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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Cose mai viste

Ghezzianamente: sezione dedicata al cinema d'autore, visioni d'avanguardia, poetiche, demiurgiche, provenienti da regioni disparate (spesso periferiche) del pianeta, che non vengono distribuite in Italia.

Per una rosa

Mariangela Sansone

«Mai dimenticarsi. Con le piccole dimenticanze si è rovinata tutta una vita.
Dimenticare è una tragedia. Per una rosa»
(Per una rosa, Marco Bellocchio)




 

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Viaggio a Montevideo

Vanna Carlucci

L’immagine come struttura potenziale, l’immagine come scorcio di un tempo nel paesaggio dell’immagine, l’immagine come una riviviscenza di un punto nel tempo che ritorna e che è sempre un altro, pieno del Senso e delle cose. Viaggio a Montevideo rappresenta una lontananza che, come tale, non è mai raggiunta, è un viaggio che ammette la partenza, il ritorno mentre «il tempo  è scorso, si è addensato, è scorso» (Campana 2003, 49). Il titolo del film di Giovanni Cioni – presentato nella sezione Satellite alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro 2017 – recupera tutta la cosmogonia poetica di Dino Campana il cui movimento squama il paesaggio su cui l’occhio si posa per aprire un varco, «un ponte di passaggio» che anticipa la visione.

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The Levelling

Leonardo Gregorio

Una superficie d’acqua immota all’apparenza viene astrattamente percorsa da animali, dall’animalità che siamo capaci di esprimere quando gravemente feriti.
Clover torna a casa, nella campagna del Somerset, Inghilterra. E qui, tutto l’impianto della fattoria di famiglia ci dice che è in atto una dislocazione, uno spaesamento. Un’abitazione che non è agibile e, dunque, vuota, a causa di un’alluvione; un container dove essere provvisori ontologicamente, un bestiame che viene continuamente spostato, un cane affamato dimenticato in uno sgabuzzino tra i suoi escrementi.

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Il cartografo

Matteo Marelli

altGli Uochi Toki sono una delle intelligenze più lucide della scena musicale italiana, un ordigno sonoro che nasce dal cortocircuito tra lucidi deliri verbali («Mi sento molteplice e difficile, come i casi nella terza declinazione / Inseriti in frasi che parlano della nostra situazione») e oscure basi elettroniche; un progetto terroristico votato alla destrutturazione dei generi («Non appartengo ad un ambito / Basato su di una iconografia/audiografia che non sento mia / Dove vengono sistematicamente condannate le mie cause e le mie scelte»; o ancora: «Noi siamo alternativi, anzi, alterativi, anzi, alternati come la corrente, anzi, trasversali»); un rimedio da assumere come forma di autodifesa contro le menzogne che agiscono insinuandosi nelle pieghe del linguaggio, nei presupposti taciti delle abitudini retoriche, che il duo in questione, composto da Matteo “Napo” Palma (agli straripanti testi) e Riccardo “Rico” Gamondi (ai miasmi rumoristici), manomette con  instancabile metodica.

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Children Are Not Afraid of Death, Children Are Afraid of Ghosts

Giulio Vicinelli

La morte degli infanti è sempre difficile da spiegare, da essere accettata, e quando si tratta di suicidio diventa un vero cul de sac del senso, una ossessione senza fughe. Da qui prende forma Children Are Not Afraid of Death, Children Are Afraid of Ghosts, opera prima del cinese Rong Guang Rong, che ha aperto le danze al Festival Del Nuovo Cinema di Pesaro.
Per tentare una breve analisi del testo converrà discutere separatamente dei vari livelli di significazione che condensa, tenendo ben presente che nell'amalgama del film la separazione non è avvertibile e il tutto è fluido.

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Atomic

Luca Romano

Nel 2015 la BBC ha lanciato una serie di documentari intitolata BBC Four Goes Nuclear e dedicata al settantesimo anniversario della tragedia nucleare di Hiroshima. Il tempo in cui le materie radioattive perdono progressivamente la loro radioattività, cioè il tempo necessario affinché il 50% degli atomi si sia disintegrato nel caso dell’uranio-235 è di 710 milioni di anni.

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Symbol

Katia Dell'Eva

Si definisce scientificamente “determinismo”, la concezione secondo la quale ogni avvenimento nella realtà sia necessariamente legato ad altri da un nesso di causa-effetto. Tutto quello che si vede è in funzione d'altro, tutto quello che accade è il risultato di qualcosa. Tutto. Vicino o lontano, percepibile o incomprensibile che sia.

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John From

Nicola Curzio

alt«Possa venire il giorno (e forse verrà presto) in cui fuggirò nei boschi di qualche isola dell’Oceania, a vivere d’estasi, di calma e d’arte, circondato da una nuova famiglia, lontano dalla lotta europea per il denaro. Lì a Tahiti potrò ascoltare, nel silenzio delle belle notti tropicali, la dolce musica sussurrante degli slanci del mio cuore in amorosa armonia con gli esseri misteriosi che mi saranno attorno. Finalmente libero, senza preoccupazioni di denaro, potrò amare, cantare e morire» (Paul Gauguin)1


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#BKKY

Mariangela Sansone

altQuesto cuore stesso, che pure è il mio, resterà sempre per me indefinibile. L’abisso che c’è fra la certezza che io ho della mia esistenza e il contenuto che tento di dare a questa sicurezza, non sarà mai colmato. Sarò sempre estraneo a me stesso.
(Albert Camus, Il mito di Sisifo)


 

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Under Electric Clouds

Michele Sardone

Pare che l’incontro fra Simone Weil e Lev Trockij scadde in lite: la Weil rinfacciava a Trockij la cruenta repressione, ad opera dell’Armata Rossa, della rivolta anarchica di Kronstadt del 1921. Esattamente come le potenze capitaliste, sosteneva quello scricciolo di donna dinanzi al gigante della Rivoluzione, lo Stato comunista fondava il proprio potere sulla repressione della libertà e dell’autodeterminazione.
La prendiamo un po’ alla lontana, perché quando si parla, come accade in Under Electric Clouds, di Russia e Storia, non si può che parlare di Rivoluzione (dove storia e rivoluzione sono necessariamente maiuscole): non per niente parte del film, presentato nel 2015, è ambientata nel 2017, a cent’anni dalla madre (strana madre: senza figli) di tutte le rivoluzioni.

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Correspondências

Gemma Adesso

alt«A minha terra não é inefável. / A vida na minha terra é que é inefável./ Inefável é oque não pode ser dito (La mia terra non è ineffabile. È la vita nella mia terra a essere ineffabile. Ineffabile è ciò che non può essere detto)».
(Jorge de Sena)

«E por isso em cada gesto ponho / solenidade e risco (E per questo in ogni gesto metto solennità e rischio)».
(Sophia del Mello Breyner Andresen)

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Foudre

Mariangela Sansone

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto      
una casa apparì sparì d'un tratto;
come un occhio, che,largo,esterrefatto,
s'aprì si chiuse, nella notte nera.
(Giovanni Pascoli, Il Lampo)

«Sta lontano da tutto o il fulmine ti colpirà»

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The Dreamed Ones

Vanna Carlucci

alt«Dovrei venire, guardarti, tirarti fuori, baciarti e sostenerti, per non farti scivolare via. Ti prego, credimi, un giorno verrò e ti porterò via con me» (Bachmann-Celan 2011, p. 17)

È difficile riuscire ad entrare in un territorio pericolante come è quello dello spazio della parola senza cadere, inevitabilmente, in un linguaggio che eccede se stesso per diventare goffamente retorica. The Dreamed Ones tenta nell’impresa e lo fa lasciando che siano le parole ad occupare il campo della macchina da presa.

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Tangerine

Luca Romano

Due trans in un bar fanno colazione, i vestiti economici, le pance scoperte e il caldo del Natale a Los Angeles festeggiano l’uscita dal carcere, dopo 28 giorni, di Sin-Dee. Intanto un tassista armeno nel giorno della vigilia di Natale trasporta gente tra le strade della città del cinema. Nel corso della colazione Alexandra rivela all’amica che durante la sua assenza è stata tradita da Chester, compagno e protettore, con una prostituta bionda, e così inizia il percorso delle due attraverso le strade e i marciapiedi di Hollywood in cerca del compagno e della prostituta. Così inizia Tangerine, realizzato nel 2015 da Sean Baker utilizzando degli iPhone 5.

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James White

Leonardo Gregorio

James White (Christopher Abbott) è una vita sospesa. Quella di suo padre, figura che ha conosciuto poco, è appena finita, mentre quella di sua madre (Cynthia Nixon) è sempre più corrosa da un tumore che si estende, la nega e la trasforma. James White è il nome di questo film; e il tempo che passa. I nomi dei mesi che si succedono sono i capitoli di uno svolgimento apparentemente piano, una identità che non è riuscita mai a definirsi, le pagine vuote di un diario inconscio, di ciò che non si riesce a dire, a fare, a mutare, di fughe da se stessi fino poi a trovare nel dolore più profondo, nella perdita più grande, la violenza della verità.

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Mata Atlantica

Matteo Marelli

altIntervistato nel 1966 da Patrick Brion e Jean-Louis Comolli per i “Cahiers du cinéma”, Jacques Tourneur sosteneva che il cinema dovesse «evocare le cose senza mai mostrarle» nella misura in cui «l'unico vero orrore è nello spirito» dello spettatore che «teme ciò che non conosce e quel che non sa di aver visto».

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The Misandrists

Valentina Dell'Aquila

Dopo Pierrot Lunaire (2014) e Gerontophilia (2013), un’opera, quest’ultima, completamente invasa da una quiescenza malinconica, da un desidero non ancora sveglio  ̶  se paragonato all’assoluta determinazione di The Raspberry Reich (2004), Hustler White (1996) e No Skin off My Ass (1993)  ̶ , dopo Otto; Up with Dead People (2008) e L.A. Zombie (2010), che sembravano davvero attendere il terzo ed ultimo capitolo di una trilogia horror-gore, The Misandrists gravita per la prima volta in un senso grammaticamente opposto, quello cioè di un humor-soft-core anni Settanta totalmente popolato da donne.

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Sarah Winchester, opéra fantôme

Nicola Curzio

alt«Da dove veniva quel bizzarro rumore, quel ritmo lontano?... Un canto sordo che sembrava uscire dalle pareti... Sì, si sarebbe detto che le pareti cantassero!»

(Il fantasma dell’Opera, Gaston Leroux)



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Rat Film

Michele Sardone

Verso la fine di Rat Film ci ritroviamo nel bel mezzo di un paesaggio ricostruito rozzamente al computer, in 3D. La ricostruzione virtuale non è un granché, permette anche di oltrepassare i muri e, se assumiamo un particolare punto di vista, il suolo scompare e si spalanca un abisso stellato: c’è forse questo in fondo a un’immagine?

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Filme de amor

Mariangela Sansone

«Questa mattina dunque vengo accanto al tuo cuscino, vengo a tirarti i capelli e assisto in estasi ai primi segni di vita del tuo risveglio. Mi siedo su una seggiola rosa, la testa appoggiata ai piedi del tuo letto, e ti contemplo con lo stupore che mi assale ogni volta che ti vedo…(Giro in fretta la testa perché mi accorgo che sto per piangere di tenerezza)» (Balthus, pag. 24).

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Jours de France

Eddie Bertozzi

Abbiamo un protagonista di cui non sapremo mai molto, un giovane uomo che ha perso i nomi dei luoghi, le mappe e le bussole d’ordinanza. Che ha desideri ma non li sa nominare. È però anche un uomo del suo tempo, in contatto con le tecnologie del suo tempo, e attraverso queste intuisce la possibilità inebriante di una deriva, proprio come la intendeva Guy Debord: un viaggio non pianificato per liberarsi dalla routine quotidiana, lasciandosi trascinare dalle attrattive del paesaggio e dagli incontri che questo suggerisce. Ma colui che va alla deriva non è un flâneur che sa dove andare e cosa pensare; è piuttosto uno che si getta in pasto al proprio disorientamento emotivo per riscoprire uno spazio che non conosce e che non comprende. Così Pierre si lascia alle spalle compagno, appuntamenti e Parigi, e parte affidandosi ad un navigatore speciale – Grindr, applicazione per incontri omosessuali che mappa corpi e desideri geo-localizzando gli utenti.
Eppure lo spirito ludico della partenza è frustrato già al primo tentativo d’incontro: Pierre non comprende le indicazioni stradali offerte dal potenziale amante e così si perde. È da questo primo rendez-vous mancato che il disegno sottile di Jours de France si manifesta implacabile: la spinta erotica di Pierre deve necessariamente sovrapporsi ad un impulso di riscoperta del Territorio.

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Speciale Venezia 74




Speciale Crossroads 2017




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