Lo stato delle cose

Luigi Abiusi

Luigi Abiusi

alt«Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo recupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: -Io-. L’ausilio dell’arte medica, lenimento e pezzuole, dissimulò in parte l’orrore. Si udiva il residuo d’acqua ed alcool delle pezzuole strizzate, ricadere gocciolando in una bacinella ed alle stecche della persiana già l’alba. Il gallo improvvisamente la suscitò dai monti lontani perentorio ed ignaro come ogni volta. La invitava ad accedere e ad elencare i gelsi, nella solitudine della campagna apparita». (C.E. Gadda, La cognizione del dolore)

Nicola Curzio

Nicola Curzio

altQualche anno fa, alla Mostra del Cinema di Venezia fu presentato un breve film realizzato interamente con immagini d’archivio. Diviso in segmenti, questo affascinante lavoro di found footage assemblava al suo interno frammenti audiovisivi di diversa natura: filmini di famiglia, cinegiornali, una sequenza di Miracolo a Milano. Quattro voci, mantenute anonime sino ai titoli di coda, ne orientavano il senso generale, lasciando emergere quattro storie accomunate da un desiderio di redenzione. Redemption di Miguel Gomes resta ancora oggi una delle riflessioni più lucide e acute sulla capacità del cinema di riattivare immagini del passato, innestandole in un discorso attuale, nel solco della memoria. Perché dietro quegli atti di rimembranza e contrizione che il regista lusitano assegna arbitrariamente a personalità “di pubblico dominio”, si cela in realtà la salvezza, il riscatto delle stesse immagini con cui è fatto il film: attraverso un astuto, incantevole stratagemma, esse tornano a brillare di luce propria, assumono una nuova valenza, trovano un’inedita collocazione nello spazio del presente. In altre parole, tornano in vita, o meglio, sopravvivono.


Andrea Bruni

Andrea Bruni

Cinema e Surrealtà: ceci n’est pas un film

altAl Museo Cernuschi a Parigi esiste una statuetta cinese che rappresenta un Demone e che è stata fusa in un amalgama a base di arsenico: non la si può toccare senza provare un bruciore insopportabile. Un chien andalou e L’âge d’or (quest’ultimo di più ampio respiro, più compiuto, più enigmatico anche, e soprattutto più rivoluzionario) tendono a infliggere una sensazione analoga. Ma è raro che lo schermo “bruci” l’occhio e il cervello dello spettatore. Spetterà comunque al futuro operare le riclassificazioni indispensabili e far capire che alcune tendenze essenziali del cinema partecipano anch’esse della “magia”, forse involontaria, a cominciare dai capolavori di Méliès, di Murnau (Nosferatu) e di tutto l’espressionismo tedesco, di Josef von Sternberg, di Abel Gance, di Orson Welles, e perfino di certi film più e meno gravemente commerciali (Ombre bianche, King Kong, Peter Ibbetson, Vertigine, etc….), relitti di questa marea disordinata, e gigantesca, che è stata definita “il solo mistero assolutamente moderno.
(André Breton)

Mariangela Sansone

Mariangela Sansone

altIl “Festival del Cinema Ritrovato” di Bologna ha festeggiato con l’edizione 2016 i suoi primi trent’anni. Amato dall’occhio più esperto, ma anche dal grande pubblico, continua ad essere una meta imprescindibile per i cinefili, i critici e per chi ama il grande cinema, perché «i film del Cinema Ritrovato ce lo insegnano: per guardare avanti, dobbiamo guardare indietro», proprio come afferma Gian Luca Farinelli, ideatore assieme a Nicola Mazzanti della manifestazione, dedicata alla storia del cinema ed all’attività delle cineteche. Incontri con critici e registi, tavole rotonde e dibattiti, con più di cinquecento film in otto giorni, opere che provengono da tutto il mondo per fornire allo spettatore la possibilità di «avere un’idea molto più ampia del Novecento e dei suoi linguaggi»: questo è da sempre l’obiettivo del festival.

Luigi Abiusi

Luigi Abiusi

Il Pesaro Film Festival a conduzione Armocida si conferma terreno laboratoriale privilegiato in Italia, tra videoteppismi, critofilm, pornografie, scandaglio del florido sottobosco italiano; poi il panorama del concorso ufficiale, davvero bello, quest’anno superiore al passato: soprattutto Les Ogres di Léa Fehner e Per un figlio di Suranga Deshapriya Katugampala, che conferma certa sensibilità delle produzioni di Arcopinto.

Gemma Adesso

Gemma Adesso

Noi siamo meno che umani, puri
dal vizio della morte.
(E. Morante)

Per indagare l’ordine in una forma si dovrebbe immaginare di retrocedere dalle dimensioni di uno schermo al plasma ad un vetrino visto al microscopio e, dalla struttura infinitamente piccola, provare a riconsiderare l’ampiezza del verbo “plasmare”. Il disordine invisibile delle parti trattenute nel vetrino viene assorbito dall’unità d’insieme riconoscibile sullo schermo: al primo momento in cui il corporeo transeunte si fissa, ne segue un secondo dove le singole parti acquistano una vita spirituale nel tutto della costruzione. Letteralmente questa è formen, la forma plasmata.

Luigi Abiusi

alt

L’immagine pubblicitaria, la patina della posa stimolante il consumo, è solo il risvolto di The Neon Demon, l’appiglio necessario a una “critica del reale”, economico-politica (ma comunque evidente, la fenomenologia del selfie in quanto esserci oggi, del sé narcissico ostentato senza pudore); mentre la sua essenza starebbe nella gratuità di un abbaglio d’ombra; del luccicare smorto del manichino, fermo, oscenico; nel pallore di epidermidi artificiali, cosmetiche, al chiaro di luna (o del lume che si sparge per tutto il tempio borghese in cui si compie il sacrificio della bellezza, quella di Jesse in carne o ossa, carne vera, ancora rosea, scampata fino a quel momento alla crapula da parte della scena mortuale, manichinica); sta proprio nel crepuscolo di un qualche angolo di stanza in cui l’io-Refn (pieno di sé) fruisce di un Es pieno di plastica, mentre risuona il carillon di Cliff Martinez e tocca le bambole di alabastro a gambe spalancate, con la finta feritoia, impenetrabile sotto i polpastrelli e la carne della lingua, che era stata l’ossessione di Casanova, di sfondare la perfezione del simulacro.

Vanna Carlucci

Vanna Carlucci

altPersi il contatto con il mondo: vi nascevo allora in quel buio desolato. I contorni delle cose salivano alle pupille ma non arrivavano al cervello. […] La realtà era questo frammettersi del buio e del chiarore che, ecco, laggiù, ricompariva, o era questo fermarsi nel buio a contemplare la luce, non per un gioco di contrasti e nemmeno di fervori, ma per lo squallido vizio di una ripetizione emotiva? (Il mare verticale, G. Saviane)

Valentina Dell'Aquila

Valentina Dell'Aquila

altWar is cinema, cinema is war
(Paul Virilio)

In The Terror Dream: Myth and Misogyny in an Insecure America, Faludi scriveva:« la cacofonia ripetuta di certe verità induce un tipo di ipnosi culturale: gli americani sembrano scivolare in uno stato di sonnambulismo e nessun film o dramma televisivo può realmente rappresentare il nuovo trauma» (Faludi 2007, p. 2). In altre parole: il contemporaneo fallimento delle politiche di sorveglianza spiega come la genesi psichica di una nuova estetica del trauma influenzi e limiti (rappresentativamente) la nuova (ordinaria) visione cinematica: la funzione dell’arma è assimilabile alla funzione (invisibile) della camera; sarà perciò a partire da questa che si attuerà la ricostruzione di un nuovo sguardo. Perciò l’ipotesi post-traumatica di cinema come hauntology non sarà più nel roboante, nella rapidità guerresca che imita una realtà mai data: nell’immagine sarà la perdita, la simulazione senza inganno, lo spettro continuamente differito.

Simone Arcagni

Simone Arcagni
incontra
Action30


altIl mondo è tutto ciò che accade.

Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose.
(Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-philosophicus)

Non penso sia interessante in questo momento costruire una storia, analizzare o teorizzare l’operato del collettivo (sé-definente “eterogeneo”) Action30. Non credo nel valore catalogativo e storicizzante di un’attività così varia, viva e perdurante.

Luca Romano

Luca Romano

altCos’è la didascalia? Didáskalos era colui che aveva il compito di istruire il coro nelle tragedie greche. Il suo compito era lavorare a margine, sul modello del maestro (la cui radice è la medesima) forniva lo strumento verbale, ma non solo, a chi doveva svolgere un atto artistico.

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