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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Venere in pelliccia

Raffaele Cavalluzzi

“... e lo mise nelle mani di una Donna”.

altA proposito dell' inizio della grande ondata di femminismo degli anni Settanta un politico di grande sensibilità come Enrico Berlinguer ebbe a dire che stiamo seduti su un vulcano solo provvisoriamente inattivo. E oggi la Chiesa cattolica si appresta a interrogarsi, dopo millenarie chiusure, sui temi della coppia e sui problemi del sesso proprio a partire dalla condizione femminile. D'altro canto, Giorgio Agamben nel recente saggio uscito da Neri Pozza L'uso dei corpi, sulla scia degli ultimi studi di Foucault, torna acutamente a riflettere sui meccanismi del potere filtrati, tra l'altro, dalla gerarchia dei corpi nella società a guida maschile. Allora il film Venere in pelliccia di Roman Polanski consente anche al cinema di discutere da un punto di vista originale il tema del conflitto dei sessi.


Polanski porta sullo schermo una trasposizione dell' adattamento teatrale (di David Ives) del romanzo di Leopold von Sacher-Masoch pubblicato nel 1870, che narra dell'incontro di Severin, un colto borghese, con una donna giovane e particolarmente seducente, Wanda von Dunajew, e del rapporto che si stabilisce fra i due sulla base di una relazione che sarà chiamata sado-masochistica dal nome dell'autore dell'opera, e che è caratterizzata da una sessualità che rovescia i ruoli maschio-femmina in una sudditanza dell'uomo fatta di piena sottomissione, e degli effetti su di lui del piacere del dolore, del maltrattamento , della depravazione imposta. Solo che la pellicola intreccia la realtà doppia (il ripetersi della relazione sadomaso nel corso di un’audizione che un' attricetta assai spregiudicata e misteriosa ottiene con stregante prepotenza da un regista d'oggi, a sua volta profondamente suggestionato dall'archetipo) scambiando e confrontando senza soluzione di continuità battute, ruoli e persone dei due diversi piani della rappresentazione. E dialettizza l'assoggettante novità del ribaltamento dei ruoli e della gerarchia sessuale (del regista teatrale e perciò dello scrittore) col sospetto di sessismo (una più sottile strategia di conquista della donna nel comportamento maschile) che gli sbatte in faccia la ragazza, portando all'estreme conseguenze la partita a scacchi piacere-dolore con un atroce vendetta unilaterale.

Il sesso, la violenza, il potere, dunque, chi li ha veramente in mano nei “nostri tempi” (tempi banalizzati da espressioni avverbiali come “tipo”, che soppiantano i più discorsivi “per così dire” sintattico grammaticali della tradizione)? Chi soggioga chi? L'ambivalenza, o meglio l'ambiguità su cui punta Polanski attraverso i suoi degradati personaggi non esclude, sulla vita, l'imperio del sesso (femminile): e la paura maschile del sesso a sua volta può apparire quasi reazionaria come fonte dell'antropologia della coppia, giacché questa sorta di nemesi si appoggia non a caso a un significativo passaggio di uno dei libri apocrifi dell'Antico Testamento (Giuditta): «e il Signore onnipotente lo colpì/ e lo mise nelle mani di una Donna».

Certo è che il film si chiude con una rutilante performance bacchica di Wanda seminuda ai danni di Thomas-Severin femminilizzato, accalappiato con un collare da cane e legato a un grande cactus della Monument Valley posto al centro della scena, ineludibile simbolo fallico delle origini e totem allo stesso modo alludente a 2001: Odissea nello spazio di Kubrick. La bellezza figurativa e drammatica del film ha intanto i suoi punti di forza nella regia intensa di Polanski (alle prese con due soli personaggi, prigionieri di un dismesso e deserto teatro come contenitore claustrofobico), nel sesso smagliante di Emmanuelle Seigner, nella figura via via sempre più avvilita e inebetita del protagonista (Mathieu Amalric) cui è imposta con il suo pieno consenso il mutamento di genere e di ruolo, nella musica di Alexandre Desplat che echeggia con ironia Alban Berg e il primo Novecento. La “Venere in pelliccia” (la calda e morbidissima pelliccia di volpe che accarezza un prospero nudo di donna) è una suggestione, poi, derivante da Tiziano, e pertanto nei titoli di coda si alternano, con forte suggestione, nudi femminili dalla tradizione  classica   alla nostra modernità, che, nell'esplosione della carne, ci consegnano l'insospettabile connubio barocco del sogno di Afrodite con un non detto messaggio di morte (si pensi al mito di Atteone versificato nel Seicento cattolico da Gian Battista Marino).


Bibliografia

Agamben G. (2014): L' uso dei corpi. Homo sacer, IV, 2, Neri Pozza, Milano

Sacher-Masoch L. (2010): Venere in pelliccia, Edizioni Es, Milano


Filmografia

2001: Odissea nello spazio (2001: A Space Odyssey) (Stanley Kubrick 1968)

Venere in pelliccia (La Vénus à la fourrure) (Roman Polanski 2013)


Teatrografia

Venere in pelliccia (Venus in Fur) (David Ives 2010)


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