Presentato in concorso all’83esima Mostra di Venezia, The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, da giovedì 10 settembre è arrivato nelle sale italiane. Attesissimo, considerati il cast d’eccezione, tra Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon, e il soggetto da cui il film trae origine, firmato da Bernardo Bertolucci, rimasto inedito dopo la sua scomparsa, nel 2018. 


Due premesse importanti per il regista di Medeas (2013), Hannah (2017) e Monica (2022), il quale, del resto, ha saputo plasmare la storia d’amore tra Leo e Anne con la tragica delicatezza del maestro, senza rinunciare alla propria impronta valoriale e stilistica. Durante questi giorni al festival, l’abbiamo intervistato.

Come si è imbattuto nella sceneggiatura di Bertolucci e com’è stato il processo di adattamento alla sua regia?

La mia partecipazione è iniziata con Nicola Giuliano, il produttore, che mi ha offerto di leggere la sceneggiatura e di portare il film sullo schermo. Chiaramente, all’inizio, vista la grande responsabilità nell’interpretare l’ultima sceneggiatura di una figura come Bernardo Bertolucci ho avuto qualche perplessità, è stata una scelta abbastanza travagliata. Così, quando ho deciso di buttarmi in quest’avventura, ho stabilito che il modo migliore per onorare l’essenza del cinema di Bertolucci fosse renderla mia; era l’unico modo sincero per affrontare questa sfida. Quindi, ho iniziato a lavorare con Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini, le co-sceneggiatrici del soggetto originale, e, nonostante, come in tutti i film, qualche cambiamento nel passaggio dalla sceneggiatura allo schermo, la struttura, l’estetica e le dinamiche dei personaggi sono rimaste fedeli. Per l’appunto, si è trattato di un lavoro di adattamento al mio linguaggio cinematografico.

Nei suoi primi tre film, al centro erano tre donne, mentre in The Echo Chamber emerge per la prima volta una figura maschile. Cosa è cambiato nel modo di inquadrare il protagonista?

In questo film credo che sia la storia d’amore tra Anne e Leo a fare da vero protagonista. Quindi, ho voluto costruire delle immagini che riuscissero a riflettere nel modo più eloquente possibile i confini tra dipendenza e controllo, tra il bisogno di controllare e allo stesso tempo prendersi cura dell’altro. Ogni scelta creativa verte sul tipo di rapporto che volevamo instaurare con lo spettatore, in quanto il fine ultimo era invitarlo a esplorare quella complessità.

Nei suoi ultimi due film, Monica e The Echo Chamber, ha scelto il formato quattro terzi. Ci può spiegare il perché?

In verità è un formato che si avvicina ai quattro terzi ma è un po’ più stretto, 1.2:1, e per questo film è stato fondamentale. È stata una battaglia che ho preso a cuore con i produttori, perché, per questo tipo di storia, volevo un formato che desse priorità al ritratto e che, in qualche modo, esaltasse la claustrofobia dello spazio. L’appartamento di Leo, infatti, è un personaggio a sé, non ne usciamo mai, è prigione ma anche rifugio, è luogo di memoria tanto quanto di sorveglianza. Per me e per il direttore della fotografia Diego García era chiaro fin dall’inizio, l’intenzione era mettere in risalto la relazione tra quello che avviene all’interno dell’inquadratura e quello che è fuori, restituendo un senso di esplorazione.

In quest’ultimo film è evidente il lavoro svolto su colori, luci e ombre; la scelta del rosso e dei toni caldi ha un legame diretto con il cinema di Bertolucci, in particolare con “Ultimo tango a Parigi”?

Non è stata una scelta diretta, no, però potremmo definirla emotiva. Il colore rosso è fondamentale, come anche il verde; creano una sorta di dicotomia nell’immagine, si ripetono di continuo, talvolta alternandosi.

Per concludere, un ruolo importante è quello attribuito alla musica, che si fa spesso espediente narrativo. Può dirci qualche parola a riguardo?

Certamente, è stato bellissimo lavorare con Clément Ducol e Emelie Gassin su questo. La musica all’interno del film è sempre, esclusivamente, diegetica, cosa per me di grande importanza, in quanto parte essenziale del quotidiano dei personaggi. Con il loro talento, Ducol e Gassin sono riusciti a elevare il film, creando una colonna sonora che, a mio parere, “fa eco” alle tematiche principali e dà ulteriori chiavi di lettura allo spettatore, permettendogli di accedere ad ancora altri strati della storia.

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