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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Nient'altro che mediocrità

Roberto Chiesi 

altL'assassinio di Pasolini - una tragedia finora rimasta senza soluzione e al tempo stesso emblematica per la sua stessa oscura enigmaticità - com'è noto è stato un evento determinante nell'imprimere definitivamente i crismi del mito alla figura, alla vita e alla storia dello scrittore-regista. Oggi, a quasi quarant'anni dalla sua scomparsa, Pasolini (la sua figura e la sua opera) è al tempo stesso un mito romanzesco, ossia un personaggio da romanzo, e l'autore di un'opera immensa, che viene studiata da tutte le angolazioni perché centrale e imprescindibile nella cultura italiana dell'ultimo secolo.

Gli studi più importanti, italiani e stranieri, naturalmente sono proprio quelli che ignorano le ombre ingombranti di questo mito (e soprattutto il mito romanzesco del suo assassinio), se non analizzandolo come fenomeno in sé, che non può spiegare nulla dell'opera di Pasolini ma soltanto rappresentare un dato tragico della spietata ostilità che la sua esistenza suscitava in una buona parte della società italiana.

La peggiore letteratura su Pasolini è invece quella che si accanisce sugli “ultimi giorni di vita”, sull'ultimo giorno, sulle ultime ore, con un'ossessività morbosa e talvolta delirante. Si pensi ai libri di Giuseppe Zigaina, pittore pregevole ma esegeta pasoliniano assolutamente inattendibile. Al di là dell'omicidio, fra le mistificazioni editoriali relative all'”ultimo Pasolini” si annoveri anche il sopravvalutato 'romanzo' Qualcosa di scritto di Trevi, autentico bluff letterario che rivendica addirittura l'ambizione di voler decifrare le chiavi del “mistero Pasolini”, riducendolo ad una dimensione esoterico-turistica.

Quanto al cinema, si è purtroppo quasi sempre allineato alla pubblicistica più deteriore, con le uniche eccezioni di Angelus novus di Pasquale Misuraca, che presenta alcuni aspetti interessanti, e dell'onesto film-denuncia Pasolini un delitto italiano di Giordana.
Con il suo film intitolato pretenziosamente e perentoriamente Pasolini, Abel Ferrara scivola nel peggiore paradosso in cui possa cadere un artista che affronta la figura del geniale autore di La nuova gioventù: la mediocrità.

Mediocre, innanzitutto, l'idea di raffigurare la personalità di Pasolini descrivendolo nelle ultime quarantotto ore di vita, dal 31 ottobre alla notte fra il 1 e il 2 novembre. Un'idea banale che ha ispirato una catastrofica soluzione narrativa al regista statunitense e al suo sceneggiatore Maurizio Braucci: inserire nel racconto delle ultime ore le visualizzazioni dell'ultimo trattamento cinematografico che Pasolini si stava accingendo a realizzare (Porno-Teo-Kolossal) e del romanzo che stava scrivendo dal 1972 (Petrolio).

Il fallimento di Ferrara è subito evidente nel modo in cui ha tentato di ricostruire l'ultima intervista concessa dallo scrittore alla televisione, in quel caso la televisione francese: il confronto fra il reale documento audiovisivo (il programma «Dix de der» di Antenne 2) - dove, interrogato da un giornalista ostile, Pasolini risponde con un'ironia sottile e amara - e la fiacca ricostruzione che ne offre Ferrara, mostra in modo lampante tutti i limiti del regista statunitense, la sua impotenza a cogliere le sfumature, le contraddizioni, la complessità e la corporeità di un artista che non riesce a comprendere e che gli sfugge da ogni punto di vista.

La mediocrità del Pasolini disegnato da Ferrara risiede appunto nell'assenza di nuances di un personaggio che, nonostante la volonterosa (a tratti notevole) interpretazione di Willem Dafoe, è appiattito in un registro di tristezza e depressione cui manca un connotato essenziale proprio dell'ultimo Pasolini: la rabbia, il furore, l'intransigenza inflessibile di un autore che realizza un deflagrante film-ordigno come Salò, di uno scrittore che aggredisce la collusione fra stato e criminalità, che denuncia la degradazione antropologica del paese con gli articoli “corsari” e “luterani”. Il Pasolini di Ferrara è invece imbalsamato in una scialba, velleitaria unilateralità di visione e nell'approssimazione superficiale e, appunto, mediocre, di un'evocazione senza spessore, sia quando raffigura la vita familiare del poeta (il penoso siparietto domestico-familiare, con una sciocca e ingiusta caricatura di Laura Betti), sia quando si azzarda goffamente a rievocare sullo sfondo l'Italia degli anni '70, ridotta a qualche scritta sui muri e a qualche manifestazione di protesta che, secondo Ferrara e Braucci, si sarebbero svolte in piena notte...

Ma la mediocrità più imperdonabile del film risiede nelle scelte estetiche compiute da Ferrara per interpretare a suo modo le pagine e le immagini di Pasolini: il regista del Cattivo tenente converte le visioni dell'ultimo progetto filmico pasoliniano in un'orrenda imagerie patinata e leccata, con volti e corpi levigati da spot pubblicitario (il peggior insulto che si potesse fare all'iconografia pasoliniana), e rivela la sua assoluta inettitudine a capire e quindi a misurarsi con l'inferno e la vertigine organica di Petrolio, che riduce ad una serie di quadretti insulsi, fra il didascalico e il pornosoft. Altro che contaminazione, altro che fertile imperfezione: le sequenze di Ferrara sono anonime, inerti, incolori, come quelle di un qualsiasi regista televisivo.
L'unico istante che si può salvare, è la sequenza che, poco prima del finale, mostra Pasolini e il ragazzo complice degli assassini, seduti l'uno di fronte all'altro al ristorante, quando vediamo lo scrittore contemplare affascinato e malinconico la voracità giovanile del ragazzo che divora gli spaghetti. Ma è troppo poco.

Inutile, poi, soffermarsi sulla messa in scena dell'omicidio. Ferrara e Braucci avevano ogni legittimità di rifiutare la tesi del complotto e di interpretarlo come un incidente casuale (secondo loro, gli assassini non conoscevano Pasolini e volevano solo derubarlo). Il problema (il colmo, in questo caso) è che perfino quella scena è sciatta e insignificante come le altre: manca crudelmente uno sguardo, un'idea di regia, un'esigenza, uno stile.
Con il movimento di macchina che si solleva dal cadavere martoriato (ma assai meno di quanto non fosse in realtà), per ascendere al cielo (sic) e viceversa - mentre nella colonna musicale furoreggia la banalissima citazione della voce della Callas - Ferrara conferma infine la mediocrità della sua velleitaria pseudoteologia, che non ha nulla a che vedere con la ricchezza ossimorica e scandalosa pasoliniana ma è complementare, semmai, alla paccottiglia religiosa di seconda mano.


Filmografia

Angelus novus (Pasquale Misuraca 1987)

Il cattivo tenente (Bad Lieutenant) (Abel Ferarra 1992)

Pasolini (Abel Ferrara 2014)

Pasolini un delitto italiano (Marco Tullio Giordana 1995)

Salò o le 120 giornate di Sodoma (Pier Paolo Pasolini 1975)


Bibliografia

Pasolini P.P. (2002): La nuova gioventù: poesie friulane 1941-1974, Einaudi, Torino.

Pasolini P.P. (1992): Petrolio, Einaudi, Torino.

Trevi E. (2012): Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie, Milano.


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