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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Santo Genet. Nostro signore dei fiori

Matteo Marelli

Soltanto dopo aver oltrepassato la barriera della rispettabilità e del buon gusto si può apprezzare il valore della poesia di Genet. Solo così la comunicazione si può stabilire; solo a questo prezzo il sottomondo furioso dell’autore sboccerà in rosse corolle e parole purpuree di fronte agli occhi dello spettatore. Bisogna mescolarsi nel labirinto del mondo genettiano; è necessario attraversarlo fino in fondo, accettando tutto ciò che si può trovare sul cammino: lo scandalo, la volgarità, le situazioni scabrose, e andare oltre.

 
Ed è proprio quello che Armando Punzo esige faccia il pubblico per poter entrare in sintonia con Santo Genet, ultima creatura/creazione della sua Compagnia della Fortezza. Agli spettatori non è chiesto di assistere, ma di partecipare, e per evitare che sfuggano il confronto sono subito fatti scontrare con la “malacarne” genettiana. Lungo la scalinata per arrivare in sala si va incontro a una lunga scia di dannati: travestiti, canaglie, criminali, farabutti, e, per finire, ambigui marinai di fassbinderiana memoria.

Quindi, una volta preso posto, lo spettacolo non comincia, ma prosegue. Spettacolo irraccontabile, caleidoscopico, perché, come sempre quando si ha a che fare con l’autobiografismo lirico di Jean Genet, si stabiliscono continue interferenze indistricabili, nelle quali è difficile individuare il vero e il falso, l’accaduto e l’inventato: la storia è un puro segno che serve per mostrare visioni, incubi, invenzioni di verità. I personaggi sono immersi in cerimonie sospese che procedono secondo un loro misterioso e mistico rituale; non sono immagini di personaggi reali, ma piuttosto di personaggi riflettenti la parte più inconscia e celata dell’essere umano.

Non a caso la scena si svela scintillante di specchi: lo spettatore per comprendere deve scoprirsi somigliante a Irma, Stilitano, Divine, Mignon, Culafroy, a tutti gli eroi negativi di Genet, deve riuscire a trovare, come questi, la santità attraverso la trasgressione di tutti i divieti, per poter dire, alla fine, «di loro resta soltanto ciò che resta di me: io sono soltanto grazie a loro che non sono nulla, esistendo soltanto grazie a me» (Genet 2009, p. 101)
I brucianti giochi d’immagine e dei suoi infinti riflessi sono resi ancora più incandescenti dai corpi coinvolti in questo gioco di rappresentazioni: a far vivere in scena siffatta corte di emarginati sono i detenuti-attori del carcere di Volterra, segnati fin nel midollo dalle stigmate dell’emarginazione, che hanno sperimentano in prima persona il peso della solitudine, del silenzio, dell’umiliazione.

Anche Punzo, come Genet, per amore, nel suo caso, di un teatro inaudito, ha perseguito un’avventura che lo ha “ridotto” in carcere, e infatti, se ricondotte a lui, le parole del Diario del ladro («Se l’universo, di cui mi compiaccio, io per comandamento del cuore lo elessi, la facoltà ho almeno di scoprirvi gli svariati sensi che voglio: ebbene, uno stretto rapporto esiste tra i fiori e gli ergastolani. La fragilità, la delicatezza dei primi sono della medesima natura della brutale insensibilità dei secondi.» [ivi, p. 25]) mantengono intatta tutta la flagranza, lo sconvolgimento del loro apparire.

Genet ha sempre pensato al proprio teatro liberato dal peso del reale, capace di mettere in scena l’invisibile, l’altra faccia della realtà, ma non per questo evanescente, al contrario forte di una concretezza puramente scenica, di esistere insomma soltanto nella sua apparizione. Un teatro fatto unicamente d’immagini teatrali, che non traggono senso da situazioni fintamente realistiche, ma da una loro necessità interiore. Lo spettacolo genettiano dovrebbe essere «la glorification de l’Image et du Reflet». E Punzo traduce queste suggestioni allestendo uno spazio in cui tutto allude al massimo grado di inevitabile artificio. Tutto in questo spettacolo è artefatto, baroccamente stilizzato, dai costumi al décor incrostati della sfrontatezza tragica dell’estetica camp, dalla gestualità, declinata in esibizionismo, al linguaggio, così ricco e forte da affatturare in incanti infiniti.

Come sempre, trattandosi di un progetto della Compagnia della Fortezza e quindi pensato e provato all’interno degli spazi carcerari, anche Santo Genet sfugge la rigida frontalità della scena teatrale e straborda addosso al pubblico. Un travolgimento che risponde all’esigenza genettiana di spettacolo eucaristico, festa unica, atto poetico, capace di risvegliare un sentimento di comunione e di partecipazione. Quello che si prova, ad esempio, durante il ballo senza requie nel bordello di Madame Irma in cui lo stesso pubblico si trova sbalzato; o ancora, nell’omaggio floreale tributato nel finale perché, come diceva Genet: «Ch’io abbia da raffigurare un forzato – o un criminale, – sempre lo coprirò di tanti e tanti fiori ch’esso, scomparendovi sotto, ne diventerà un altro gigantesco, nuovo» (ivi, p. 25).

In collaborazione con Teatroteatro.it


Bibliografia:

Genet J. (2009): Diario del ladro, Il Saggiatore, Milano





Titolo: Santo Genet

Regia: Armando Punzo

Con: (in o. a.) con Armando Punzo
e i detenuti-attori della Compagnia della Fortezza: Antony Talatu Akhadelor, Pietro Giorgio Alcamesi, Vincenzo Aquino, Aniello Arena, Gaetano Arena, Fabio Arimene, Yosmeri Armais Castilla, Antonino Arrigo, Roberto Azzolina, Giuseppe Calarese, Rosario Campana, Salvatore Canneva, Pierangelo Cavalleri, Antonio Cecco, Tauland Cenonollari, Luca Coluccelli, Pierluigi Cutaia, Giovanni D’Angelo, Gianluigi De Pau, Domenico Di Carlo, Fabrizio Di Noto, Abderrahim El Boustani, Nicola Esposito, Giovanni Fabbozzo, Francesco Felici, Alban Filipi, Pasquale Florio, Giuseppe Giella, Pasquale Giordano, Salvatore Giordano, Heros Gobbi, Nunzio Guarino, Noureddine Habibi, Arian Jonic, Altin Kadrija, Ibrahima Kandji, Marco Lauretta, Carmelo Lentinello, Hai Zhen Lin, Wei Lin, Vittorio Lospennato, Luca Lupo, Gentian Makshia, Francesco Manno, Biagio Marangio, Angelo Maresca, Leopoldo Martoriello, Gianluca Matera, Massimiliano Mazzoni, Hidalgo Luis Anibal Mena, Giovanni Moliterno, Hassan Naffe, Raffaele Nolis, Francesco Paglionico, Antonio Palomba, Edmond Parubi, Salvatore Pavone, Alessandro Praticò, Armando Principe, Gennaro Rapprese, Rosario Saiello, Mohamed Salahe, Franco Salernitano, Danilo Schina, Vitaly Skripeliov, Roberto Spagnuolo, Massimo Terracciano, David Tuttolomondo, Alberto Vanacore, Danilo Vecchio, Alessandro Ventriglia, Giuseppe Venuto, Qin Hai Weng

Produzione: VolterraTeatro/Carte Blanche; Tieffe Teatro
Debutto: Milano 17 ottobre 2014

Visto al Teatro Menotti



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