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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Paterson o delle Immagini-Poesia

Alessandro Cappabianca

altJarmusch conferma che una città di poeti (William Carlos Williams, Allen Ginsberg), di anarchici (Gaetano Bresci) e anche di comici anarchici (Lou Costello), non può essere che una città-fantasma, percorsa da autobus-fantasma, occupati da passeggeri-fantasma. Al volante, un Driver-fantasma, uno che porta lo stesso nome della città (Paterson) e ha il dono di vedere ovunque fantasmi (o fantasmi-gemelli). Jarmusch a sua volta, fantasma dai bianchi capelli vaporosi, ha il dono di rendere fantasmi i suoi attori, e al contempo di ipnotizzare gli spettatori, inducendoli a credere nell’incredibile, ossia nell’esistenza corporea dei poeti.


Dove vivono, in effetti, i poeti? William Carlos Williams (o Carlo William Carlos) pensava, contro T.S. Eliot, che non dovessero necessariamente vivere in Europa, in una Waste Land, che c’era un posto per loro, almeno in America, su una panchina ai piedi d’un ponte, in vista d’una scenografica cascata. Jarmusch, regista d’oggi, forse non può esserne altrettanto convinto, tanto che manda Paterson (l’autista-poeta) e sua moglie Laura a vedere (o rivedere) Island of Lost Souls, film in bianco e nero, diretto nel 1932 da Erle Kenton. Questo sembra significare che i poeti siano lost souls, anime perse, legate all’esistenza di un carnet segreto, da non far leggere neppure alla propria moglie, anche se si chiama Laura, come la Musa del Petrarca, ed è altrettanto bella. C’è un cane in agguato, in ogni caso, un bulldog dall’aria paciosa, che però ringhia minacciosamente, come avrebbe ringhiato il venerabile Agostino, ogni volta che Paterson e Laura esagerano nelle reciproche tenerezze, e non approva l’esistenza di taccuini segreti, spingendosi a divorare quello che Paterson ha lasciato incautamente per una volta incustodito.

Eppure c’è una paradossale staffetta da poeta a poeta, proprio tramite la trasmissione e il passaggio di taccuini segreti. Quello distrutto dal cane, allora, può essere sostituito da uno nuovo, ancora tutto da riempire, recato da un messaggero. Forse un Angelo, venuto apposta dal Giappone per impedire che Paterson rimanga senza poeti e debba contentarsi dei dolcetti di Laura, lasciandosi inghiottire dall’inesistenza.

altLa città, in effetti, non esiste se non nella poesia. Dai finestrini dell’autobus n. 23 si vedono case, alberi, viali, edifici di mattoni rossi, passanti, incroci, semafori, insegne di negozi, bambini tenuti per mano dalle mamme, mentre attraversano la strada – ma attenzione, non sono altro che illusioni ottiche, riflessi dello sguardo di un poeta che un tempo li ha guardati e di altri poeti che ora li guardano. Non c’è solo Paterson a Paterson, infatti, ma anche una ragazzina (gemella) seduta su un muretto, a scrivere poesie, altrettanto belle (o brutte), su un altro taccuino segreto. Può accorgersene perfino chi non è poeta, purché abbia occhi, dato che i versi hanno l’abitudine di comparire in sovrimpressione sui muri degli edifici, lungo le strade: solo di giorno, però, perché di notte tutto, anche il pub (senza televisore) gestito dal vecchio barista nero appassionato di scacchi (che perde regolarmente nelle partite contro se stesso), entra a far parte dei sogni e può avervi luogo una nuova versione a puntate della storia tra una Giulietta e un Romeo neri, con lei che non vuole saperne di lui, ma senza spargimento di sangue finale.

Di sera, girano ben poche persone, a parte Paterson e il suo cane, e la città assume, insomma, il suo vero aspetto, che è quello spettrale. Si entra nel bar come si entra in un sogno ricorrente, ma la stessa cosa accade, con poche variazioni, ad ogni risveglio mattutino, perfino ogni volta che ci si reca da casa al lavoro, come se ricominciasse sempre un sogno (o un incubo) a occhi aperti – o una poesia. Qualcuno ha evocato, per il film, la figura retorica dell’anafora (o ripetizione), e forse Jarmusch, qua e là, se ne è anche fidato troppo – ma l’importante è che dalle immagini visibili (quasi) ripetute, emerga la nostalgia di quelle segrete: le (quasi) invisibili immagini-poesia.


Filmografia

Island of Lost Souls (L’isola delle anime perdute) (Erle Kenton 1932)

Paterson (Jim Jarmusch 2016)


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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