www.uzak.it - ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 24/25 | autunno/inverno 2016/2017

Uzak 24/25


Editoriale. Per un'invenzione del prosieguo.

Luigi Abiusi

altLe cose significative del 2016 da serbare, ricordare. Un'operazione non feticistica, almeno nel nostro caso, quanto invece di iniziazione del nuovo anno, del prosieguo: incentivo alla continuazione, in esistenze di scritture, ripensamenti, invenzioni. Se si pensa alla materia-cinema che si dibatte tra spazio e tempo, forze e forme, realtà e reale, allora si può considerare, magari, l'ultimo Serra (una delle visioni più folgoranti degli ultimi tempi) in stretta relazione e continuazione, mettiamo, a Cemetery of Splendour dell'anno scorso, cioè a quelle forze, io direi “quello spazio”, che attendono, brulicano sul fondo del quadro e si pongono problematicamente rispetto alla possibilità di divenire forme.

continua...
 

Lav Diaz o i colori del lutto. I figli dell’uragano. Libro primo

Alessandro Cappabianca

altC’è colore e colore, ma vedere il mondo a colori (siano pure colori cupi) è una cosa naturale. Lav Diaz non sembra affatto convinto, invece, che sia naturale vedere il mondo a colori (siano pure cupi) attraverso l’occhio della cinepresa, come se lo ritenesse un indebito abbellimento, come se non potesse dimenticare le origini, quelle del bianco e nero, quando il cinema (per dirla con Godard) prendeva il lutto per la realtà. Si dovrebbe riflettere di più su questo fatto: quella del cinema (con la fotografia) è stata la sola arte nata in bianco e nero, e a lungo rimasta tale, anche se quasi da subito si è cercato di darle i colori, magari a mano, fotogramma per fotogramma (esiste il disegno, certo, ma è basato sulla linea, e in genere propedeutico alla pittura).

continua...
 

Tra profanazioni e re-incantamenti: la ninnananna sul mistero doloroso di Lav Diaz

Pietro Masciullo

altIniziamo con A Lullaby to the Sorrowful Mystery (2016). Il cinema di Lav Diaz, del resto, ci appare da sempre come una paradossale ninnananna sul mistero doloroso: da un lato i traumi dolenti della storia filippina colti sempre tra colonialismo e dittature, ingiustizie e morti violente, menzogne e oblio della memoria; da un altro lato il re-incanto dell’immagine cinematografica che si prenda in carico la riemersione di una memoria rubata e la creazione di un immaginario popolare finalmente dal basso. I tre protagonisti di questa ninnananna, allora, non potevano che rimanere in fuori campo: figure incorporee perse di nuovo nel visibile di piani sequenza lunghissimi che sfondano l’orizzonte.

continua...
 

The Woman Who Left

Mariangela Sansone


altNon possiamo dimenticare quello che eravamo
Niente rimane. Tutto si perde.
Come si può rispondere a una domanda alla quale non c’è risposta?


La memoria è una lacrima che scende dalla “bianca palpebra” dello schermo di Lav Diaz, un elemento doloroso, sempre presente, perché «non si può dimenticare quello che eravamo». Il passato è uno specchio che si riflette nel presente, e quella palpebra si apre sulla realtà, il trenta giugno del 1997, nel giorno in cui termina il protettorato inglese a Hong Kong.

continua...
 

Infinitizzare il finito

Cecilia Ermini

tramontoL’esperienza pittorica per Franco Piavoli può considerarsi una sorta di sublime surrogato all’assenza della macchina-cinema dove la fortissima poetica, che già nei cortometraggi esplodeva nel bianco e nero della sua Paillard 8 mm, è rintracciabile fin dai primi disegni, acquerelli realizzati da ragazzo, per puro diletto, verso la fine degli anni Cinquanta. Il piccolo paesaggio autunnale Tramonto ad esempio, datato 1958, inaugura questi primi esperimenti di colore che si interrompono al profilarsi degli orizzonti offerti dalla pellicola e non è un caso che, a partire dall’inizio degli anni Settanta, Piavoli, dopo il dolore per un mancato lungometraggio dal titolo Cara Dalia, abbia ripreso in mano il disegno, avendo perso l’opportunità di fare film, preclusione che durerà per quasi due decenni.

continua...
 

Franco Piavoli. Il corpo filmico è il corpo umano

Mariangela Sansone


altLe cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere;
la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato.
(Rilke, Lettere a un giovane poeta)




continua...
 

(P)ossessioni e resistenze. Intervista a Federica di Giacomo

Leonardo Gregorio

altL’umanità che incontra nei suoi documentari ha sempre un desiderio. Quello di uno spazio da inseguire, da cercare; è la domanda a un mondo a cui non si appartiene. Liberami, viaggio nei riti d’esorcismo in Sicilia, lavoro che ha avuto un percorso molto lungo – tre anni – di gestazione e sviluppo, è approdato alla “Mostra di Venezia” 2016 e ha vinto il premio per il Miglior Film nella sezione “Orizzonti”. Per Federica di Giacomo l’opera sicuramente più difficile e radicale, la nuova tappa di un percorso cinematografico già segnato da Il lato grottesco della vita (2006) e Housing (2009).

continua...
 

Automation Wang Bing

Valentina Dell'Aquila

altBaudrillard diceva che lavoriamo con l’illusione postuma della fine, ma se una fine implica che qualcosa sia davvero avvenuto, stando alla realtà, possiamo davvero esser certi che qualcosa abbia avuto luogo o meno? Il punto, come dice Badiou, è ancora una volta quello di sapere quale sia, al di là di questo tema della fine,il rapporto dell’arte col reale o quale sia il reale dell’arte, la differenza tra luogo e l’aver luogo…

continua...
 

Monte: Sinfonia Rumorista

Giulio Vicinelli

altHo curato personalmente tutti gli aspetti del suono e ci ho dedicato più di sei mesi di lavoro, perché insieme al montaggio è l’aspetto fondamentale, la chiave di questo film, sebbene poi sia l’immagine a tenere insieme il tutto. (Amir Naderi)

Nella vezzosa frescura di una terrazza veneziana fronte mare Amir Naderi mi spiega che l’idea di creare una «sinfonia di rumori» era inscritta sin dal principio in un nucleo ideativo risalente a più di una decina di anni fa, che, passato attraverso vari tentativi infruttuosi di realizzazione, oggi sboccia a definitiva epifania con questo Monte, di bellezza primeva e oscura, presentato fuori concorso alla 73° edizione del Festival del Cinema di Venezia.

continua...
 

L’infinita fabbrica dei simulacri di potere. Cantieri del cinema e cantieri di memoria nei film di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti

Carmen Albergo

altCon L’infinita fabbrica del Duomo (2015) Massimo D’Anolfi e Martina Parenti assestano, per la seconda volta all’interno della propria filmografia, una sterzata, che è senza soluzione di continuità, conclusione di un percorso e virata verso un nuovo orizzonte progettuale.
Vertice e di nuovo primo passo di una scalata, sempre al rilancio del grado di difficoltà scopica.

continua...
 

La pietra lunare di Franco Piavoli

Gemma Adesso

altElla aveva un senso acuto della festa. Cioè dell’aria di festa, la quale aria, tanto scuorante nella città, non manca invece, in paese, d’un certo lievito, se si riesce ad esserne avvolti. [...] in paese consiste più che altro in una disposizione dell’animo; se non si voglia dire in un suono di campane, in un cielo o venticello speciale. [...] Distinguere con metodo rigoroso i vari elementi di quest’aria di festa allo scopo di chiarirne l’origine sarebbe tempo perso; chi ad esempio tentasse la speciosa argomentazione che nei giorni cosiddetti di lavoro non si portano scarpe e che quindi il famoso batter di tacchi è un comune batter di tacchi strano solo perché inusitato, non caverebbe ugualmente, per il resto, un ragno dal buco. Di positivo resta solo il suono delle campane; quanto al venticello, ognuno se lo fa come vuole, al pari di molte altre cose.
(Landolfi, La pietra lunare)

continua...
 

Noi crediamo. Conversazione con Massimo D’Anolfi

Michele Sardone

altLa mano è la macchina da presa più perfetta che esista in natura. Lo è non solo per la sua presa di precisione (che è stata la prima caratteristica che ha distinto l’uomo dal resto degli esseri viventi), ma anche perché il contatto della mano con l’oggetto preso proietta una sua immagine nel buio del cervello. Questa proiezione scatena connessioni con altre immagini: è la capacità dell’uomo di immaginare e di formulare progetti. L’uomo è quindi naturalmente portato a pensare cinematograficamente e a creare con il lavoro delle mani. Tutto questo processo viene ripreso nell’ultimo film di D’Anolfi e Parenti, Spira Mirabilis, presentato a Bari durante la quinta edizione di “Registi fuori dagli scheRmi”, con ospite Massimo D’Anolfi.

continua...
 

Tra il reale e l'altrove. Intervista a Irene Dionisio

Leonardo Gregorio

altIrene Dionisio, 30 anni, torinese. Nel suo curriculum, tra le altre cose, videoarte e documentari. A “Registi fuori dagli sche(R)mi” ha portato Le ultime cose, sua prima opera di finzione, che, dopo la Settimana Internazionale della Critica 2016 a Venezia, è riuscita a trovare anche piccoli sbocchi distributivi nelle sale. Un film di storie e vite che nel Banco dei pegni trovano il loro teatro; con gli oggetti impegnati, e la speranza di riscattarli, a comporre il sentimento dei personaggi. Un film che è provvisorio punto di arrivo di una ricerca che ha radici più lontane.

continua...
 

Dei cambiamenti del corpo. Conversazione con Xander Robin

Beatrice Fiorentino, Cinzia Giordano

altUn cinema in divenire, quello di Xander Robin, tanto nel processo di creazione, quanto nelle immagini che si stampano sulla pellicola: i corpi dei personaggi come involucri fragili, portati alla continua metamorfosi dai loro stessi disturbi compulsivi.
Complice la costellata strada della mutazione e della corruzione del corpo (dalla scena cyberpunk alla New Wave newyorkese), vien da chiedersi se è lecito credere che il cinema sia anche questo: un ininterrotto movimento metamorfico dell’immagine che persiste.
Incontriamo il regista Xander Robin in occasione della rassegna barese “Registi fuori dagli sche(r)mi”.

continua...
 

Paul Schrader - Il cinema della trascendenza

Leonardo Gregorio

altNel 1972, ventiseienne, riadattando la sua tesi di laurea alla UCLA, pubblica il saggio Trascendental Style in Film, tradotto in Italia trent’anni dopo dall’editore Donzelli: Il trascendente nel cinema. Ozu. Bresson, Dreyer. E nel segno di tre maestri, Paul Schrader intenderà e farà cinema. Certamente non come la banale applicazione dei modelli studiati e amati; si tratterà, piuttosto, di una tensione forte, costante, tanto assoluta quanto necessariamente contaminata, aperta, dentro le sue immagini e le sue storie, dall’American New Wave a oggi. Una tensione non esteriore ma, per così dire, “esistenziale”, perfino osteggiata, ridicolizzata, rifiutata da alcuni suoi produttori.







continua...
 

Appunti per The OA

Luigi Abiusi

Reduce da sistematiche partecipazioni al Sundance Festival e dalla regia di qualche episodio di  Wayward Pines, quindi dentro un'idea consolidata (forse anche usurata, standardizzata) di cinema indipendente; poi in certa pragmatica della serialità, televisività dell'immagine; Zal Batmanglij dirige per Netflix The OA mescolando registri, frammentando ancora l'epopea americana (mentre Soderbergh ha colto l'origine di questo passaggio, all'inizio del postmoderno) in una costellazione di storie, tra contingenza e fantasia.

continua...
 

I dischi del 2016

altLa musica "vista" da chi si occupa di cinema. La lista dei più bei dischi del 2016, da parte di redattori e collaboratori di Uzak












continua...
 


Teniamoci in contatto

FacebookTwitterFlickrInstagramPinterestYoutube