www.uzak.it
- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Vivere nel tempo perduto. La grande bellezza di Paolo Sorrentino

Gaetano Pellecchia

altSe c’è un film recente di cui molto si è parlato e altrettanto si è frainteso, soprattutto a livello di cultura diffusa o “spettatore comune” (qualunque cosa esso sia), questo è La grande bellezza. Il film viene generalmente percepito e commentato secondo due parametri: “bellezza” e “decadenza”.
È nostra impressione, però, che “bellezza” e “decadenza” siano due aspetti importanti del film di Sorrentino, ma non il tema principale, l’asse portante. Riteniamo che la chiave interpretativa de La grande bellezza vada ricercata nel “tempo perduto”, nel senso proustiano del termine.


Sul finire del film, Jep Gambardella confessa che lui – si intuisce in seguito ad una storia d’amore giovanile mai iniziata – ha ricercato la “bellezza” nella vita mondana dell’alta società romana, ma che si è accorto di non averla trovata; anzi, che è stato proprio questo ad impedirgli di scrivere un nuovo romanzo per tanti anni, dopo il suo successo degli esordi. Adesso, invece, Gambardella dice di essere pronto a scriverne uno nuovo. Ci sono molti punti in comune con il Proust de La ricerca del tempo perduto, ma anche con il protagonista di un film di Sergio Leone: Noodles di C’era una volta in America.

Ma procediamo con ordine. Come già scritto, Jep Gambardella dichiara di aver ricercato inutilmente nella vita mondana la “bellezza”, ovvero quella che potremmo definire “pienezza di vita”. Siamo esattamente dalle parti di Proust: «Per molto tempo sono andato a letto presto» è il famoso incipit della Recherche. L’incipit proustiano sta a significare che il protagonista ha seguito per un lungo periodo un ritmo di vita “normale” (andare a letto presto) che si colloca come una parentesi fra un “prima” e un “dopo”.  È infatti un tempo diverso da quello che lo ha preceduto e che era fatto di matinée, soirée, mondanità, dandismo presso l’alta aristocrazia parigina di fine Ottocento-inizio Novecento, salvo poi accorgersi che è stato tutto inutile, senza senso e che, anzi, è stato tempo sprecato. Ma è anche un tempo diverso da quello che sarà dedicato alla scrittura del romanzo, un tempo fatto soprattutto di notti insonni. Ebbene, in quel tempo apparentemente normale qualcosa tormenta il nostro protagonista (lo stesso Proust). Non basta andare a dormire presto. Il sonno è agitato, il passato (il tempo “altro” e perduto) si riaffaccia ad intermittenza. E proprio durante i tormentati dormiveglia del capitolo iniziale, grazie ai meccanismi della “memoria involontaria”, il protagonista della Recherche afferra il motivo del suo sonno angosciato e la ragione della sua vita: recuperare (e redimere) “quel” tempo perduto rievocandolo attraverso la scrittura. La scrittura come salvezza, tempo, memoria.

Passiamo a Jep Gambardella. Ha scritto (trentacinque anni prima) un romanzo che ancora gli dà fama, fa il giornalista e il critico e soprattutto passa il suo tempo, prevalentemente notturno, in salotti, cene, eventi, feste, ambienti che si caratterizzano per la ricchezza e l’eccesso ostentatamente  esibiti,  esibizione che proprio per questo è sintomatica del  vuoto esistenziale degli stessi protagonisti. In seguito alla notizia della morte di Elisa, da lui amata in gioventù, Gambardella capisce che tutti quegli anni di mondanità sono stati  tempo perduto, che in quella vita non c’era la “grande bellezza” che sperava di trovare e che soltanto adesso che l’ha capito è pronto per scrivere il nuovo, libro atteso da molti anni. Alcune battute sono particolarmente significative. Ad esempio, quando Ramona gli chiede come mai non abbia più scritto un altro libro, la risposta di Jep è: «Sono uscito un po’ troppo la sera», spiegando, poi, che scrivere un libro richiede tempo e concentrazione; e ancora, alla coppia formata dal  marito della scomparsa Elisa e dalla sua nuova moglie, Jep dichiara di invidiare (non senza snobismo, però) la loro vita, fatta di tempi “normali”, e conclude: «Quando voi vi alzate, io me ne andrei a dormire». Il tenore di queste battute è lo stesso dell’incipit proustiano della Recherche. Jep è ora  pronto per entrare in un altro tempo, nel tempo della scrittura come recupero di senso, nel tempo di scrivere «un libro sul nulla, come Flaubert», dice lo stesso Gambardella, ovvero un libro sul mondo che lui ha frequentato; in realtà, un libro come Proust, sul “tempo perduto”.

Ma Gambardella non è il solo a percepire la vacuità di quella vita e del “tempo” che essa richiede. Altri personaggi del film sono illuminanti: Romano, lo scrittore teatrale, e Viola. Si tratta di personaggi che, per motivi diversi, prendono  coscienza di vivere una vita vuota e sbagliata – di aver dedicato ad essa del tempo prezioso – e che decidono di cercarne un’altra, piena, in un altro tempo: Roberto torna al suo paese; Viola, in seguito al suicidio del figlio Andrea, devolve i suoi beni alla Chiesa e si propone di andare a fare la missionaria.

Merita poi una riflessione la “massa” dei mondani che affolla il film. Ciò che colpisce è l’età: si tratta spesso di quaranta-sessantenni che si accompagnano a giovani, quasi a voler fare i giovani a vita, a voler fuggire l’avanzare del tempo, a non accettarsi.
La “bellezza”, dunque, non è nei monumenti  e nelle testimonianze della Roma barocca, come diffusamente si crede. La bellezza non c’è: è la vita piena che si dovrebbe vivere e che manca ai protagonisti del film.

altIn una delle sequenze iniziali di C’era una volta in America il barista chiede a Noodles dove fosse stato fino ad allora, e Noodles: «Sono andato a letto presto» (ancora una volta il tempo “altro”). Noodles si riferisce al tempo della vita che ha trascorso da quando ha lasciato il crimine a confronto con il tempo della vita da gangster (rapine, violenze, feste, “notti allegre”), e si appresta a ricordare, ovvero a narrare, a raccontare, probabilmente a raccontare un sogno, che però è sempre un tempo altro rispetto a quello reale. Quanto C’era una volta in America sia in stretto rapporto con le tematiche temporali care a Proust (e a Bergson) è stato ampiamente sottolineato dalla critica. Ai fini del nostro discorso, va evidenziato che in C’era una volta in America, esattamente come nella Recherche di Proust, si assiste a continue incursioni del presente nel passato, non tanto e non solo come flashback puro e semplice, quanto piuttosto come ricostruzione e chiusura del passato.

Questo riferimento alle modalità di narrazione è essenziale perché ci pare che sia proprio qui che La grande bellezza mostri alcune incoerenze. A differenza della Recherche proustiana e di C’era una volta in America (dove il passato viene rievocato), ne La grande bellezza il regista pone il protagonista al termine del “tempo perduto”, cioè mentre ancora lo vive. Se questo è evidentemente il tempo del racconto, appare dunque fuori luogo, come fa Paolo Sorrentino, inserire la voce fuori campo di Gambardella che parla al passato: quando ciò avviene provoca uno stridente effetto flashback con la narrazione. Ulteriore elemento di incongruità lo troviamo nel primissimo piano finale di Gambardella, che conclude un monologo esistenziale con «è tutto un trucco» sorridendo e guardando nella macchina da presa: è una esplicita citazione del finale di C’era una volta in America, ma se nel film di Leone quelle immagini hanno dato luogo ad un dibattito sulla veridicità delle vicende di Noodles, nel film di Sorrentino siamo dalle parti del citazionismo fine a se stesso o del compiacimento narrativo. E questo per due motivi. Anzitutto, come si è scritto, l’intero film non è costruito come un flashback, dove magari l’espediente “è tutto un trucco” poteva avere effetto. In secondo luogo perché subito dopo il monologo di Gambardella il film viene chiuso dal primissimo piano di Elisa da giovane: è allora quest’ultima immagine a suggellare il significato del film (recupero del tempo perduto attraverso la scrittura), non il fatto che Gambardella possa aver sognato tutto.

alt“Bellezza” e “decadenza”. Come già scritto, questi temi non rivestono un ruolo centrale nell’economia del film. E tuttavia è proprio in questi termini che il film viene percepito, forse perché connotano molte riflessioni sulla nostra società da qualche anno a questa parte, o forse anche perché viene fatta l’associazione più semplice ed immediata fra “bellezza” uguale monumento, opera d’arte, paesaggio e “decadenza” uguale società senza valori che trova rifugio nelle feste e nelle “stranezze”.  
Se questi, ci pare, sono i termini della percezione diffusa del film, è anche vero che, lo si è detto in apertura, “bellezza” e “decadenza” rivestono un ruolo, sia pure secondario, in quest’opera  di Sorrentino.

Per quanto riguarda la bellezza, è invalsa, come appena scritto, l’accezione estetica. Di conseguenza, molti spettatori sono andati alla ricerca di ciò che nel film è “bello”: l’attenzione si è così concentrata sui monumenti della Roma barocca. Ebbene, i monumenti ed i palazzi barocchi appaiono, ma spesso al buio, o li aprono apposta; e quando ciò accade, chi li visita non sembra godere della “visione”, ma li scruta e vi si aggira alla ricerca di “qualcosa”; intuisce che sono belli (appunto), ma l’impressione è che cerchi il senso di ciò che sta vedendo o in cui è immerso. La regia, comunque, evita di trasformare la Roma barocca in uno sfondo patinato.
Infine, la decadenza. Nella Recherche di Proust, l’ambiente aristocratico ed altoborghese ha tratti fortemente snob, con personaggi che sono  veri e propri dandy, come il barone Charlus o Swann. Ma soprattutto emerge con forza che le élites avevano abitudini, modi e gusti che li differenziavano nettamente dagli altri gruppi sociali. Niente di tutto questo ne La grande bellezza. Ciò che differenzia le élites dal resto della società sono i soldi. Abitudini, modi e gusti sono gli stessi, sia per l’imprenditore che per l’operaio; solo che chi ha i soldi “ha di più”, esibisce “di più”. Ma non è una uguaglianza verso l’alto, bensì verso il basso, verso la volgarità e il cattivo gusto che pervadono  la musica, l’abbigliamento, la convivialità e le relazioni sociali. E l’elegante Jep Gambardella è il dandy a pieno titolo e fuori tempo di questo mondo. Se dunque il cafonal è la cifra prevalente dell’attuale società italiana, La grande bellezza ha il merito di evidenziarlo nettamente, lasciando intravedere chiaramente come dietro di esso ci sia il vuoto. Se di decadenza dobbiamo parlare, allora essa va intesa, piuttosto che secondo i classici parametri culturali, sociali e letterari, secondo un comune senso di vuoto.


Filmografia

C’era una volta in America (Sergio Leone 1984)

La grande bellezza (Paolo Sorrentino 2013)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




Teniamoci in contatto

FacebookTwitterFlickrInstagramPinterestYoutube