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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Meglio chiamarsi Saul

Michele Sardone

Si dice che un’opera, per dirsi postmoderna, debba contenere in sé una riflessione sulla propria forma espressiva: un film deve riflettere sulla forma-cinema, un romanzo su cosa sia la narrazione, il teatro sulla rappresentazione e così via. Non ci interessa ora definire Vince Gilligan come autore postmoderno delle serie TV, ma possiamo dire che nei suoi lavori c’è, se non una riflessione, quantomeno un riferimento esplicito alle tecniche narrative della serialità.

Prendiamo ad esempio Breaking Bad, serie di cui è stato creatore e con la quale ha ottenuto un enorme successo di pubblico. Sin dal titolo, che potremmo tradurre liberamente con l’espressione italiana “di male in peggio”, Gilligan esplicita una delle regole auree della serialità contemporanea: se qualcosa può andar male, di sicuro andrà peggio. È qualcosa di un po’ più sofisticato di una Legge di Murphy: per tenere viva l’attenzione dello spettatore non basta più propinargli “il male”, magari sotto forma di una sequela di episodi tragici fino ad essere stucchevoli, piuttosto bisogna tentare di rappresentare “il peggio”, possibilmente nelle sue espressioni più deteriori e grottesche. Del resto non si deve far altro che seguire la distinzione tracciata da Lynch più di vent’anni fa: lasciar perdere Invitation of Love (lacrimevole serie farlocca) e prendere a modello la ben più crudele Twin Peaks.

Gilligan non arriva certo a tanto, cercando di mantenere comunque la narrazione formalmente realistica, ma di sicuro, in maniera più edulcorata, prova a far divenire l’improbabile la regola meccanica cui deve sottostare lo svolgersi della vicenda. In Breaking Bad è ben poco plausibile che un maturo professore di liceo malato di cancro diventi in due anni un trafficante internazionale di droga, ma una quanto più possibilmente precisa meccanica degli eventi e delle circostanze prova a supplire all’oggettiva carenza di credibilità del soggetto: ciò che si narra diventa credibile quanto più il modo in cui viene raccontato è efficacemente costruito.

Ovviamente la costruzione del racconto non è da sola sufficiente. Per far sì che una storia ci convinca, che ciò che è improbabile diventi ai nostri occhi possibile (se non inevitabilmente necessario ai fini della conferma di una morale sottintesa al fondo della storia) dobbiamo essere disposti a crederle, mettendoci nella condizione di volerci far ingannare. L’automanipolazione, ovvero una sorta di sospensione del nostro senso critico che ci induce all’illusione, è indispensabile per aprire le porte alla sorpresa, all’inaspettato: qualcosa di simile all’effetto dato dal grottesco, ma in una forma molto più appetibile. Questo patto tacito sottoscritto tra narratore e spettatore viene rappresentato più volte, fin oltre la soglia del credibile, nella serie spin-off di Breaking Bad, Better call Saul.
Qui il protagonista, James McGill, prima di diventare avvocato, è un piccolo truffatore a caccia di gonzi, un po’ come Totò venditore della Fontana di Trevi, che, attraverso un’accurata costruzione di vicende improbabili, riesce a convincere le vittime dei suoi raggiri che è a loro disposizione l’opportunità irripetibile di diventare essi stessi protagonisti di una storia incredibile, conscio del fatto che più sarà inverosimile la storia narrata (riuscirà persino a spacciarsi per Kevin Costner) tanto più l’ascoltatore sarà disposto a credergli. È una specie di allegoria del sogno americano (già causticamente dileggiato in Breaking Bad) che, secondo la retorica americana imperante, non aspetta altro che essere colto al volo quella volta nella vita in cui capita.

Nel corso della serie ci viene mostrato come pure il nostro James McGill, stanco di essere conosciuto come il truffatore “Slipping Jimmy”, e quasi costretto dal fratello maggiore, l’influente e affermato avvocato Charles, cerchi di adeguarsi al sogno: lavora duramente, studia sodo e riesce ad abilitarsi come avvocato, cercando di farsi trovare pronto quando arriverà anche per lui l’occasione di affrancarsi dal suo passato e diventare uno stimato professionista, magari persino un associato del prestigioso studio del fratello.
Ma non è questo che ci aspettiamo da lui: se abbiamo visto Breaking Bad, avremo sempre riposta l’attesa per il momento in cui verrà fuori l’alter ego di  James McGill , ovvero Saul Goodman, avvocato cialtrone e appariscente, personaggio all’inizio secondario in Breaking Bad, ma con una forza immaginifica tale da farlo subito risaltare al pari dei protagonisti e ad avere diritto ad uno spin-off a lui dedicato.

Anche qui Gilligan gioca con le tecniche e le regole seriali: lo spin-off parte, ma il personaggio che ci aspettavamo di vedere è differente. Gli assomiglia in maniera impressionante, non solo per l’aspetto ma anche per la loquacità e l’incredibile attitudine a ficcarsi nei guai, ma non è ancora lui: il nome è diverso, il modo di intendere la sua professione è diverso. Abbiamo James McGill che deve ancora diventare Saul Goodman.
Prende avvio allora una sorta di compendio su come costruire un personaggio attraverso la rappresentazione dei diversi tentativi che separano l’abbozzo iniziale dal risultato finale. Vediamo quindi lo sfigato avvocato d’ufficio James McGill impegnato nei vari tentativi per migliorare il proprio personaggio: prima tenta di prendere ispirazione dal socio del fratello, ma la scopiazzatura è evidente e fallisce subito; poi si cambia d’abito, e lo prende in prestito nientemeno che da Matlock, e sarà molto simile al completo color panna di Saul; quindi lo vediamo pronunciare fugacemente il nome del personaggio che deve diventare e come ha ottenuto l’anello che porterà al mignolo… Assistiamo cioè a una specie di serie di piccole agnizioni di particolari del personaggio, che tarda a farsi riconoscere nella sua interezza, fallendo troppe volte nel portare a termine la costruzione del proprio io.

Anche qui si può vedere una sorta di critica a uno dei capisaldi della retorica americana: l’individualità non è un’essenza che scaturisce liberamente e spontaneamente dall’intimo animo umano e che deve trovare fuori da sé spazio e riconoscimento sociale; l’individualità è piuttosto un processo di formazione del sé che viene plasmato per via esogena. James McGill cerca in tutti i modi di costruire se stesso in modo tale da ottenere un’attestazione di esistenza dal fratello maggiore (che qui, con un po’ di psicologismo d’accatto, potremmo pure individuare come surrogato della figura paterna), ma questi frustra ogni rivendicazione del fratello minore/figlio tenendolo legato a un’idea passata, a una condizione di minorità, per continuare ad averlo sotto il suo controllo. Assistiamo al paradosso per il quale chi si definisce maggiore (per età, potere, ricchezza, prestigio sociale) censura e sferza chi considera minore rispetto a sé; ma quando il minore prova a uscire dal suo stato minoritario, subito ne viene ricacciato proprio da chi gli sta sopra.

A James non resta altro che uccidere, simbolicamente e freudianamente, la figura paterna e i valori a essa legati, a costo di ricusare finanche se stesso e il suo nome; dovrà costruirsi un personaggio nuovo, a lui più congeniale, pezzo dopo pezzo, assemblando le parti più svariate, raccattate secondo il caso o l’affinità. Al sistema gerarchico che la condizione minoritaria sottintende, egli oppone uno sberleffo, conscio che, piuttosto che sottostarvi, è meglio chiamarsi Saul, e che «il mondo è un teatro, e noi non siamo che semplici attori».


Serie TV

Better call Saul (Vince Gilligan – Peter Gould 2015-in corso)

Breaking Bad (Vince Gilligan 2008-2013)

Matlock (Dean Hargrove 1986-1995)

Twin Peaks (David Lynch – Mark Frost 1990-1991)


Filmografia

Totòtruffa ‘62 (Camillo Mastrocinque 1961)


Ho visto cose

 

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