«Se diventa troppo reale, puoi sempre spegnerlo».  
Nel nuovo film di Jane Schoenbrun, reduce da We’re All Going to the World’s Fair (2021) e I Saw the Tv Glow (2024), che ne mostrano il piglio eccentrico, indicano uno sguardo molto connotato, la realtà - quello che si crede piano di realtà - si confonde costantemente con la finzione; la vita stessa dei personaggi si trasforma in sogno, allucinazione, vero e proprio gioco metafisico; e che si tratti di Kris, la giovane filmmaker queer incaricata di riportare in vita una vecchia saga slasher, o della stessa Jane, o, ancora, di quell’essere senza genere e a tratti mostruoso che prende il nome di Little Death, non è troppo importante, dal momento che l’intento del film non è definire con contorni netti, quanto evocare, far riemergere i ruoli messi in gioco rendendoli semplici simboli archetipici, segni o segnali che riconducono all’atto primitivo del guardare.

Celebrazione del dispositivo, metacinema in cui i piani di realtà si confondono, si penetrano concentricamente, Teenage Sex and Death at Camp Miasma, prodotto e distribuito dalla piattaforma streaming MUBI che in questi giorni metterà il film a disposizione degli utenti, gioca con lo sguardo di chi lo guarda, incoraggiandolo a continuare il viaggio, eppure allo stesso tempo offrendogli una facile via di fuga, che sarebbe quella di spegnere tutto, come davanti a un televisore, e tornare alla realtà, se non fosse che essa probabilmente coincide con quella del film. La stessa testa di Little Death ricorda la sagoma di un vecchio televisore e, allo stesso tempo, essa può assumere la forma di una vecchia macchina cinematografica o quella stilizzata di un labirinto che conduce verso un fondo magmatico e spaventoso. Lo stesso, probabilmente, da cui fuoriescono i film creati da Little Death.

«Guardalo negli occhi e falli tuoi» sussurra Billy a Kris in un momento di intimità. Si riferisce a quelli non totalmente umani di Little Death, quegli occhi che, all’occorrenza, egli presta all’una o all’altra, come una sorta di superpotere, così che le due possano sentirsi guardare dall’esterno e allo stesso tempo continuare a guardare la scena dal loro punto di vista. É in questo modo che, come in un parto, nasce qualcosa dall’incontro fra tutti questi occhi che si guardano. «Facciamo un film» le dice infine.

Kris, Billy e Little Death a un certo punto e a uno sguardo più ravvicinato si equivalgono, fungono da specchio l'un l'altro e, in un certo senso, sono tutti sia da una parte che dall'altra, indossano cioè sia i panni di colui che guarda sia di colui che è guardato, sia della vittima sia dell’assassino, così come anche le due maschere sociali e identitarie della “donna” e dell'”uomo”. Il film, in questo senso, si propone di esplorare e dunque di portare alla luce quei transiti identitari e sessuali che tanto pesano nel contemporaneo, che tanto esso cerca di nascondere come qualcosa di mostruoso.



Il cinema però non ha genere: è qualcosa di fluido, movimentato, mai statico o coerente, piuttosto in divenire. E in particolare questo divenire si fa sentire nel rapporto fra Kris e Billy, soprattutto in quel desiderio, probabilmente mai espresso ad alta voce, non solo di filmare o di guardare lo sguardo, ma di provare le stesse identiche emozioni che questo suscita o da cui è provocato. E, di nuovo, è proprio il cinema a rendere possibile questa trasmigrazione di sensazioni attraverso uno schermo, da uno sguardo all’altro. Tra le due, interpretate da Hannah Einbinder, che veste i panni della giovane filmmaker, e da Gillian Anderson, la quale invece interpreta il ruolo della prima “ragazza sopravvissuta” della serie, a un certo punto si insinua Little Death, ed è anzi probabile che lui (o lei) nasca proprio dall'incontro-scontro fra due corpi che si toccano. Secondo Bataille l’orgasmo è da definirsi al pari di una “petite mort”, una piccola morte, e nel film la regista crea un continuum tra termini diversi ma simili, come il sesso, la morte e il cibo. Il desiderio che si trasforma in desiderio di morte…

Accade dunque che in questo film di natura espressamente metacinematografica la metamorfosi, assieme a tutti gli altri temi messi in gioco, acquisisca un significato preciso ma mai scontato, mai dato una volta per tutte. Esso si struttura per piccoli accenni di trama: la storia, essenziale, a un certo punto passa in secondo piano, poiché fin dall’inizio l'intento di Schoenbrun pare essere quello di colpire lo sguardo nella sua purezza. La vita di Little Death, oltre che dalla “vendetta” (o presunta vendetta), viene presentata fin da subito come caratterizzata da un perenne mutamento di corpo o di identità. Essa dunque è dinamica e si raffigura come un divenire tra una cosa e l'altra, essendo così sia l’una che l'altra, esattamente come la figura dell’ermafrodita presa come modello di riferimento o come chiave di lettura dell’intero film.

Allo stesso modo, infatti, il cinema si caratterizza come qualcosa che non è mai totalmente definito o racchiuso in una forma/formula assoluta; il film può allo stesso tempo essere tensione drammatica e comicità, leggerezza, insieme, arrivando a toccare le sfumature topiche dell’idillio o quelle sospese nell’angoscia di un momento di suspance della tragedia e del thriller psicologico. Ciò significa di base giocare, saltare da una parte all'altra, senza escludere nessuna delle due ma vivendole entrambe in maniera intensa. E per creare, come insegna benissimo Jane Schoenbrun, basta fingere e, quindi, immaginare.
Di primo impatto il film appare come un elogio, un'opera d'arte vera e propria immolata al Cinema, così come, credo, alla stessa “cultura visuale” e, in verità, andando ancora più a fondo alla creazione in generale intesa come capacità stessa di inventare.

«Se è troppo reale puoi sempre fermarlo»: la frase viene ripetuta e mostrata più volte. Così come più volte chi guarda si rende conto di essere entrato egli stesso nel flusso di creazione trans o interpersonale che abbatte il muro, o lo schermo, che divide lo sguardo del regista da quello dell’attore. La tensione sale nel momento in cui anche gli impulsi più segreti prendono forma invadendo le scene e trasmettendo l’angoscia di non potersi più svegliare da un incubo.
Eppure, un lieto fine c'è; e la storia ritorna ciclicamente nel posto da cui è iniziata, cosicché la regista può in qualche modo dare vita a un “classico” e allo stesso tempo sperimentarlo dall'interno rendendolo così di non facile o immediata decifratura. In fin dei conti il suo intento è essere sfuggente, veloce, dinamico, con i suoi energici movimenti di macchina e gli elaborati effetti speciali che impreziosiscono le immagini e rendono manifesto l’amore verso il dettaglio e l’estro cinematografico.

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