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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Uzak 27


Tentativo di stanza

Gemma Adesso

«A tutti, all’altro mondo,
ci toccherà saldare con il vuoto
il calcagno che pesa»
(Marina Cvetaeva)


Un vuoto dove passa ogni cosa
è il titolo di una raccolta di scritti politici di Maria Teresa Di Lascia (Di Lascia 2016) che non c'entra nulla con il cinema ma che giustifica l'idea di dedicare uno speciale sul vuoto in una rivista di cinema: l'urgenza – la tentazione è di definirla “politica” nonostante il termine sia tra i più abusati, fraintesi e svuotati in senso deteriore – è nel tentativo di attraversamento (“dove passa”). Questa introduzione si compone per scelta calibrata di una serie di citazioni da libri molto diversi tra loro ma che pure ruotano intorno a quella urgenza fondamentale.

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Vuoto del godimento e godimento del Vuoto

Camille Dumoulié

Quando Gemma Adesso mi ha chiesto di partecipare a questo numero di “Uzak”, ricordava un mio testo in omaggio a Carmelo Bene, pubblicato nell’aprile 2003 sulla rivista «Lo Straniero» e intitolato Carmelo Bene o lo splendore del vuoto (Dumoulié 2011). Sebbene non abbia voluto scrivere ancora sul teatro o sul cinema di Carmelo Bene, il presente articolo – con il suo titolo, i suoi temi, le figure che evoca, e persino con i suoi riferimenti teorici – è abitato dallo spirito di Carmelo e riecheggia quel furore sublime e quello splendore del vuoto che era l’essenza stessa del suo teatro. In particolare, affronta due figure maggiori del suo universo poetico: la mistica, incarnazione del “godimento della donna”, e Don Giovanni. Figure che si oppongono e al tempo stesso si raggiungono, come due modi di rispondere alla stessa crisi storica: quella dell’epoca barocca, nella quale l’allontanamento di Dio ha scavato nel mondo un Vuoto di cui, paradossalmente, è possibile godere sul piano dell’intelletto, del corpo e del significante, ma anche a vantaggio di una poetica e di un’estetica del Vuoto1. (Cfr. Dumoulié 2012).

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Filmare il vuoto

Alessandro Cappabianca

altRiflettendo (in Tokyo-Ga) sul cinema di Yasujiro Ozu, Wim Wenders ricorda che da ragazzo si chiedeva come fosse concepibile la nozione di Nulla, e poi in che modo fosse applicabile al cinema, arte del concreto – per concludere che il Nulla è irrappresentabile, ma è rappresentabile il suo incombere, il suo incidere progressivo sulle cose e sui corpi, l'avvicinamento alla fine, al grande Vuoto. Non per nulla, aveva seguito le ultime settimane di vita di Nicholas Ray (in Lampi sull'acqua), inaugurando quella che sarebbe poi diventata una specie di moda (filmare le ultime ore di un parente, un amico, una persona cara) e violando il famoso interdetto baziniano (filmare la morte, o l'agonia, è osceno, come girare un film porno).

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Quand vous faites l’amour avec moi vous pensez à la mort? (allucinazioni euristiche su La Maman et la Putain (1973) di Jean Eustache)

Paolo Spaziani

alt«I'm beggin' please, little lover, stop this carryin' on
gotta get some lovin' before the planet is gone
A nuclear bomb come an' blow us all away
Come on, bad girl, give me some lovin' today»
(New York Dolls)

«Elle était belle à la fois de la beauté fugace d’une actrice et
de la beauté souveraine de la catastrophe»
(J. Gracq)

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Hutton – a reflection

Valentina Dell'Aquila

altPer certi sostenitori, il cosiddetto realismo francese non fu che la rappresentazione di un nuovo strato sociale e di una nuova natura rurale a circondarlo; un'idealizzazione paesistica, una simpatia fedele verso un immaginario che andava perdendosi. Vero è che fu certo un'evasione, un tentativo di inseguire nuovi paesaggi e, assieme, quelli che svanivano. Esempi potrebbero essere certe vedute industriali, quelle di Doré o Meunier, che pur evitando di rappresentare direttamente gli effetti rovinosi di una nuova urbanità, esprimono silenziosamente, con la sola raffigurazione di uno scorcio, tutta la miseria derivante; si dice tant’è: «È assai più difficile per un artista evadere dal proprio tempo che appartenere a esso» (cfr. Nochlin).

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Keeping It New: a Festival at the Crossroads

Michael Sicinski

No longer the young upstart, the San Francisco Crossroads festival has established itself as one of North America’s major showcases for avant-garde and experimental film, video, and multimedia work. This means that higher profile filmmakers are screening their work at Crossroads, sometimes even offering the festival world premieres of new work. (By contrast, just a few years ago there were films that screened in New York and Toronto, despite having been shown at Crossroads four months earlier. The big fests didn’t even notice.)

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Haunted Alabama. Did You Wonder Who Fired the Gun? di Travis Wilkerson

Pietro Bianchi

altSecondo la vulgata liberal e democratica – in una parola, clintoniana – ormai divenuta mainstream, il movimento dei diritti civili negli Stati Uniti iniziò l’1 dicembre 1955 a Montgomery, Alabama quando una donna di colore di 42 anni di nome Rosa Parks decise di non rispettare la divisione “razziale” delle sedie allora in vigore sul sistema pubblico di trasporti locali. È lì che tutto iniziò e che portò il movimento fino alla marcia di Selma e quella su Washington, il Voting Rights Act e Martin Luther King. La Parks, stanca dopo una giornata di lavoro con i piedi che le facevano male, in un pullman traboccante di passeggeri di colore che tornavano a casa dal lavoro, decise di occupare uno dei posti vuoti in una delle prima quattro file che erano riservate unicamente ai passeggeri di “razza bianca”. Si trattò insomma di un gesto di rifiuto isolato, motivato unicamente dalla “resilienza” di una donna sola e coraggiosa, che funzionò da scintilla per uno dei più importanti movimenti di emancipazione del Novecento?

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A road outside: Crossroads 2017

Stephen Broomer

altThe San Francisco Cinematheque, founded in 1961 by filmmaker Bruce Baillie, has long been a focal point for underground filmmaking in the Bay Area, retaining something of the vitality of San Francisco’s wooliest era. As experimental cinema has changed to accommodate the theory-heavy aspirations of contemporary art, the Cinematheque has embraced such work as well, keeping current with new forms that have emerged first out of intermedia and video art, and more recently by digital means.

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A moon or a hole punch

Karissa Hahn

The pending barrier as all our films are being rendered as we’re all here conjuring up apparitions to make sense or make new from found footage – to alter chemistry – to conceptually, – destroy and give birth to a new knowledge… everything already captured….the fire burning briefly, acting as the opening and closing lens flare... What are the fences thinking? The monitors are powering up on the daily and the first-hand accounts through live-stream appear as phantoms in once parchment motion & through every social media outlet’s “stories”... through our palms & thumbs guiding all informative and uselessness along, – the unreal contemporary.

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Topografie di una nazione

Gianluca Pulsoni

altCrossroads 2017 – Program 1
sea to shining sea (we are stuck on this rock)

Nel vedere online i film di Crossroads 2017 – festival del film e del video d'artista di San Francisco, presentato al San Francisco Museum of Modern Art, 19-21 maggio – non ho potuto fare a meno di pormi le solite domande che devono giocoforza esserci oggi sulla questione della fruizione audiovisiva nella cosiddetta “mediasfera” contemporanea: cos'è che vedo, cos'è che si vede in una situazione tale? Quanto creato dagli autori dei singoli film è video oppure altro? E poi: è giusto vedere questi film e video fuori dall'ambito specifico per cui sono stati considerati e articolati in sequenza come serie di programmi e quindi mostrati al pubblico?

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Tributes: Notes from Crossroads 2017

Rajee Samarasinghe

altPoet Diane Burns is showcased in Sky Hopinka’s I'll Remember You As You Were, Not As What You'll Become, an elegy or supernatural encounter bookended by colorful spiritual passages. A slow-shuttered neon cross glides across the frame as Burns taps a beat on a mic, reciting a poem: «I don’t care if you’re married, I still love you…» The text is laid over a nightscape; beams of light rotate across the screen. The text imposes. These echoes find their way across landscapes.

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Crossroads, Apparent Motion section - focus on Rubix II by Rose Kallal

Sara Bonaventura

«When our eyes touch each others, is it day or night?»
J.Derrida (Toucher, Jean-Luc Nancy)

[Clicca qui per la traduzione italiana]

I decided to start this article on a long night spent at Philadelphia airport, a non-place in an extra-time dimension. In a drifting crossroad, a night-time interstitial suspension, a psychic dimension, not only spatial.

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Jesse McLean: See A Dog, Hear A Dog

Nicola Tirabasso

altJesse McLean is a media artist and educator whose research is motivated by a deep curiosity about human behaviour and relationships, especially as presented and observed through mediated images. Interested both in the power and the failure of the mediated experience to bring us together, McLean's work asks the viewer to walk the line between voyeur and participant.

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Zachary Epcar: Return To Forms

Nicola Tirabasso

Zachary Epcar (b. 1987, San Francisco) is a film and video maker currently based in Oakland, California, who makes moving image work dealing with the space and materiality of leisure, and the intersections between body and built environment. His work has been shown at Projections, New York Film Festival; Ann Arbor Film Festival; Crossroads, San Francisco Cinematheque; Images Festival, Toronto; and the Rotterdam, Edinburgh, and San Francisco International Film Festivals.



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Laida Lertxundi

Mariangela Sansone

«Anche tu sei collina
e sentiero di sassi
e gioco nei canneti,
e conosci la vigna
che di notte tace.
Tu non dici parole.
C'è una terra che tace
e non e' terra tua.
C'è un silenzio che dura
sulle piante e sui colli.
Ci son acque e campagne.
Sei un chiuso silenzio
che non cede, sei labbra
e occhi bui…»
(Cesare Pavese, Anche tu sei collina)

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Editoriale. Portogallo

Luigi Abiusi

Mentre scrivo arrivano notizie sui vincitori del Festival di Locarno, oramai riserva di visioni scintillanti, libere, orientate verso spazi in fieri, arcipelaghi di sensi nell’oceano dei possibili significati; inferenze improvvise, insorgenze poste fuori dalle classificazioni libresche della Storia e dentro un dis-ordine geografico cinematografico, come un affiorare spontaneo di spazi-tempo, di atmosfere gonfie d'aria elettrica, un'eterogenesi diffusa di ciò che si chiama immagine, ecc., almeno da quando il direttore è Chatrian e allora accanto al monstrum Tourneur si possono vedere autori come Ossang (miglior regia), Russell, Cabeleira (menzione speciale a "Cineasti del presente"), lì dove già avevano regnato Serra, Zulawski, Costa, a cui si aggiunge ora Wang Bing (vincitore del concorso).

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Pesaro 53 – Il paesaggio infinito

Gemma Adesso

«Questa tassonomia... deve intendersi come un prontuario per difendersi dalle sirene dello spettacolo contemporaneo e come un grido d’allarme per la pericolosa pedagogia della trasmissione culturale che vediamo tristemente all’opera nel nostro presente. [...] La difesa della forma – che è sempre e comunque anche contenuto – è oggi una vera battaglia culturale d’avanguardia (non d’élite!) che bisogna saper vincere contro i fautori del presentismo, i tribuni del semplicismo estetizzante e i sacerdoti dello spettacolo post-politico». F. Rossin








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Della tecnica, dell'etica, della forma filmica: conversazione carbonara con Nicolas Rey e Federico Rossin

Giulio Vicinelli

Federico Rossin, passeur militante

L'arrivo del cinema fotochimico di Nicolas Rey al festival di Pesaro ha avuto quantomeno, fatto raro in questa «epoca malefica in stolto secolo», il valore di riaccendere gli animi e il dibattito, riuscendo a rinfocolare quella faziosità semidormiente e sonnacchiosa di noi critici, pacificati da legami di amicizie e convenienze professionali, che invece resta ancora una delle virtù redimenti del discorso possibile sul cinema, il suo valore dialettico.

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Sokurov: la stratificazione plurima, il virtuale e il postmoderno. Su Francofonia

Giovanni Festa

altLa radice postmoderna del cinema di Sokurov è la risultante di una serie di operazioni o passaggi che possono essere individuati (al di là del facile gioco delle coppie antitetiche concentrazione-dispersione, confine-palinstesto, selezione-combinazione, paradigma-sintagma, radice-rizoma, origine-differenza che contribuisce solo a definire una prassi teorica) nel rapporto che si instaura fra le diverse serie di sequenze-sintagmi date più che dal regime mimetico che regola e impone un sistema di rapporti di tipo relazionale, da un regime estetico (Ranciere) di eloquenza dell’iscrizione sul corpo dell’immagine e, insieme, di mutismo dell’oggetto.

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Frantz di François Ozon. Il linguaggio segreto.

Raffaele Cavalluzzi

1919 Quedlinburg (Germania). La guerra è finita, e Anna (Paula Beer), una giovane donna in lutto si reca al cimitero per porre dei fiori sulla tomba (vuota) del suo fidanzato caduto sul fronte. Un giorno si accorge di uno sconosciuto che a sua volta, di nascosto, svolge lo stesso pietoso rito: si tratta di Adrien, un francese (Pierre Niney), prima accolto con risentita ostilità dal padre e poi accettato da entrambi i genitori di Frantz, presso i quali lei ormai vive, per colmare di purissimo affetto il vuoto lasciato dall’amato.

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Speciale Crossroads 2017




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