www.uzak.it
- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

La persistenza di un sentimento: Oblivion

Vincenzo Martino

altIn un mondo devastato dalla guerra nucleare la luna ha smesso di brillare: ciò ha provocato apocalittiche catastrofi, stravolgimenti nell’ecosistema, mentre i pochi superstiti di una decorsa invasione aliena sabotano sistematicamente le ultime operazioni di raccolta prima della definitiva migrazione della razza umana su Titano, il nuovo Eden.

Già con i fratelli Wachowski la riflessione sul potenziale governo delle macchine sull’uomo aveva sfiorato vette profetiche; e difatti la riproposizione visionaria di un mondo mutato, saccheggiato dai suoi stessi occupanti, vero e proprio “cancro” in espansione continua, diviene critica al sistema/genere umano e, al contempo, constatazione dell’incredibile evoluzione di una tecnologia che pare bruciare tutte le tappe, giungendo infine all’assunzione di una propria (umanoide) coscienza, una falla nel perfetto congegno/macchina, anomalia necessaria al fine del controllo totale, poiché l’uomo è più propenso ad essere assoggettato ad un suo simile, e nelle maniere a lui solite; un po’ come accadeva in Matrix, laddove la persistenza di una manciata di umani (la resistenza) anche dopo la distruzione del loro ultimo rifugio diveniva indispensabile ago della bilancia, la possibilità di una speranza, di una parvenza di libertà. Anche in Oblivion, dunque, la tecnologia prende il sopravvento, forse in funzione di un bene più alto, mettendo quindi in forte discussione le capacità di giudizio dell’uomo, artefice della rovina sua e del pianeta. E se dapprima è l’uomo a sfruttare le macchine per migliorare il suo stile di vita, per prolungare e preservare la sua esistenza, di colpo sono le intelligenze artificiali ad utilizzare la razza umana come rifornimento: il TET, intelligenza artificiale di origine sconosciuta attacca la terra, distruggendo la luna e sbarcando poi un esercito di cloni («avevano preso uno dei migliori di noi e ce l’avevano messo contro»); il TET, una macchina formidabile che si nutre di energia prosciugando un pianeta dopo l’altro ed utilizzando duplicati dei suoi abitanti per invaderlo prima e supervisionare le operazioni di estrazione poi.

In questa cornice si inserisce la vicenda di (uno tra i vari) Jack Harper – tecnico abilitato alla manutenzione dei droni che proteggono le idrotrivelle, monumentali macchine che risucchiano l’acqua dagli oceani – tormentato dai suoi sogni, opalescenti luoghi nei quali incontra una donna, una figura sfuggente, ricorrente come la sensazione impossibile di una vita passata. La sua dimora è una magnifica torre di osservazione abbracciata dalle nuvole, che con la loro cortina fumosa impediscono di scorgere quel che accade a terra, contribuendo a mantenere una sorta di pseudo-idillio tra Jack e Vika, sua partner che gestisce i contatti diretti col TET, algida figura meglio preposta al controllo, ma non per questo meno presa dal partner; il loro è un rapporto visibilmente forzato, ma ugualmente capace di descrivere il tempo sospeso di un bacio, la frazione di un vissuto, seppur distaccato, il potere di un affetto che compensa una mancanza, un’assenza.

E la terra dopo la guerra appare come una sterminata landa desolata, uno scenario surreale in cui le forme sferiche sottolineano il contrasto col TET, unica figura acuminata, riflettente triangolo dominatore, occhio severo che scruta e controlla dall’alto, quasi il consustanziarsi tra il giudizio divino e l’aporia consumata dell’uomo. I droni, tondeggianti squadroni della morte, popolano questi luminosi deserti vaporizzando ciò che gli si oppone; i suoni che emettono sono inquietanti, a metà tra il frastuono claustrofobico di una risonanza magnetica e l’elettronica più occlusiva dei Duft Punk (sodali di Kosinski per le musiche di Tron: Legacy).

altKosinski guarda a Kubrick (i droni ricordano in parte l’ormai archetipico HAL 9000), ma anche ad Independence Day (il TET richiama alla mente la nave madre degli alieni di Emmerich) fondendo due concezioni opposte della fantascienza; il tutto partendo da una sua graphic novel mai realizzata, che ben si adatta alla “macchina hollywoodiana” incarnata da un compunto Tom Cruise (grazie al quale prende piede il progetto cinematografico), corpo attoriale congenitamente legato ad esistenze eroicamente solitarie (tra guerre dei mondi e rapporti di minoranza), a sconquassanti faccia a faccia tra doppi (cloni appunto), abominevoli incubi, come in Vanilla Sky dove il volto sfigurato era proiezione del suo vero io, incompleto, deformato da uno stile di vita superficiale, tra apparenza e denaro. Kosinski pensa forse ad Asimov, probabilmente il fondatore di quella narrativa fantascientifica che ricostruisce con cura i particolari scientifici (rendendoli credibili, o per lo meno plausibili) e che strizza spesso l’occhio anche a riflessioni sociologiche e futuristiche sul destino dell’umanità. E dunque i vari settori in cui la terra viene distribuita dal TET, e di conseguenza i vari Jack&Viki appaiono come sfaccettature, sottolivelli di realtà, poiché «il numero di Realtà è infinito. Il numero di ogni sottoclasse di Realtà è infinito» (Asimov 1987, p. 221). E ogni realtà ha una sua logica, un suo evolversi per il quale Jack 49 è differente da Jack 52, ma ne è allo stesso tempo una copia esatta.

Le strepitose melodie degli M83, con il loro effetto distensivo, galleggiante, contribuiscono attivamente a rendere l’immagine, per un paradossale effetto contrario, solida, un tripudio di sensazioni che fluiscono incontrollate tra il candore delle nuvole e la globiforme fisionomia di navicelle e droni, in un bianco abbacinante, riproposizione di una cinica classificazione dei corpi; stranianti composizioni che alleggeriscono la visione per poi incupirla con chirurgico bilanciamento; delle flebili onde che s’infrangono sui volti dei personaggi, permeandoli, strutturando quella persistenza del sentimento, il sogno mai lucido di un futuro sperato e mai raggiunto, lo sgomento per un’esistenza vana, sbiadito ricordo di quel che che è stato o sarebbe stato, un miraggio, spiraglio di luce nella penombra della memoria.


Bibliografia

Asimov I. (1987): La fine dell’eternità, Arnaldo Mondadori Editore, Milano.


Filmografia

Independence Day (Roland Emmerich 1996)

Matrix (The Matrix) (Andy Wachowski – Lana Wachowski 1999)

Oblivion (Joseph Kosinski 2013)

Tron: Legacy (Joseph Kosinski 2010)

Vanilla Sky (Cameron Crowe 2001)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




Teniamoci in contatto

FacebookTwitterFlickrInstagramPinterestYoutube