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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Vers Cantet

Leonardo Gregorio

Complice forse la recente visione dell’operaia Marion Cotillard, splendida figura dardenniana fra le strade di Due giorni, una notte, fa un certo effetto rivedere a distanza di anni  Risorse umane. Un film, quello di Laurent Cantet, che secondo il Dizionario Morandini è «raro esempio di cinema sul mondo operaio che entra dentro la fabbrica industriale: “si focalizza in un luogo che definisce, nomina il nostro tempo…” (Pietro Ingrao)» (p. 1224, 2006). Un altro “interno” prima dei banchi di scuola di La classe – Entre les murs, un “dentro” che è il lato B di Due giorni, una notte, lo spazio quasi interamente negato nell’ultima opera dei Dardenne. Ma rivedere oggi Risorse Umane fa un certo effetto non solo perché quel  «nostro tempo» sembra essersi cristallizzato, non solo  perché riesce a dire, limpidamente, del nostro (così lungo che pare eterno) momento storico.

 
No, non è soltanto questo, è che oggi, soprattutto dopo Foxfire – Ragazze Cattive, dopo la Cuba di La fuente, settimo episodio del film collettivo 7 Days in Havana, e quella di Ritorno a L’Avana, dopo che per molti il Cantet successivo alle vette toccate dallo straordinario La classe è diventato regista di film minori, o deludenti e insignificanti, oggi, insomma, imbattersi nuovamente in un film come Risorse umane ci dice come questo cinema continui in realtà con rara capacità a penetrare la vita, le sue emozioni, le sue concessioni, le sue privazioni. I suoi istanti, soprattutto. Sono pochi i registi come Cantet che riescono a fare anche solo di un istante l’incanto e il disincanto. Senza trucco, senza inutili ricercatezze, con una semplicità che sembra un mistero. Forse potrebbe bastare come unico esempio il micromondo brulicante, gioioso, canterino in una piccola stanza a celebrare la Madonna o, dopo la festa, quelle dita solitarie nell’acqua di La fuente. Basterebbe una terrazza che diventa teatro dell’Uomo, del Tempo, nel giorno e nella notte di Ritorno a L’Avana. Pulsa ancora il cinema di Cantet, sa ancora scoprire la vita, anche quando è meravigliosamente fragile, imperfetto, sfuggente, incompreso.

Istanti. Come la finzione, le bugie, quella recita pirandelliana che diventa l’abisso esistenziale in cui affoga Aurélien Recoing ritrovatosi senza lavoro, l’abisso nei suoi occhi sempre prima delle parole che dirà, sempre prima di ogni gesto in A tempo pieno, Leone dell’Anno in “Cinema del presente” a Venezia 58. Istanti come, in Verso il sud, i monologhi tra le pareti di una camera che sono confessioni delle tre turiste occidentali (Charlotte Rampling, Karen Young e Louise Portal); confessioni che sono le solitudini e insieme le leggi deboli del desiderio delle protagoniste, lì nell’Haiti di fine anni Settanta, lontane da Paradies: Liebe di Ulrich Seidl, sono corpi in un tempo sospeso, fino alla morte del “loro” giovane nativo Legba, ucciso da un potere che non conoscono, la tragedia che schiaccia quel tempo e poi lo rovescia, lo rivela beffardamente, spietatamente, nel momento in cui un poliziotto  afferma che tanto “I turisti non muoiono mai”.

Mentre l’anno scolastico ne La classe, Palma d’oro a Cannes 2008 del Cantet più rosselliniano, scorre invece come apparente ripetizione ottusa, quella di una distanza che cresce insanabile fra chi parla; è il territorio e il tempo, il set che apre scarti, smantella i confini tra fiction e vita, è la scena di frammenti di storie che rimangono impossibili, troncate, svuotate, negate nelle schermaglie verbali tra un insegnante (François Bégaudeau, autore del libro che ha ispirato il film) e i suoi studenti in una scuola della multietnica periferia parigina. È Il cinema che filma  voragini nascoste sotto la pelle di un’immediatezza semidocumentaristica, che sa filmare quello che non si vede entre les murs, mentre l’immagine di quell’aula rimasta vuota l’ultimo giorno di scuola, con i professori e i ragazzi che giocano in cortile, è fra quelle più potenti di Cantet, più cariche di senso (da cercare), più violentemente poetiche, dolce implosione di tutto il film. Perché è film che “si rifà” sempre, «perché il cinema – come scrive può rinascere ogni volta e ogni volta con un modo diverso, una forma nuova, un nuovo modo di “fare” e “sentire”. Trovare una forma, significa capire i segni della propria epoca e accettare la sfida» (Bruno 2006, p. 13).

Istanti, come quello prima dei titoli di coda di Risorse umane, con Franck (Jalil Lespert) che chiede al suo amico: “Qual è il tuo posto?”. «Anche in Ritorno a L’Avana – spiega il regista francese – dispongo i miei personaggi intorno a un quesito che ritengo fondamentale: qual è il nostro posto nel mondo?» (Cantet in Pagani 2014, p. 15). E aggiunge: «Anche io, come tutti, ho l’insopprimibile pulsione ad andare altrove rendendomi poi conto che evadere è difficile e siamo spesso destinati a rimanere nello stesso posto. I film sono il grimaldello, la lama per tagliare le sbarre e provare a viaggiare con la fantasia» (Ibidem). Ecco, il cinema di Cantet, i suoi personaggi, le sue storie, le sue immagini, sono sempre stati tutto questo, sono sempre stati e continuano a essere dentro uno sguardo che ne sa inventare altri al suo interno, dentro un movimento che sembra un falso movimento ma è piuttosto qualcosa di cui resta sempre un’impronta, i possibili residui più che la parvenza, fra le direzioni di un realismo mai asservito a un reale inteso come banale superficie, stampella narrativa, ma pensato, osservato, ripreso piuttosto come spazio di slittamenti, di divaricazioni e chiusure, come zona altra, messa in scena di uno svelamento. È prima di tutto uno spazio di identità, quelle dei personaggi, il suo cinema. Che non è mai giudicante, che guarda come in pochi sanno fare. Come in pochi sanno fare in quel modo. Anche quando è uno sguardo che si sposta, come già in Verso il sud, che giunge altrove, e in un altro tempo, per raccontare il presente.

Ecco allora l’America di provincia  anni Cinquanta in Foxfire, con Robin Campillo ancora presente al montaggio, ma non alla sceneggiatura come accade in quasi tutti i film precedenti (finora l’ultima che hanno scritto insieme, con Bégaudeau, è quella di La classe). Tratto da un romanzo di Joyce Carol Oates, già trasposto sullo schermo da Annette Haywood-Carter nel 1996 (Foxfire) con protagonista Angelina Jolie, è il film con cui Cantet continua il racconto dell’adolescenza, un racconto di formazione, di fuga, di ribellione  alla società maschilista e rigida dell’epoca, ancora con giovanissime interpreti non professioniste, come gli studenti di Entre les murs. Un film che in tanti hanno bollato come mediocre, impersonale, mera adesione al testo letterario, ma che invece riesce a vibrare di un respiro tutto suo, di una forza che sa fare del cinema ancora  un’emozione pura, immaginarlo, viverlo ancora così, di attimi che  sono faglie possibili, ipotesi di (r)esistenza, anche se, come sempre nel suo cinema, destinate allo schianto. Perché perdono, infine, anche le sue Ragazze cattive, Legs (Raven Adamson) e le altre, di cui riesce a tracciare le traiettorie cangianti, fragili, nei rapporti, con la macchina da presa che ne legge i sogni, le delusioni, oltre le tante parole che dicono, anche solo negli occhi che trattengono un gesto, anche in un bisbiglio che diventa forma di un desiderio nel buio di una stanza, desiderio che non può andare oltre se stesso.

E allora, quando Cantet dirotta su Cuba il suo cinema, non fa altro che ricominciarlo un’altra volta: dagli States di Foxfire a una terrazza di L’Avana dove c’è tutta la sconfitta della generazione tradita di Retour à Ithaque, scritto con Leonardo Padura e vincitore del Premio Giornate degli Autori all’ultima Mostra di Venezia (Campillo sempre al montaggio). Perché, forse, per Cantet, il ritorno a casa non può che essere un lungo viaggio, ancora.


Bibliografia

Bruno E. (2006): Ritratti Autoritratti, Bulzoni, Roma.

Morandini Laura, Morandini Luisa, Morandini M.; con la collaborazione di Tassi M. (2006): Il Morandini. Dizionario dei film 2007, Zanichelli, Bologna.

Pagani M. (2014): Il mio posto non c’è. Ritorno all’Avana, «Il Fatto Quotidiano», 08 novembre.


Filmografia dei film citati di Laurent Cantet

Risorse umane (Ressources humaines) (1999)

A tempo pieno (L’Emplois du temps) (2001)

Verso il sud (Vers le sud) (2005)

La classe - Entre les murs (Entre les murs) (2008)

La fuente, episodio di 7 Days in Havana (7 días en La Habana) (2012)

Foxfire - Ragazze Cattive (Foxfire, confessions d’un gang de filles) (2012)

Ritorno a L’Avana (Retour à Ithaque) (2014)


Filmografia dei film citati degli altri registi

Due giorni, una notte (Deux jours, une nuit) (Jean-Pierre Dardenne e Luc Dardenne 2014)

Paradies: Liebe (Ulrich Seidl 2012)


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