): «Lo straniero», 157, luglio, I.M.I.S.E, Napoli.

Mariani L. (2012): Ermanna Montanari. Fare-disfare-rifare nel Teatro delle Albe, Titivillus, Corazzano.

Taviani F. (2013): «Teatro e Storia», n. 34, Bulzoni Editore, Roma.


Sitografia

Bandettini A. (2013): La storia di Ermanna raccontata da Laura, 8 marzo 2013, in «La Repubblica», 5 maggio.

Casi S.: Ermanna Montanari, le albe di un’attrice

Casi S. (2013): «il Suggeritore», 137, maggio

Di Giammarco R. – Porcheddu R. (2014): Ermanna Montanari: fare-disfare-rifare nel teatro delle albe, 9 febbraio,

Marino M., Ermanna Montanari: fare-disfare-rifare teatro

Marino M. (2013): Fare e disfare il teatro, in «Corriere della sera», 13 gennaio,

Ponte di Pino O. (2013): Il dialogo tra corpo e voce, 2 maggio

Terranova S., L'arte di una attrice


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