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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Su Garrone

Valentina Dell'Aquila

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Ché l cuore Questo non mi spinge questo
[...] ché l cuore Questo non mi spinge...

(Carmelo Bene)

 


 

 

 

 


La sfolgorante membrana garroniana riluce in un nuovo corpo esotico spogliandosi di tutto l’apparato suppliziato che fu (L’Imbalsamatore, Primo Amore, Reality), torcendosi nella carne del tardo-gotico, nell’irrealtà della fiaba, distendendosi pulviscolare sul caos del racconto popolare secentesco (Basile, Lu cunto de li cunti, 1634).

Garrone ora dimentica l’invalsa paralisi del corpo sospeso, gli stati nevrotici, i morbi schiusi, il dissotterramento della carogna che è l’essere per temprare e bruciare al sole una materia astrale che riposa nel suo laido tessuto. Il colore è mitraglia. Si allontana sospeso tra realtà e incanto, respira con una densità martellante e imbeve le fibre di artificio, poi si addensa nell’atmosfera attaccandosi ad ogni aspetto sgretolandone la materia che germina nuova per levarsi sintetica. Confonde, distrae, impedisce: non è antico linguaggio per nuovi contenuti, è solo linguaggio aulico, selenico ritratto che non (si) risolve. Gli affanni visivi ardono di quella febbre medievale che è il superfluo e l’horror vacui si contenta per sovrabbondanza elettrica di impulsi: non più cinema del mancare, del (non) sentirsi vivere, della sottrazione midollare, bensì dell’ente spumeggiante, del sovrappiù, del fiammingo godere, della tirannide cromatica. La dimensione infiorescente e gaudente è annunciata dal saltimbanco che segna l’apertura e l’ingresso filmico a corte. E il corpo tripartitico del film si incrocia, si slega come un radiante passaggio di stato, «un irresistibile vortice che torce, una torsione il cui risultato è far salire il grado della coscienza» (Speroni 2002), aumentarne la sua temperatura nervosa, trascinarlo nel puerperio del suo antico peccato: la fregola. Ma questo eloquente abuso, questo sentire turchino, intervallato da fiotti «zotici e ferini» (Leopardi 2002) se pur decorato, è il sintomo pigro d’una ribellione monocorde piuttosto che ardente: e «ridere al sole è come ridere ai parenti» (Rimbaud 2004).

Ma non è certo nella vanagloria dei palpitanti incontri salmastri, Garrone. Né tantomeno nel respiro pietroso di nordiche tetralogie; non è nell’allunaggio del “San Giorgio” subacqueo, che spira umido e dimenticato. Né nel grido d’una frescura tremante d’aurora. Garrone torna cingendo un collo, decapitando stanco; torna animale, scorticando feroce, negando la pelle, squarciando vesti, lacrimando salive, sbavando sessi; è nella sofferenza paranoide, nell’atavismo bulboso dello zotico, che scuoia e spelliccia; nell’occhio spillato, nella sua sete virulenta e ripugnante, energia tra carcasse: nel mancato, nel sottratto, nel putrefatto, nell’isolato, nell’abdicato, lui è. Torna spettrale come la peste e resta, tutto resta, ma in una nuova luce. E l’antica lingua garroniana aveva raggiunto – già alla sua genesi – l’assassinio dell’ideale a favore del vero. Si coltivava un linguaggio a forza di urti, di nervi; s’era toccato l’indiscreto, creduto di dominare il patetico, s’è pensato di comprendere il deforme, di irradiarsi nel degrado di uno spazio in cui persino l’attorialità stessa si ammirava smarrita, destituita. Ci si è scorti adesso a proteggere l’invero, l’increato, il deterso, a disegnare un governo attoriale leggendario, a strangolare la potenza e catalizzarla in organi di rappresentazione, a procedere nella sospensione d’un linguaggio afasico. È forse violenza disgiuntiva: si cerca il corpo, la carne; ci vuole il colore, ma il colore è esigente poiché divora l’aspetto. E il rapporto tra oggetto e rappresentazione feconda una vera e propria perdita cosicché persino l’incarnato più delicato si apre sul caos: «dappertutto l’ampiezza, l’eccesso, l’abbondanza, la dismisura, la generosità, la pietà vengono a compensare una crudeltà spasmodica» (Artaud 1969) e «se l’occhio non si eccita abbastanza, lo si masturba un po’ con la messa in scena» (Jacques Lacan in Boioli 2011, p. 15). Da qui il nuovo cinema libidico che seduce e scorre, a corpo pieno scorre, nel suo consumo, nel suo coacervo auto-erotico d’energia. «Si consideri il tremolio, il tuffo al cuore, lo spavento, il flusso al cuore, i vermi intestinali e il corpo sciolto della povera figliola: non le è rimasta una sola goccia di sangue addosso»; «Il Re pensò che sotto di lui abitasse la quintessenza delle morbidezze, il primo taglio delle carni, il fiore delle tenerezze: gli salì una voglia dalle ossa, una fregola dal midollo delle ossa... », scrive Basile nel suo Racconto dei Racconti, e «amaro è chi a sue spese si castiga».


Filmografia di Matteo Garrone

Silhouette (1996)

Terra di mezzo (1996)

Bienvenido espirito santo (1997)

Il caso di forza maggiore (1998)

Ospiti (1998)

Estate romana (2000)

L’imbalsamatore (2002)

Primo amore (2004)

Gomorra (2008)

Reality (2012)

Il racconto dei racconti – Tale of Tales (2015)


Bibliografia

Artaud A. (1969): Eliogabalo o l’anarchico incoronato, Adelphi, Milano.

Basile G. (1976): Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille, Laterza & Figli, Roma-Bari.

Bene C. (2013): Opere con l’autografia l’un ritratto, Bompiani, Milano.

Boioli P. (2011): Carmelo Bene e il cinema della dépense, Falsopiano, Alessandria.

Leopardi G. (2002): Paralipomeni della Batracomiomachia, Carocci, Roma.

Rimbaud A. (2004): Opere, Feltrinelli, Milano.

Speroni F. (2002): La rovina in scena: per un’estetica della comunicazione, Meltemi Editore, Roma.


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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