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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Melancolia dell’armonia

Luca Romano

L’armonia è: «consonanza di voci o di strumenti; combinazione di accordi, cioè di suoni simultanei (per estens., anche associazione di suoni successivi), che produce un’impressione piacevole all’orecchio e all’animo» (Vocabolario Treccani).

L’armonia è:

«La fede, aveva pensato Eszter, senza poter fare a meno di richiamare alla mente la sua stupidità, non significava credere in qualcosa, ma credere che le cose potessero essere differenti, come la musica, che non rivelava un mondo migliore o il meglio di noi stessi, ma era un modo astuto per nascondere la nostra immodificabile situazione in questo mondo penoso, anzi, per farlo sparire: una cura che non guariva, oppio che placava. Ce n’erano state, aveva pensato, ce n’erano sicuramente state, di epoche fortunate, per esempio quella di Pitagora e Aristosseno, quando i nostri antichi “colleghi di questa esistenza terrena” non conoscevano ancora il tormento del dubbio e non bramavano di uscire dall’ombra della loro candida fede infantile, e dato che sapevano che l’armonia divina è degli dèi, si accontentavano di dare un’occhiatina a quell’irraggiungibile vastità con le melodie dei loro strumenti musicali accordati su suoni puri. Ma dopo, quando gli uomini si liberarono dal peso opprimente delle forze celesti, non fu più così, l’arroganza entrò confusamente nel campo aperto del caos, e non si accontentarono più di una partecipazione fugace a quel fragile sogno, lo volevano nella sua piena realtà, ma dato che quello si dissolse nel nulla ai loro primi brutali approcci, ne ricrearono un altro come meglio potevano: la questione fu affidata a tecnici magnifici, ai vari Salinas e Werckmeister, i quali, lavorando senza risparmiarsi, giorno e notte, riuscirono a rendere vero il falso e, perché negarlo?, a risolvere il problema con un’ingegnosità così brillante che al pubblico riconoscente non restò altro che guardarsi l’un l’altro e applaudire entusiasta: “Be’, così perfetto!”». (Krasznahorkai 2013, pp. 133-134)

L’armonia è il contrappasso della caduta. Il costruire dio nella disfatta, l’illusione di bilanciamento dell’uomo fatto di flegma e atrabile.
L’atrabile è ritenuta (nella medicina antica) la causa della melanconia, dell’inspiegabile tristezza che avvolge i corpi.

«Quando l’atrabile nelle malattie acute ascenda dalle parti superiori arreca quasi sempre la morte: se dicenda, e per le parti inferiori se ne esca, minore non è tampoco il pericolo. Nelle malattie lunghe e croniche, la di lei discesa in basso si converte in tormini e dolori di fegato. Nelle donne però la purgazione succede vicaria dei mestrui, se nel resto è lontano il pericolo di morte. Ma se in vece cotesto umore allo in su si sospinga, come nello stomaco o nel diaframma, genera l’insania che i Greci chiamano melancolia». (Areteo di Cappadocia, p. 26).

La melancolia è la forma d’armonia ormai disfatta dei liquidi nel corpo, nella fisicità dell’esistente.

Il lavoro di  Krasznahorkai è una disperata lotta, una disperata sconfitta dell’uomo nei confronti del caos. Il caos si manifesta in maniera assoluta e definitiva nel dubbio. Il percorso è tratteggiato attraverso il bilanciamento nel rapporto tra ciò che conosciamo e ciò che non conosciamo e ci sovrasta, ci schiaccia, pesa, «e mi pare che lo si debba formulare così: la malinconia è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito. Beatitudine e minaccia a un tempo» (Guardini 1993, p. 69).

Il peso è di una balena, de «la balena più grande del mondo» in una cittadina di provincia e del mistero che questa attrazione porta con sé. Ogni parola di Krasznahorkai delinea il caos, dal viaggio d’arrivo in città della signora Eszter in un treno pieno di viaggiatori, all’intera vita di Valuska, protagonista dell’intero romanzo, al circo che arriva in città, al principe, personaggio misterioso almeno quanto la balena, ma anche attrazione circense e anarchico sovvertitore.
Tutto mira a rompere le certezze costituite, tutto mira al disvelamento della realtà: Dio è morto, non c’è più nessuna speranza, non c’è più niente che si possa fare per continuare a credere in lui spontaneamente.
Nello stesso modo Bela Tarr raccoglie dal testo più che la storia, lo spirito. Tutto confluisce sulla sensazione che la fine stia arrivando, che non ci sia molto da fare, che il pericolo sia tutto quello che ci rimane, e così tutto sembra intrecciarsi in maniera naturale con il sistema armonico costruito, inventato e imposto da Werckmeister, il quale costruendo e definendo l’armonia, ne ha fatto un sistema; un sistema per uscire dal caos.

Le armonie di Werckmeister di Béla Tarr inizia con una finzione, con una danza, con la rappresentazione dei movimenti armonici degli astri. È la rappresentazione messa in piedi da un sognatore – Valuska – con la collaborazione di pochi uomini ubriachi, ed è solo tramite l’ebrezza che si può sognare un mondo armonico. Così nello stesso modo Krasznahorkai prende dalla tradizione filosofica la comparazione tra l’armonia degli astri e l’armonia musicale:

«– Mi arrischierei a dire – risposi – che come gli occhi sono fatti apposta per l’astronomia, così le orecchie lo sono per i movimenti armonici, e che pertanto queste scienze sono fra loro affini, come sostengono i Pitagorici e noi, caro Glaucone, con loro. O c’è un’altra prospettiva?
– Facciamo come tu dici – rispose.
– Dato che il problema è serio – osservai – stiamo a sentire quel che loro hanno da dirci a tale proposito e se hanno qualcosa da aggiungere, senza per questo recedere dal nostro principio.
– Quale?
– Che quelli che noi istruiremo non si mettano a imparare una qualche disciplina lasciandola incompiuta, evitando di portarla a quel livello cui ogni scienza dovrebbe giungere, come appunto si diceva che deve essere per l’astronomia. O forse non sai che anche nel campo dell’armonia si sta facendo qualcosa di analogo? Infatti, misurando i rapporto fra gli accordi e i suoni a orecchio, si fa quel che fanno gli astronomi: un lavoro del tutto inutile.» (Platone 2009)

Rendendo entrambe, così come in Platone, un lavoro del tutto inutile. Questa volta l’inutilità verte però non sulla possibilità di cogliere la vera essenza delle cose, come ne La Repubblica, ma sulla sicurezza di non poterla mai cogliere, sulla certezza che non c’è niente da cogliere se non il caos, e nel finale del libro, così come nel finale del film, per chi sogna di poter cogliere la versa essenza delle cose, la pena è la follia. In entrambe le opere – il film e il libro – solo mediante la ragione totalizzante attuata con la forza fisica è possibile credere ancora in dio, credere ancora nell’armonia, credere che l’ordine possa governare qualcosa: basta costruire una finzione...

Così come Krasznahorkai, anche Béla Tarr riflette sui momenti della dissoluzione della certezza; infatti nel mondo in cui la costruzione della teoria armonica rappresenta una struttura umana per opporsi al caos dei suoni, nello stesso modo l’uomo si accorge che la struttura armonica ormai ha ceduto il passo alla presa d’atto che i suoni altrimenti sarebbero ingovernabili, non armonici di per sé, è «un lavoro del tutto inutile». Così anche la certezza della vita e ancora una volta della religione, hanno dovuto cedere il passo alla morte di Dio nietzscheana. La comprensione dell’impossibilità ha portato alla follia, Valuska e Nietzsche hanno in comune l’aver sognato, l’aver compreso l’inutilità del sogno, l’aver donato se stessi al caos.
«Esiste una malinconia buona, ne esiste un’altra cattiva. Buona è quella che precede la nascita dell’eterno». Quella cattiva invece «consiste essa nella consapevolezza che l’eterno non ha preso quella forma che doveva prendere, nella coscienza di aver fallito il colpo, di aver perduto la posta. […] È cattiva. Può giungere sino allo sconforto, e a una disperazione nella quale l’uomo dà partita vinta, ed è persuaso d’aver definitivamente perduto il gioco» (Guardini 1993, p. 72).

Le certezze, dopo la volontà di rinchiudere l’armonia all’interno di uno schema, che ha svelato l’inesistenza di uno schema reale, ma al contrario la necessità di crearlo per comprendere e illudersi, sono crollate in due volte: con Keplero/Werckmeister (in maniera inversa hanno distrutto il sistema di fede precedente con un sistema matematico) e con Nietzsche. Non c’è più altra possibilità di smascherare le illusioni, forse è anche per questo che assistiamo alla fine del cinema di Bela Tarr, per l’impossibilità di narrare nuovi decadimenti fisici/metafisici.

Così che tutto, in ogni modo, debba finire con l’orario di chiusura dell’osteria, con la fine del sogno dell’illusione, dell’ebrezza, in cui tanto avremmo voluto credere, con lo sventolamento di un fazzoletto bianco di resa che ci induce ad uscire e a camminare nel buio, dritti verso chissà quale futuro possibile.


Bibliografia

Guardini R. (1993): Ritratto della malinconia, Morcelliana, Brescia.

Krasznahorkai L. (2013): Melancolia della resistenza, Zandonai, Rovereto.

Platone (2009): La repubblica, VII 530d – 531a, Bompiani, Milano.


Sitografia

Areteo di Cappadocia: Delle cause, dei segni e della cura delle malattie acute e croniche, libro I, capitolo III.


Filmografia

Il cavallo di Torino (A torinói ló) (Bela Tarr 2011)

Le armonie di Werckmeister (Werckmeister harmóniák) (Bela Tarr 2000)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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