Una prima versione di questo articolo è stata pubblicata sul Manifesto il 27 aprile 2023
L'energia della bugia, della finzione – le verità più recondite emanate dal falso, dall'artefatto; Nietzsche, poi Heidegger la chiamavano «poesia»: il finto, foss'anche barocco, l'evocazione di mondi, infraregni di fantasia – è il motore di Mediterranean Fever di Maha Haj (premiato a Cannes) che però ha poco di palestinese, di quello che uno si aspetterebbe da un film palestinese, cioè storie di terre e libertà, di popoli invasi e resistenti di fronte al prepotente.
Il cinema non è morto. Giusto! Oppure il cinema è un non morto? La pandemia sembrava aver inferto il colpo di grazia al grande schermo, invece ci voleva solo linfa nuova, anzi, sangue nuovo. Tantissimo sangue, per dare un tocco di colore ad un immaginario fortemente provato dalla privazione, ma anche dall’imposizione. C’è stato un tempo, in questa parte dell’universo, in cui pareva si dovesse vivere di soli cinefumettoni, per ragazzi di tutte le età.
Il sol dell'avvenire è la conferma che Moretti si muove con sicurezza in questo tipo di cinema, divenuto tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, cinema propriamente morettiano, qualcosa come un archetipo nel panorama cinematografico contemporaneo, che mescola il grottesco, l'onirico (secondo modalità facilmente intelliggibili), l'ironico (e l'autoironico: denudamento ludico dei vezzi e delle nevrosi di Apicella, ora Giovanni), il drammatico, con venature malinconiche (denudamento lirico dei vezzi e delle nevrosi).
Orsi. Orsi ovunque. Orsi nei boschi. Orsi nelle suburbie. Orsi nelle sale cinematografiche. Quando scrisse Hitler, Giuseppe Genna fece una assai interessante disamina sul lupo e le sue apparizioni nella storia: il lupo, fenrir nella tradizione norrena, si affaccerebbe nell’immaginario collettivo al principiare di stagioni di morte, sarebbe metafora del male che si fa uomo e distrugge.
«Davanti alla realtà, l'immaginazione indietreggia, mentre l'attenzione la penetra»
(Cristina Campo, Gli imperdonabili)
La sovversione dell’anima è declinata nelle più variegate sfumature, dal bianco conducono al nero, e dalle tenebre scivolano nuovamente verso chiarori luminosi, la rifrazione della luce accende i grigi, illuminandoli di scintille che accendono la notte; barlumi lattescenti scivolano liquidi tra le pieghe più nascoste della mente umana.
*Una prima versione di questo articolo è comparsa sul "Manifesto" del 28 febbraio 2023.
Il simbolo di una generazione, ma anche a prescindere dalle generazioni, di iniziati che s’addentravano nei cunicoli infiniti, nelle gallerie illuminate dal tubo catodico nei primi anni Novanta, proprio come un Videodrome: una resa, una pianificata, pacificata resa nel ventre dell’immagine, che fosse cinematografica o televisiva, quella particolare, sublime forma di televisione scoccante a mezzanotte, poco importava.
«Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso. Umile, cavalca un asino, un puledro figlio di asina» (Zaccaria, 9,9)
Un filo rosso lega l’asino Eo al fuggiasco dallo sguardo allucinato di Vincent Gallo che attraversa l’innevato, splendido Essential Killing. E’ la rinuncia alla parola, bilanciata dal primato dei sensi: della vista, sicuramente, ma anche dell’udito, di quella percezione tattile dei suoni sempre così decisiva nel cinema di Jerzy Skolimowski. Eo, protagonista dell’ultimo film del grande maestro polacco, è un corpo senziente ma non parlante, proprio come quello del soldato afghano in fuga. Attraverso i grandi occhi di Eo è filtrata la realtà (o presunta tale) di un mondo che sembra aver perso ogni speranza: ad essere offerti alla sua contemplazione sono esseri umani infelici e animali resi infelici dagli esseri umani, in un gioco al massacro senza scampo.
Soprattutto a partire da The Neon Demon, il neon, la luce al neon, sono diventati nell'economia del cinema di Refn un motivo centrale, una specie di egida sotto cui il suo cinema si muove.
L’ossessione dell’atto visivo con cui Schrader impregnava First Reformed, la sua etica intrisa dell’immagine che toccava, sommuoveva, smuoveva le pupille – le divorava: dall’interno, dentro le cavità che costruivano la luce, la perdevano ricomponevano restituivano nel fuoco cinematografico delle particelle in movimento, che era poesia in forma di visione, spazio interstiziale degli elementi del montaggio, schegge, con tutta la teoresi sulla questione ambientale – appare qui, in Tant que le solei frappe, come punto vuoto su cui sono indirizzati gli occhi, obiettivo, potenza direzionale: fuori-fuoco dove si concentra l’Idea, si proietta, si cristallizza dai gangli cerebrali sulle pareti nude, desolate, spente. Dall’alto, nell’incipit del film, la camera dirige l’obiettivo del dispositivo-Cinema e del dispositivo-Occhio verso qualcosa che non c’è (non c’è ancora) ma che già si trova, idealmente, nel punto esatto in cui l’occhio che immagina vuole che sia.
Il “new horror” americano è una magnifica realtà, un genere tornato agli antichi splendori degli anni ’70 grazie alle visioni audaci, innovative e coraggiose di registi come Ari Aster, Robert Eggers e Jordan Peele (a cui aggiungerei Rob Zombie, almeno per un paio di titoli).