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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Il pensiero resistente. Su Bella e Perduta

Valentina Dell'Aquila

C’è un mondo sconosciuto all’interno di quello noto, uno spazio invisibile, immacolato, dove l’astratto è senza confini e il perimetro senza dimore. Un regno di omogeneità superiore, proibito, in rivolta.
Si dice che il mondo sia ciò che questo pensa di noi di ritorno, e il pensiero, la coscienza di questo pensiero sia diffusa solo a un numero limitato di anime (e a sentir certi miti, alcuni corpi attendevano di essere riempiti da un’anima, da viscere di spirito).

In Marcello c’è una rielaborazione di coscienza attraverso una nuova virtualità perturbante, una nuova irruzione d’io narrante: una dimensione a partire dall’animale a cui mescola certe sue soggettive chine (o vitree in occhi bovini riflette e poi scioglie) due immagini di comunione e sacrificio.
Eppure tutto ciò ha le sembianze di una preparazione, di uno stadio preparatorio in progressione di morte, una morte sudata, scevra, profonda, tanto profonda da sembrare senza amore, che affonda e poi sfonda.

Ci si è dati «la parola per parlare di quell’unico essere rimasto senza risposte, senza parole per rispondere?» (Derrida 2006, p. 71) Che poi a partire da questo animale che ci si nega – o a forza di torture (gli) si nega – vien da chiedersi: «ci si può avvicinare all’animale e essere guardati nudi dall’animale?» (Derrida 2006, p. 59). Quindi esser(si) visti nudi da occhi nudi fino a dimenticarne il colore... («vedere e dimenticare», direbbe Lévinas... [1984, p. 99]). A partire dall’animale, dal suo discorso interiore, oscuro: la poesia appartiene all’animale! E allora? Società e Stato, sappiamo, hanno bisogno dell’animale per codificare l’umano, per afferrarne e nominarne le lordure. Ora, ma Sarchiapone appare l’unica forma dotata di coscienza (di quella coscienza che nominiamo consapevole, dottrinale: poesia; e poi la brama animale è coscienza...), una coscienza romantica, germanica, sepolcrale, capace di attribuire non alla natura, bensì all’essere umano – sua deriva – il progresso criminale distruttivo della storia (che poi è contaminazione umana; e piuttosto che movimento di progressione sarebbe meglio dire: movimento circolare, biopotere).

Insomma in Marcello c’è un roseo sogno, una fotografia torrenziale e nebulosa, di azzurri sulfurei, campi incensati, e poi sfondi di luce aperti come occhi.
E sì che prima della morte di Cestrone questa guardava come inchiesta: questo globo isolato, lacerato, le agitazioni, le sommosse, le intossicazioni, i tropismi... Ed è questo: non già la commozione, la compassione, l’immedesimazione, ma il riflesso sperimentato immediato dell’autentico; non il verosimile: l’autentico... e qui si rielabora in una forma che è poesia, una forma selvaggia, apolitica, a-geografica, eppure geografica, e la rivoluzione non è che aprirsi un varco, una nuova prassi contemplativa, una nuova solitudine germinale.

La visione del fuori poi è tutto (quell’immagine attraverso finestre e fessure), il movimento esterno del sé in lunette di treni (Il passaggio della linea), di tram, o di palazzi a misurare la città (Il silenzio di Pelešjan), frammentato in azzurri a invadere porti (La bocca del lupo), abbandona, per così dire, l’interiorità: – al di là del soggetto, quindi al di là del punto di vista di questo soggetto – quanto più mormora (in voice-over), tanto più la sua coscienza diviene al di fuori (nel fuori del suo mutismo) per sciogliersi indefinita nel verdazzurro ciclo di campi su adagi pastorali (Cartellieri a ricordarci la schubertiana su Balthazar, o ancora, anche certi piani, certe prospettive di silenzio sull’animale, certi passaggi d’anima similmente in Frammartino).

Nella declinazione di un linguaggio interiore (quell’intervallato io narrante), nell’esternazione stessa di questo suo interno, di questa sua porzione di intimità ora condivisa, questo pensiero diviene al il fuori. Poi quel che avviene tra gli esseri viventi di Marcello è un riconoscersi nell’altro, un rapporto che è un essere uno di entrambi, o essere al tempo stesso l’oggetto e il soggetto: occuparsi della cronaca – qui elegiaca – di uno spasmo, di una zona sollevata, una «zona temporaneamente autonoma», per citare Bey; un luogo, quello della reggia, in grado di sparire nel momento in cui si giungerà nello Stato (Tommaso morirà qualche giorno prima degli “interventi” del ministro).
Di fatto il principio di tali impulsi sarebbe un irresistibile rigetto della sovranità, la creazione di un valore improduttivo (se produrre equivarrebbe a un produrre per vivere), l’atrofia dell’esser servo come minaccia, agonismo, abiezione (e ad esempio Pulcinella commuterà infine la sua mitologica eternità con l’umano, col terrestre), o semplicemente usura del sé.

Quindi il cinema entra nel corpo, tutt’uno col corpo, per far posto – a tratti – a una soggettiva che non registra ciò che l’umano osserva di questo animale che ci osserva (semmai: egli suppone come otticamente possa osservarci l’animale), no, la soggettiva guarda animale, gli occhi orlati della macchina guidano il flusso animale, guidano il suo avviluppo lento di fiato, nel divenirne il movimento – e nei limiti formali di un’imitazione contingentata – diviene animale. Diremmo che la macchina sottomette e abdica l’umano frame rate a una nuova velocità interna all’animale, diviene corpo con l’animale, terminazione nervosa, lenta fibra. Complicità inumana nella simulazione: simbiosi...
L’animale è un mezzo, uno strato da attraversare per partecipare agli affetti; è attraverso le sue epidermidi che invita a entrare, attraversandolo nelle sue micro-frazioni, nelle sue soggettive infrante, negli occhi asciutti, diveniamo animale, diveniamo il suo territorio, diveniamo coscienza.


Bibliorafia

Bey H. (2007): T.A.Z. Zone temporaneamente autonome, ShaKe Edizioni, Milano.

Derrida J. (2006): L’animale che dunque sono, Jaca Book, Milano.

Levinas E. (1984): Etica e infinito, Città Nuova, Roma.


Filmografia di Pietro Marcello

Il cantiere (2004)

La baracca (2005)

Il passaggio della linea (2007)

La bocca del lupo (2009)

Napoli 24 (segment Rettifilo) (2010)

Il silenzio di Pelesjan (2011)

Marco Bellocchio, Venezia 2011 (2011)

Venice 70: Future Reloaded (2013)

9x10 novanta (segmento L'umile Italia) (2014)

Bella e perduta (2015)


Ho visto cose

 

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