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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Hannah Arendt secondo von Trotta

Raffaele Cavalluzzi


altIn qualche modo, nella filmografia di Margarethe von Trotta, si alternano opere di forte intensità ideologica e opere di altrettanta densità esistenziale. In Hannah Arendt, il film dedicato alla grande filosofa tedesca allieva di Martin Heidegger, le due tendenze sembrano concentrarsi in un unico punto di focalizzazione. Ciò nondimeno è opportuna, preliminarmente all’analisi del rigore estetico assunto dalla tensione etico-intellettuale della pellicola, qualche – necessariamente succinta – considerazione sul contenuto.


Si tratta, allora della posizione della Arendt a proposito di quella che, a partire dai crimini nazisti e dal processo Eichmann che ne portò alla sbarra la strenua malvagità, è ormai universalmente acquisita come la teoria della “banalità del male”. Nel film, più o meno direttamente, si discute della stessa legalità del processo al grigio “amministratore” della Shoah per arrivare a rinvenire lo sradicamento di ogni senso di umanità nel nucleo profondo della ferocia dello sterminio. Tale sradicamento però agisce, per estremizzarne la soggezione, non solo sulle vittime (si ricordi la drammatica evocazione che per primi ne fecero Primo Levi e Jean Améry), ma anche – trasformandoli in esseri non pensanti, non-persone – negli esecutori (purtroppo di massa) degli ordini e delle leggi omicide.

La Arendt, che portava alle estreme conseguenze la metafisica del suo Maestro, forse, però sottovalutava il fatto che l’opera di soggiogamento e di distruzione restava un’operazione pensante, perché l’uomo “normale” anch’esso, nell’eseguire il male, risponde al sé medesimo dell’inevitabile, interiore dialogo coscienziale (cioè, per Heidegger-Arendt, dell’intrinseca dinamica del pensare).

Tuttavia, a stimolare la virulenza della polemica dei risentiti detrattori della Arendt, all’epoca dei suoi scritti al momento e dopo il processo e l’esecuzione di Eichmann, fu però, ricorda il film, ancor più del dibattito filosofico, l’appendice, di natura sia politica che, per così dire, teologica, sulla responsabilità-complicità dei capi degli ebrei nell’immane sterminio. E allora si profila così il tema più profondo sollevato da Hannah: tout court, il problema del male che non conosce confini e distinzioni. La Arendt, nelle sue lezioni universitarie, contesta persino la definizione di male radicale e parla magari di male estremo, perché solo il bene è radicale, ottenendo, così , una forma di sdemonizzazione del male, su cui si soffermò la fase tarda del suo pensiero – come allude il film nella conclusione aperta sugli ultimi anni turbati della studiosa.

Il film della von Trotta è dunque un sentito contributo della regista allo scioglimento del grumo più tragico della vicenda tedesca, e non solo, del secolo scorso, portato avanti con la giusta inquietudine e la fatale ambiguità della passione ermeneutica, e costruito senza ridondanze e, specie sul versante dei sentimenti privati, con tenera, eccezionale eleganza (soprattutto nel devoto affetto per il marito, il poeta Heinrich Blücher).

I lunghi silenzi che attraversano il racconto, le angosciate riflessioni che li riempiono, la malinconia di una vita fatta di successi, ma anche di indimenticati fallimenti (la passione per Heidegger, impastata con l’imparare a pensare a lui dovuto) e di sofferenze (la prematura perdita del padre, che segna probabilmente la dimensione psicanalitica che avvolge nel profondo il dramma della protagonista), la resa puntualissima degli ambienti (i luoghi del dibattito e dei conflitti nella società intellettuale di ebrei newyorkesi, e quelli del cuore di Gerusalemme, dei suoi costumi contemporanei e al tempo stesso antichissimi), delle amicizie inossidabili e pure delle incomprensioni difficili da accettare (per tutte: quelle del “filosofo della responsabilità” Hans Jonas, e dell’affezionato, vecchio sionista Kurt Blumenfeld, mentre la ferita che più sanguina è l’insulto inviatole da un “gentile” coinquilino: «Va’ al diavolo, puttana nazista!»), fanno di questo film un capolavoro della von Trotta. Alla fine, anche perché è eccellente l’interpretazione della protagonista (Barbara Sukowa), e assai convincenti sono le prestazioni dei suoi comprimari.


Filmografia

Hannah Arendt (Margarethe von Trotta 2012)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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