www.uzak.it - ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 24/25 | autunno/inverno 2016/2017

Uzak 18


Editoriale. Il primo festival senza.

Luigi Abiusi

altSenza retorica: ma è cominciato il primo festival di Cannes della storia senza la presenza, sia pure latente, di Manoel De Oliveira. Non dirò nulla di economia cinematografica (e letteraria, filosofica) di questa scomparsa, appunto evitando il risaputo, e perché altri ne parlano in questo numero di Uzak, come sempre fitto di cose: su alcuni dei registi che più ci piacciono (Martin, Larrain, Frammartino, Soderbergh), su altri sempre controversi (Seidl, Haneke), tutto uno speciale dedicato a un film importante, tra i più importanti dell'anno, Vizio di forma di Paul Thomas Anderson; e appunto una sezione rivolta a De Oliveira, che non può che straripare, anche rispetto al "genere", vista la forma ibrida, tra saggio e poema, usata da Bruno Roberti, già autore di un libro splendido Manoel De Oliveira. Il visibile dell'invisibile uscito appena un anno fa; e gli altri due articoli a firma di Cappabianca e Bruni, che riescono a delineare un profilo d'altronde irriducibile. Poi le interviste agli autori ospitati nella quarta edizione di "Registi fuori dagli sche(r)mi", tra maestri e talenti emergenti, poliedrici, come la Klotz, della quale attendiamo il nuovo film prodotto da Jacque Audiard.

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Poemanoel. Un Cantos per Manoel de Oliveira

Bruno Roberti

Uno

La Valle delle origini o le ali che sbucano dal terreno: acque superiori e inferiori, un cinema elementale. «Ema torna all’acqua perché viene dall’acqua. La sua morte è come una rinascita. Ecco perché è così gioiosa. Con l’acqua, la vita può continuare. Mi piace il suo rapporto istintivo con la natura, il biologico, l’animalità. Lei trascende costantemente la realtà, invece gli uomini non hanno ali.» (de Oliveira a proposito di Vale Abraão)

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Ancora su De Oliveira: il cinema, il teatro, la musica della luce

Alessandro Cappabianca

altPiù che viaggiatore di terra (magari in treno: Singolarità di una ragazza bionda; o in auto: Viaggio all’inizio del mondo), de Oliveira, come pellegrino della memoria, sembra essere stato specialmente un regista-navigante, in armonia con il suo imprinting portoghese (enigma di Cristoforo Colombo: era davvero nato a Genova?) – quando non riteneva, ovviamente, come nel Quinto impero, di limitarsi per tutto un film ai pochi metri quadrati d’un palcoscenico, sul quale cogliere i movimenti più impercettibili degli attori e della mdp, a partire da una condizione di frontalità d’ascendenza teatrale. Allora re Sebastiao ci viene mostrato nel suo castello, prima della folle impresa africana, preda di dubbi e incertezze, avversato dalla maggior parte della Corte, beffeggiato dai giullari – e tutto questo dopo che l’impresa (la disfatta) africana era già stata mostrata in NON.

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Ombre, specchi e galline

Andrea Bruni


alt«Ci sono moltissimi uomini che sono più infelici di te: questo non ti dà un tetto sotto al quale abitare, d’accordo, ma la frase è sufficiente perché ci si possa trovare riparo durante un temporale»
(Georg Christoph Lichtenberg)

«Ad una domanda circa le sue impressioni sul cinema, Kafka rispose: “È rapido. Pa! Pa! Pa! Pa! Pa!”. Per lui non c’era tempo per pensare a quel che accadeva. Per quello sono arrivato a fare un altro tipo di cinema, un po’ più ragionato, interiore, profondo..
(Manoel de Oliveira)

 

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Il film come laboratorio. Michelangelo Frammartino

Daniele Dottorini

altIl lavoro del film. La frase sembra semplice ma è in realtà ricca di sfumature che offrono straordinari spunti ad ogni operazione critica, soprattutto laddove ci si voglia liberare da una applicazione stantia e meccanica della politica degli autori. Il lavoro del film si mostra entrando nelle pieghe di un’operazione creativa che a volte si colloca a lato di un film, o che non è necessariamente legata al farsi del film stesso. È questo il senso di un’officina particolare che è o può essere un laboratorio filmico. Pensare al cinema come un’officina, un lavoro del film che è anzitutto materiale, il lavoro delle immagini.

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Autohystoria. Raya Martin e Pablo Larraín: il cinema come dispositivo di memoria

Pietro Masciullo

altIl passato – le immagini trasmesse dalle generazioni che ci hanno preceduto –
che sembrava in sé conchiuso e inaccessibile,
si rimette, per noi, in movimento, ridiventa possibile.
(Giorgio Agamben)






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Jelinek, Haneke, Seidl e il principio (austriaco) di realtà

Stefano Casi

altCi sono molte parole nel teatro di Elfriede Jelinek. Un’ipertrofia verbale che diventa ipertrofia visionaria e rispecchia l’atrofia della moderna società borghese. Un convegno a Bologna si è addentrato, per la prima volta in Italia, nel labirinto testuale della scrittrice austriaca, con studiosi, traduttori e artisti. È stato un vero happening, che ha scandito con la riflessione e il confronto il “Festival Focus Jelinek”, ideato e diretto da Elena Di Gioia, in corso in tutta l’Emilia Romagna fino al prossimo marzo.

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Qualcos'altro da sé

Luigi Abiusi

altOgni anno, la rassegna di cinema “Registi fuori dagli sche(r)mi”, frutto innanzitutto di un progetto librario che speriamo di incrementare con altri volumi, è occasione per un approfondimento dialettico su registi che, in modo diverso uno dall'altro, tendono a immaginare, e non descrivere, una fenomenologia del mondo.


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L’educazione inattuale. Conversazione con Júlio Bressane

Gemma Adesso, Michele Sardone

altLe affinità elettive tra il cinema di Júlio Bressane e «Uzak» sono già tutte in quella passione terminologica o vocazione a “tradurre” e dare forma alla distanza: uzak è un dis-limite, raccoglie e attraversa mondi “fuori dagli schermi” per metterli in circolo, ribaltando l’evidenza e lasciando spazio all’invisibile che sussiste. Il prefisso des-, come specifica lo stesso Bressane, «indica distanza, un passaggio di confine, ciò che resta fuori dal limite».
Con radicale coerenza, la quarta edizione della rassegna “Registi fuori dagli sche(r)mi”, a cura di Luigi Abiusi in collaborazione con l’Apulia Film Commission e «Uzak», non poteva che cominciare con la visione in prima nazionale di Educação Sentimental.

Abbiamo avuto il piacere di discutere con Bressane di immagini e di vita. A lui e a Rosa Diaz, preziosa compagna, va la nostra infinita riconoscenza.

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Al di là dell’oltre. Incontro con Abel Ferrara

Michele Sardone

altAbel Ferrara non s’incontra, si può solo tentare di intercettarlo. Ha la posa del gangster, circondato com’è da sodali, factotum, ragazze eteree. La hall dell’albergo, dove è fissata l’intervista in occasione di “Registi fuori dagli sche(r)mi”, è in loro possesso: gli uomini della gang sui canapè, a confabulare sul prossimo film come se stessero progettando un colpo, le donne sullo sfondo, una intenta ad estorcere note a un pianoforte (e lo farà per tutta la durata dell’intervista), l’altra alle sue spalle a mugolare un motivetto affine e fuori tempo. Quale a questo punto il ruolo dell’intervistatore? Detective, infiltrato, pollo da spennare? Forse è meglio non chiederselo. Non resta altro che accendere il registratore e poi si cercherà di ricostruire il flusso di parole, immagini, pensieri.

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La musica come sublimazione del sesso. Conversazione con Timm Kröger

Gianfranco Costantiello, Vanna Carlucci

altIl tuo film è tutto giocato sull’opacità dell’immagine, sui riflessi della luce nella macchina da presa, sulla luce intermittente delle candele che restituisce l’ombra tremula dei personaggi, un’ombra prossima a mutare, a scomparire. Ci puoi dire qualcosa intorno alla costruzione di questo spazio filmico misterioso, vago ed evanescente?

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Il cinema come atto di fede. Conversazione con Franco Maresco

Michele Sardone


altVedendo i suoi lavori, di Franco Maresco si conosce in prima istanza la voce, una voce che è immancabilmente fuori campo, proveniente cioè dal limitare della scena, da una posizione il cui confine è sempre difficile definire perché è essa stessa il confine di quel che si vede. Sfruttando questo suo essere al limite, al tempo stesso dentro e fuori da ciò che accade, si ha una visione privilegiata delle cose, che si mostrano per quello che sono. Abbiamo potuto incontrare Maresco e ascoltare la sua voce durante l’ultima edizione di Registi fuori dagli sche(r)mi, dove ha presentato il suo Belluscone, ricognizione con cui cerca di capire l’Italia attraverso la Sicilia (ed è Maresco stesso a citare prima il Goethe del Viaggio in Italia, «non si può capire l’Italia senza capire la Sicilia» e poi Sciascia, quando diceva che «la linea della palma stava avanzando, ovvero che l’Italia si stava sicilianizzando»). «Fare cinema è un atto di fede» ci dice, «ma durante la lavorazione di Belluscone ho avuto diverse occasioni per perdere quella fede».

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Viaggio al termine della notte. Conversazione con Héléna Klotz

Gianfranco Costantiello, Nicola Curzio

altLa scorsa settimana abbiamo visto nel corso di questa rassegna Nuits blanches sur la jetée di Paul Vecchiali. Il film si apre con una citazione di André Gide: «Obscurité, tu seras dorénavant pour moi la lumière». Questa frase potrebbe essere un’ottima chiave di lettura anche per il tuo film, tutto avvolto nel buio. Qual è il ruolo dell’oscurità ne L’âge atomique?

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Inherent Vice. Canne e zanne

Alberto Libera

altPer Aristotele il concetto di mimesis – inteso come impulso a riprodurre – caratterizza l’uomo. Per Ricoeur, la mimesi è contemporaneamente strumento di comprensione, configurazione e infine ri-creazione.
Una peculiare tipologia di mimesi archeologica è il substrato da cui origina Inherent Vice, tanto nelle pagine di Thomas Pynchon quanto attraverso lo scorrere dei fotogrammi dell’omonima trasposizione di Paul Thomas Anderson.

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Dalla parte di Doc

Nicola Curzio

alt«Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato» (William Faulkner, Requiem per una monaca)

«Il ricordo di una certa immagine non è che la nostalgia di un certo istante» (Marcel Proust, Dalla parte di Swann)


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Ci vuole una pettinatura per ogni circostanza

Matteo Marelli

alt

In un paese dove la meraviglia è vanto
Dove sognando passano i giorni ma non l'incanto
Dove sognando muoion le estati e il loro manto.

(Lewis Carroll)







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Iperboli e parodie: la poesia esistenziale del Grande Falso

Raffaele Cavalluzzi

altA pensarci bene, non dovrebbe essere una sorpresa quella del Grande Gatsby di Baz Luhrmann: lo sfrenato automanierismo del regista australiano, dopo l’apice straordinario raggiunto con Romeo + Giulietta di William Shakespeare, e divenuto regola con Moulin Rouge, ora torna a confermarsi con quest’ultimo film trasposto dal capolavoro di F. Scott Fitzgerald. Tuttavia le cose non filano così lisce e prevedibili, perché, a sovradimensionarsi, rispetto al plot originale, qui vi è un senso che riguarda direttamente l’identità poetica affidata al suo romanzo dal geniale scrittore americano, ma che rivela, paradossalmente, anche il profilo profondo della “maniera” luhrmanniana: la scrittura filmico(-letteraria) come “grande falso”.

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Nient'altro che mediocrità

Roberto Chiesi 

altL'assassinio di Pasolini - una tragedia finora rimasta senza soluzione e al tempo stesso emblematica per la sua stessa oscura enigmaticità - com'è noto è stato un evento determinante nell'imprimere definitivamente i crismi del mito alla figura, alla vita e alla storia dello scrittore-regista. Oggi, a quasi quarant'anni dalla sua scomparsa, Pasolini (la sua figura e la sua opera) è al tempo stesso un mito romanzesco, ossia un personaggio da romanzo, e l'autore di un'opera immensa, che viene studiata da tutte le angolazioni perché centrale e imprescindibile nella cultura italiana dell'ultimo secolo.

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Hannah Arendt secondo von Trotta

Raffaele Cavalluzzi


altIn qualche modo, nella filmografia di Margarethe von Trotta, si alternano opere di forte intensità ideologica e opere di altrettanta densità esistenziale. In Hannah Arendt, il film dedicato alla grande filosofa tedesca allieva di Martin Heidegger, le due tendenze sembrano concentrarsi in un unico punto di focalizzazione. Ciò nondimeno è opportuna, preliminarmente all’analisi del rigore estetico assunto dalla tensione etico-intellettuale della pellicola, qualche – necessariamente succinta – considerazione sul contenuto.

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Clamori al vento. L’arte, la vita, i miracoli

Matteo Marelli

altÈ difficile cercare di raccontare il binomio RezzaMastrella (Antonio Rezza/Flavia Mastrella). La girandola di definizioni, pur ingrandendo la propria rosa, continua a mancare questo Giano Bifronte della scena spettacolare, che in ogni sua espressione porta avanti una rigorosa destrutturazione delle forme (teatrale, cinematografica, televisiva, letteraria): l’esistenza della regola per RezzaMastrella significa la possibilità di scoprire nuove prospettive da aberrare. L’approccio esegetico, tormentato dalla lentezza e dalla gravità argomentativa, poco si adatta ad inquadrare il loro rappresentare latitante e performativo, febbrile e volutamente frammentario, che «rinuncia al filo del discorso, che poi è lo stesso filo che ti strozza» (p. 78)1.



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