Accordo atomico

Nell'autunno del 2010 – l'aria già satura di un presagio serale, sciamare di bambini e adolescenti a maneggiare i libri usati sulle bancarelle, e il richiamo misterioso dei televisori accesi sull'Almanacco del giorno dopo, sulla sigla di Antonio Riccardo Luciani che infondeva, di flauto, il moto cadenzato, rotante, al prisma di icone tratto dal Mitelli; o sul Pinocchio di Comencini, animato, come se il legno si facesse carne per via delle musiche di Carpi, quando si erano già spenti gli echi dei "Cavalieri del re" – mi convinsi anch'io della possibilità di una rivista, un'altra, partendo dal cinema, ma, come ho continuato a ripetere in questi anni a mo' di giaculatoria, di mantra di tutta una potenzialità esistenziale, guardando necessariamente alla sua oltranza in quanto pratica del mondo dotato di senso, di segni: oltre il cinema, dentro il pragma del mondo vibrante di senso.

Quindi poesia, secondo Schelling (mi rendo conto che in questo tempo questo autore è ritornato molte volte, ma è evidentemente uno dei segnacoli della nostra militanza), cioè il mare da cui ogni attività umana di conoscenza è nata e si è diramata come un fiume, una branca con il suo habitat specifico, e a cui non può che ritornare. È a questo mare di conoscenza, endemicamente sfuggente, diveniente, che ci si rivolge, al di là dello specifico corso d'acqua cinematografico; al senso (ai sensi) delle cose, non feticisticamente, particolarmente, alle cose; lo stesso "senso esterno" su cui sembrava concentrarsi l'attenzione di Wittgenstein quando nel Tractatus scrive che «il senso del mondo dev'essere fuori di esso. Nel mondo tutto è come è, e tutto avviene come avviene; non v'è in esso alcun valore — né, se vi fosse, avrebbe un valore».

Approfittando dell'aggiornamento della piattaforma (e delle sezioni, rinominate), Uzak si pone ancora più esplicitamente in una posizione liminare, concentrandosi sul cinema nella misura in cui lo sguardo si distrae dall'oggetto e pensa al, pensa il travalico, verso l'esperienza, la quale del resto è tale solo se intesa in termini estetizzanti; la forma, quel qualcosa che sta fuori dal mondo empirico, Benjamin la chiama "immagine dialettica", ed è essenziale a dargli senso, o tutti gli infiniti sensi che esso può assumere, in cui esso può andare, all'interno delle «modificazioni che si propagano nell'universo» (ancora Deleuze): ecco allora il ritorno alle forme, al linguaggio, tra cui il cinema, ma di lì (o verso lì) la musica, la letteratura, e ogni idea e constatazione di figurazione. Del resto, come vado dicendomi da un po', è probabile che l'origine dell'immagine sia in un suono, nel tentativo primordiale — inscritto ancora oggi, tanto più oggi, nel corredo genetico, nell'idea della genesi che ogni nuova immagine rimanda — di un'armonia sia pure atomistica, un accordo atomico da cui nasce il nostro sogno delle cose. 

Ecco allora il "blog", sezione di serendipità che s'apre subito sotto il numero trimestrale, a raccogliere, senza una tempistica precisa, visioni urgenti, cose letterarie, interpretazioni musicali, politiche, abbracciando il principio di "politica della letteratura" di Rancière, una "serietà" nell'avvicinarsi alle cose, che ripudia la violenza verbale (spesso ammantata di parodia) che intacca oggi la verbalità nei moderni canali di comunicazione e quindi anche di critica. Non è un caso allora che apriamo con l'apporto paradossalmente anacronistico nella sua spinta futuribilità, di Bifo Berardi e Gropplero, che incarna il senso di una (nostra) militanza, di una iniziazione che deve qualcosa, mettiamo, a Schurè così come, inevitabilmente, a Mark Fisher, al suo Realismo capitalista, la cui traduzione in italiano per Nero edizioni ha aperto programmaticamente questo 2018.

Mentre arrivano notizie entusiasmanti da Locarno riguardo l'ultimo Hong Sang soo, qui un dossier dedicatogli, che idealmente apre la via ad altri "nostri" autori presenti a Venezia75, di cui scriveremo giorno per giorno: Tsukamoto, Minervini, Assayas, Lanthimos, Martone, Nemes, e con l'interesse e la curiosità verso Reygadas e Guadagnino, non dimenticando il plasticoso Zahler, di nuovo a Venezia dopo il formidabile Drawl in Cell Block 99 dell'anno scorso: catastrofe di crani schiacciati sotto i tacchi, danza d'ossa spezzate, ma con amore, per amore. 

Luigi Abiusi

Note d’intermittenza

Quando la realtà prende una diversa piega, la poetica sulla riflessione, dapprima nei confronti di se stessa, in secondo luogo sull’identità, il genere, la politica dei corpi, e così via, abbisogna di ritornare all’origine dei discorsi, dello sguardo, della scrittura, dei movimenti, dell’immagine, delle parole… il lettore qui è il protagonista e la breve ricerca che gli si propone vuole essere un pulviscolo di materia atta a risvegliare un discorso sopito ma sempre presente e mai dimenticato. Mai come ora la necessità si fa più stringente. Ritornare all’origine del discorso è l’arma per i ciechi tempi a venire, per smantellare ogni stereotipo, ogni oscurantismo, ogni pregiudizio. Abbandonare il neoliberismo dell’immagine attiene a questa lotta.

La raccolta di testi sulla ricerca poetica di Abigail Child apre su queste istanze raccogliendo al suo interno anche una lirica della stessa. Il dossier nasce come una breve costellazione a partite dal suo ultimo lavoro su Emma Goldman Acts and Intermissions (dossier alla cui realizzazione hanno collaborato autori come Michael Sicinski, Adrian Martin, Colin Beckett, J.G. Guerra e la stessa Abigail) a ricordarci di come l’amore sia un gioco di brevi atti e lunghi intervalli.
Un diario intimo scritto da Josephine Massarella pochi mesi prima della sua triste scomparsa, ora diviene tributo elegiaco al suo sguardo e al suo silenzioso sentire, alla sua natura e all’infinita vita ad essa legata. Un lavoro lento fatto di umiltà, riverenza, gratitudine e rispetto verso un’essenza primordiale delle cose.

Francesco Bifo Berardi e Andrea Gropplero discutono di Comunismo Futuro, un’opera nonchè un invito per i giorni a venire. Parliamo di presente, ma soprattutto parliamo di futuro, e di una storia (così attuale) fatta di leve, macchine, ingranaggi, di lavoro cognitivo e precariato. Parliamo di tutto il futuro sottratto e di distopie bucoliche, pastorali, proponendo un estratto da The Playstation Dreamworld di Alfie Brown, consci e sognanti di acerbi naturalismi che ritroviamo adesso solo in videoludiche passeggiate campestri e agricole simulazioni.

È in questi brevi e intermittenti atti di amore che la coscienza, timido lume, fa strada nella notte buia.

Valentina Dell’Aquila

   

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