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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Guardare e mostrare ciò che è necessario. Conversazione con Jan Soldat

Matteo Marelli, Vincenzo Martino, Michele Sardone

Durante il secondo appuntamento della rassegna Registi fuori dagli sche(R)mi III, abbiamo incontrato Jan Soldat in seguito alla proiezione del suo documentario Der Unfertige, presentato all'ultimo Festival del Cinema di Roma. Caratterizzata da un rigore formale mai fine a se stesso, la (se pur breve) cinematografia di Soldat si è affermata non tanto per la scabrosità dei soggetti rappresentati quanto per lo sguardo autoriale privo di qualsiasi giudizio o intromissione.

Cominciamo facendoti la stessa domanda che tu rivolgi a Klaus in apertura di Der Unfertige: «Puoi descriverti?»

Jan Soldat. Trent’anni. Filmmaker.

In Der Unfertige riesci a cogliere la dolcezza e la fragilità di un personaggio complesso qual è Klaus, «omosessuale di Odenwald…60 anni…schiavo!» come lui stesso si racconta. Quali sono stati i criteri di selezione che ti hanno portato a sceglierlo rispetto ad altri? Sei rimasto colpito dalla sua “incompiutezza”, per rifarci al titolo del tuo lavoro, oppure in lui hai ritrovato caratteristiche congeniali all’immagine che tu hai dello “slave”?

Scelgo sempre dei personaggi che già soltanto con l’aspetto riescono a comunicare la loro condizione. Ho bisogno che ci sia equilibrio, credibilità, tra ciò che dicono e ciò che il corpo esprime. In Klaus ho trovato esattamente questo. Lui porta inscritta sul corpo la propria storia. Da parte sua c’è una dedizione quotidiana, che investe anche la sfera domestica, finalizzata al soddisfacimento del desiderio di essere schiavo. In altri non ho trovato lo stesso rigore, la stessa abnegazione.
Klaus chiama sé stesso Gollum, che deriva da Golem a sua volta derivante dalla parola gelem, termine adoperato per indicare qualcosa di incompleto, di non perfetto. Una volta scoperto il significato Klaus ha sentito che questo nome gli apparteneva ancora di più, perché capace di esprimere altrettanto efficacemente quello che già il suo corpo racconta. Lui ha imparato ad accettarsi nella propria imperfezione e in questa trova la sua bellezza.
L’incompletezza è poi una caratteristica propria dei documentari, che sono sempre, per forza di cose, dei frammenti. Il genere documentario sembra molto facile da conoscere. E il mio scopo è sempre mostrare quella specie di parte cieca incompleta nel fotogramma, nella struttura del film e nella narrazione.

Come detto già più volte, il protagonista del tuo film è uno “schiavo”, che esegue ordini impartiti da padroni di volta in volta differenti. Non pensi che tra questi possa essere inclusa anche la stessa macchina da presa, in quanto, anch’essa, esercita su di lui una sorta di potere? L’uso del piano fisso può essere visto come una gabbia in cui rinchiudere Klaus?

Penso che per lui fosse importante percepirsi come schiavo perché ciò gli ha permesso di aprirsi di fronte alla macchina da presa. Ma non ho mai abusato di questo suo bisogno. Ho ripreso unicamente quello che lui desiderava far conoscere di sé, senza mai interferire. Tutto ciò che si vede è quanto entrambi abbiamo deciso di mostrare.
Questo equilibrio è venuto meno soltanto all’interno del campo schiavi dove ho accettato la richiesta dei sorveglianti/carcerieri di rimanere anonimi. Il rapporto di potere quindi è mostrato sempre e soltanto dal punto di vista di Klaus, perché lui desidera che si crei questa situazione.
Quello che dite a riguardo del piano fisso è molto giusto. Ma l’averlo adoperato non è stata una scelta condizionata dal tema. È una modalità di visione a cui sono arrivato nel corso degli anni. Perché mi permette una maggior concentrazione, consentendomi di mettere a fuoco, allo stesso tempo, soggetto e contesto. Aiuta a inquadrare le cose in maniera più chiara e diretta, ma soprattutto non giudicante. È un modo di guardare e mostrare ciò che è necessario.

Hai affermato: «Essere uno schiavo nella società moderna è quasi come essere un documentarista. Si tratta di raggiungere il massimo della libertà entro limiti stabiliti». Ci puoi spiegare questa tua dichiarazione?

Significa che è sempre fondamentale definire sé stessi oltre i limiti. Limiti che ciascuno stabilisce da sé. Per rispettarli oppure infrangerli. Necessari comunque per circoscrivere il proprio percorso, entro il quale agire. E in questi limiti cercare di raggiungere il miglior risultato possibile.
Questo è il senso della riflessione di Klaus una volta tornato a casa dopo l’esperienza al campo schiavi: bisogna crearsi il proprio spazio in cui raggiungere o tentare di raggiungere la maggior libertà possibile. E si avvicina molto a ciò che penso del fare cinema.

Nel tuo lavoro, oltre a delle attinenze col cinema di Ulrich Seidl e Romuald Karmakar, a noi sembra di cogliere anche qualcosa del metodo di Jean Rouch, la cosiddetta “osservazione partecipante”. Per te, come per Rouch, il cinema può essere un mezzo attraverso il quale stabilire un rapporto?

Non so molto di Jean Rouch. Ma posso rispondervi: sì! Naturalmente. Der Unfertige è anche un film sul rapporto creatosi tra Klaus e me, in quanto regista: siamo entrati in contatto, ci siamo conosciuti. Ecco perché ho realizzato il documentario da solo. Volevo riuscire a filmare quel rapporto, quel legame invisibile tra lui e me.

Che cos’è osceno per te? Quello che letteralmente non può essere rappresentato…

Posso soltanto rispondervi a riguardo del mio cinema. Penso che non ci sia nulla di osceno, perché scelgo sempre soggetti e temi che posso gestire. E lo spazio del documentario è sufficientemente forte per sostenere anche immagini offensive.

Der Unfertige è il tuo film di diploma. Stai già lavorando su un nuovo progetto?

Non in modo concreto. Incontro persone. Scopro nuove tematiche. Così può succedere che domani comincerò a girare…


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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