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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Il dolce frastuono

Gianfranco Costantiello

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A metà degli anni Settanta, Lou Reed è una delle figure più eclettiche e irriverenti nel panorama musicale mondiale. Eppure la tormentata avventura con i Velvet Underground - un inanellamento di fiaschi commerciali con tanto di inevitabili dissapori che porteranno al prematuro scioglimento - non aveva fatto sperare nulla di buono. Piombato a Londra, si invaghisce della stravagante figura di David Bowie, appena di ritorno da un malinconico viaggio interstellare nei panni di Ziggy Stardust. È da questo incontro che nasce una delle pietre miliari del glam-rock e primo grande successo di Lou Reed: Transformer (1972). Ma l’improvvisa fama sembra schiacciare Lou, che teme di cristallizzarsi in un personaggio – quel Frankenstein del rock incerato nella copertina di Mick Rock – in cui, in fondo, non si riconosce. Così, prova a defilarsi con il suo lavoro più ambizioso e, probabilmente, anche il suo vertice artistico, Berlin (1973), che verrà però accolto freddamente da pubblico e critica. “Più faccio schifo e più vendo” confessa caustico e incredulo, appena un anno più tardi, all’uscita di Sally Can’t Dance. Album, quest'ultimo, rinnegato e che gli farà montare dentro un irriducibile disprezzo verso chi ai suoi concerti non fa altro che chiedergli Vicious e Walk on the Wild Side.

Siamo nell’estate del ‘75 e Lou annuncia alla RCA, inventando tutta un’incredibile storia di sei anni di lavorazione, Metal Machine Music. Quasi me lo immagino, chiuso nel suo alloggio newyorchese, con la bocca piegata in un ghigno, mentre registra quello che sembrerà, né più né meno, un grosso vaffanculo ai suddetti fan. Sulla copertina, accanto alla sua ombrosa e statuaria figura, campeggia provocatoriamente: “Se questo disco non vi piacerà, non vi biasimo. Non è per voi. La mia settimana scandisce il vostro anno.”

Anelato suicidio commerciale o the greatest record ever made in the history of the human eardrum - come lo definisce Lester Bangs nella celebre recensione sulle pagine di Creem – MMM è un’opera beffarda e sovversiva, concepita da un genio incontenibile che sembra spingere nell’iperuranio il concetto di tonalità monocorde messo a punto dal suo compare John Cale ai tempi dei Velvet Underground. Ispirato anche dalle volute lisergiche di La Monte Young e in preda a deliri anfetaminici, Lou non si limita a suonare la chitarra, o meglio a maltrattarla, ma con la furiosa volontà di scardinare il suono dalle sue traiettorie l’abbandona letteralmente contro l’amplificatore in una infuocata disputa di riverberi lancinanti. Il risultato sono quattro tracce, di poco più di un quarto d’ora l’una, inaccessibili, se non inascoltabili, e per questo tanto vicine ad opere avveniristiche e maudites come lo erano state, per esempio, Sacre du Printemps di Stravinsky nel 1913 o 4’ 33’’ di John Cage a inizio anni Cinquanta.

Sulle rive del suo magma plumbeo e febbrile sembra di non potersi specchiare in nient’altro che non sia il nichilismo del suo autore, anche se spesso, a dirla tutta, ci si può meravigliare nello scoprirsi a due passi d’aria da inesplicabili chiarori celestiali.
Infatti, non bisognerebbe lasciarsi fuorviare da ciò che viene immediatamente a insediarsi nell’orecchio: l’ascolto deve provare a rompere la superficie apparentemente impenetrabile del wall of sound per intercettare quelle sfumature del suono che sfuggono all’intenzionalità del suono stesso. Si tratta di un dolce frastuono impregnato di distorsioni e sovraincisioni imprendibili che sembrano dissolversi nel momento stesso in cui si crede di averle afferrate. Si direbbero fumose sub-melodie che s’intersecano secondo trame sempre inedite e che dipendono esclusivamente dalla percezione dell’ascoltatore e, naturalmente, dalla maniera in cui si fruisce dell’opera. Ecco, dunque, l’aspetto più rivoluzionario di MMM: l’essere un’opera incompiuta e aperta che restituisce a ogni singolo ascolto un’esperienza sonora unica e irripetibile.

Alla luce dei suoi quarant’anni, che cadono proprio quest’anno, ci si sorprende non poco nel ravvisare un lascito che allora non doveva sembrare solo improbabile, ma chiaramente fuori discussione. Come spocchiosamente rivendicherà Lou, qui si agitano gli embrioni stridenti dell’heavy metal, del grunge e del noise e anche, se vogliamo, quelli più eterei dello shoegaze. Pensate, per esempio, alle deflagrazioni dei Sonic Youth e alla loro singolare maniera di cavare l’anima di una chitarra elettrica con cacciaviti e altre diavolerie, o ai deliquescenti e stratificati muri sonori eretti da Kevin Shields e i suoi Valentine. Seppur MMM fosse stato confinato dallo stesso Bangs - per l’uso invasivo e disturbante dell’elettronica - in un limbo anti-human e anti-emotional, è senza ombra di dubbio, ancora oggi, nella posizione inamovibile e privilegiata di opera seminale.
E d’altronde, non bisognerebbe neanche sottovalutare la portata politica di tale opera. Nella sua salmodica intransigenza, Lou, infatti, non si limita a sgambettare l’endemica assuefazione dominante, ma sembra deciso a strapparle un’insperata promessa di redenzione. Imparare ad amare, come scrisse Nietzsche. E cioè, indirizzare la volontà nel sostenere qualcosa di estraneo e inaudito affinché si possa giungere a quella rivelazione in cui lentamente cade il velo e ciò che era lontano e straniero appare come una nuova e inenarrabile bellezza.


Ho visto cose

 

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