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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Editoriale. Gelsi.

Luigi Abiusi

alt«Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: -Io-. L’ausilio dell’arte medica, lenimento e pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua ed alcool delle pezzuole strizzate, ricadere gocciolando in una bacinella ed alle stecche della persiana già l’alba. Il gallo improvvisamente la suscitò dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita». (C.E. Gadda, La cognizione del dolore)


Al di là del cinema, svilito dai fanatismi odierni, Cimino fu per me invito a uscire dalle coordinate a se stanti (così stagnanti) del cinema e della letteratura, inebriato com'ero da Landolfi, dai francesi: stupefacente Il grande Meaulnes di Fournier, l'eremo antico dei boschi, dei riti pagani, le adolescenti abbacinanti; e Radiguet, Bataille invaghito di Edwarda; il primo Parise era come onirico; poi quello di cui cercai quasi invano corrispondenze nel Prete bello di Mazzacurati; le scorribande in bicicletta tra i boschi, che erano anche le mie, al pilone di Sant'Angelo; gli amori, le gambe candide, spalancate di Fedora, mentre sorgeva dalle acque padovane la fisarmonica di Fiorenzo Carpi, Sotto la pioggia, ad aprire squarci improvvisi sul Pinocchio di molti anni prima, la magica povertà dell'Italia di Comencini, i riboboli di Collodi, i campi, l'incarto unto delle frittelle che Lucignolo divorava: «Cena dirigeva il racconto e mi interrompeva per strofinare le nocche sulla testa di qualcuno dei presenti o per mettere la mani sotto le sottane a Liliana, una ragazzina ben fatta e sempre senza mutande di cui si diceva che fosse molto calda» (G. Parise, Il prete bello).

E una volta fuori, fu occasione per testare le possibilità di un hic et nunc popolato di persone. Approssimazione all'altro, alla sacra, estatica diversità dell'altro, fu per me l'esperienza del Cacciatore, dei Cancelli del cielo, di Verso il sole: un'epopea certo dei grandi spazi d'America, dei suoi stadi terragni (il cielo visto da terra, tra la polvere e il fango di un contorcersi tutto umano), ma alla fine, esperienza panteistica del riconoscimento altrui. La realtà popolata, popolosa, poteva impregnarsi così di quello stesso senso ritrovato nei testi; le persone divenivano personaggi (distillazione di emotività); il senso, uno dei sensi del cinema, un che di umanistico, bagnava la realtà che allora diveniva, tornava a essere, dimensione simbolica.

Poi una specie di etica del racconto di Kiarostami, e di lì degli altri iraniani, Naderi, Makmalbaf, che credevo votati al paesaggio, per non poter dire di politica, società; e invece dicevano, narravano con una vitalità mai vista. E continuano a farlo, visto che a Venezia tra qualche giorno ci saranno Naderi e il suo Monte, Drum di Keywan Karimi e The Bad Batch di Ana Lily Amirpour, che tra l'altro qualche risposta e(ste)tica, meticcia, al blaterare balneare sul burka, l'ha data già in A Girl Walks Home Alone at Night rompendo schemi, confini, varcando i territori in direzione di sempre nuove forme di vita: l'ostinazione alla vita, cioè al cinema, alla poesia nel momento stesso in cui essa intacca, inscrive la realtà; fine ultimo di ogni linguaggio, di ogni creazione.

E allora mi viene in mente il vecchio del Sapore della ciliegia, che compare all'improvviso nei suoi abiti frusti a perpetuare il miracolo dell'apparizione e racconta dell'albero dei gelsi. «Sono trent'anni che sono prigioniero di questa terra. Permettimi di raccontarti un ricordo personale. Era agli inizi del mio matrimonio; avevo passato tanti di quei guai, di tutti i tipi. Alla fine ero talmente esausto che ho deciso di farla finita. La mattina presto, era buio, mi sono alzato, ho preso la corda e l'ho messa dietro la macchina per andare a farla finita per sempre, per andare a suicidarmi. Era nel '60. C'era una piantagione di gelso vicino alla nostra casa. Era buio. Ho gettato la corda varie volte, ma ogni volta non si agganciava: ho tirato la corda una volta e niente; ho tirato una seconda volta e niente; alla terza sono salito sull'albero. Sono salito e l'ho legata: e lì ho sentito una cosa su una mano, un gelso, e che gelso! Dolcissimo. Il primo l'ho mangiato; ho mangiato pure il secondo; e poi ho mangiato anche il terzo. A un certo punto ho visto il cielo che si stava schiarendo; il sole era sorto sopra la montagna: che bel sole! Che vista! Quanto verde! A quel punto ho sentito le voci dei ragazzi. I ragazzi andavano a scuola: quando hanno visto che io mangiavo i gelsi hanno detto “scuoti l'albero”. Io ho scosso il ramo e loro hanno mangiato: loro mangiavano e io ero contento. Poi ho scelto un po' di gelsi, li ho raccolti in una foglia e mi sono presentato a casa con quel regalo. Mia moglie non si era ancora alzata: ne ho dati un po' anche a lei. Anche lei li ha mangiati, anche lei li ha gustati: ero andato a suicidarmi e sono tornato con i gelsi. Capito? Mi ha salvato un gelso. Un gelso...».


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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