Festival Cannes

Massimo Causo

Massimo Causo

cosmopolis-cronenberg_07La limousine bianca, che attraversa il corpo ribollente di New York, taglia un tragitto che è tutto mentale (la determinazione di un atto irrazionale – tagliarsi i capelli mentre tutto crolla), traccia un viaggio sino alla fine del mondo as we know it, ovvero alla fine del capitalismo, al termine del profitto e dell’ordine e all’inizio del conflitto e del disordine…

 

 

Lorenzo Esposito

Lorenzo Esposito

bertolucciDimmi ragazzo solo dove vai/Perché tanto dolore?... Vorrei cantarvela, la versione Mogol di Space Oddity cantata in italiano dallo stesso Bowie, ma poi vi dovrei anche spiegare uno degli abbracci più belli della storia del cinema e raccontare come Bertolucci si libera e fa un film sulla liberazione, sulla svolta che tocca una volta tutte le vite (qui un fratello e una sorella), mettendosi e mettendoci per un attimo alle spalle tutto l’armamentario fiaccante del cinema italiano (soprattutto di quello che crede basti saper girare mirabolanti piani sequenza e dolly vertiginosi per fare un film), recuperando luce, amore, intensità, chiarezza di pensiero, incendiaria ambiguità, politica-poesia (smarrite entrambe), semplicemente dicendo: io per rivoluzionare la vita sono disposto a scendere sottoterra. Io e te di Bernardo Bertolucci, magnifico, picco di tutto il festival.

Giampiero Raganelli



Vous-nevez-encore-gall4«Tu non hai visto niente a Hiroshima. Niente.» Una delle frasi più famose della storia del cinema, l’incipit durasiano di Hiroshima mon amour. Dopo 53 anni Alain Resnais se ne esce con un’opera dal titolo Vous n'avez encore rien vu, “Voi non avete visto ancora niente”.




Giona A. Nazzaro



holy_motorsI cineasti veri dialogano sempre tra di loro. A Cannes quest'anno s'è prodotta la triangolazione Resnais-Carax-Bertolucci che dice moltissimo su ciò che resta di un'idea di cinema e di mondo e dunque di comunità. In Resnais un regista mette in scena la sua finta morte per richiamare alla vita gli interpreti che hanno lavorato un'intera vita per lui; in Carax un corpo palinsesto viaggia a bordo di una macchina-studio producendosi in un caleidoscopio di possibili miraggi di identità; in Bertolucci due ragazzi si separano dal mondo per crearne un altro.

Grazia Paganelli


resnaisImmaginiamo che un drammaturgo, prima di morire, decida di mettere in scena la sua ultima piéce utilizzando non solo gli attori, ma anche le parole, le situazioni, le storie raccontate in tutta la sua lunga carriera. Immaginiamo che il teatro dove verrà mostrata venga letteralmente trasfigurato in un luogo inclassificabile, inedito spazio della visione che è al contempo anche
rappresentazione. Il celebre scrittore Antoine d’Anthac, lascia agli attori che hanno nel tempo interpretato la sua “Eurydice” una lettera con le sue ultime volontà: riuniti in una casa dovranno vedere in video la messa in scena della stessa opera da parte di una compagnia di giovani attori. A loro il compito di giudicarne la nuova trasposizione, interamente ambientata in un vecchio capannone abbandonato.

Lorenzo Esposito


miikeÈ ancora giusto credere nella messa in quadro, diaframma espanso che non ti fa distinguere fra la fotografia e il cinema, fra l’angolo di un paesino francese e il deserto. Tutte le immagini diventano così un giornale intimo, dove il soggetto è a sua volta l’oggetto primario delle immagini. Una vita intera di cinema apolide, quella di Raymond Depardon, un altro Joris Ivens perduto nella luce dei suoi scatti, rivista attraverso out takes e scene smarrite o scartate: Journal de France

Grazia Paganelli


kiarostami1Dopo Amir Naderi con Cut, anche Abbas Kiarostami trova in Giappone una nuova, sorprendente svolta e, come Naderi, lo fa lievemente, senza apparenti straordinarie trasformazioni. Like Someone in Love è di fatto un film giapponese per produzione e cast, ma anche per l’essenzialità di uno sguardo che si fa impalpabile, fluido non-racconto tutto riflesso sui vetri o semplicemente lasciato intravedere attraverso la trasparenza ingannevole dei finestrini  di un’auto.

Giona A. Nazzaro


huppert-another-country

Una giovane donna pensa a un cortometraggio ispirato a una regista francese conosciuta durante un festival. E il film di Hong vola subito alto, perso olimpicamente in uno stato di leggerezza soave, fatto di nulla. Inquadrature precise, qualche zoom in avanti volutamente sporco e netti stacchi di montaggio. Rohmer è solo un ricordo, perché Hong ormai vive e filma in un ecosistema tutto suo, dove il mondo è fatto di sentieri interrotti che si sdoppiano senza mai offrire, però, una soluzione. Le soluzioni non esistono.

Lorenzo Esposito


Ral_RuizChe l’immagine sia un virus ce lo diceva di continuo William Burroughs (se poi del virus avviene il risveglio allora ci pensa Romero). La coltura, la diffusione e il sistema-virus in sé che resta dopo e oltre l’immagine. Difficile dire se per Brandon Cronenberg i film del padre abbiano lasciato l’immagine per farsi unicamente virus (forse il padre ha intuito qualcosa ed è di corsa tornato a Freud/Jung), ma certo in quel solco, come se fosse stato da sempre lì, si re-inietta, trovando una propria dimensione stupefacente, disincarnata, virusizzata appunto, mentre ancora fuori lecca il sangue che cola dal feticcio restante del corpo che fu. Si intitola Antiviral questo nuovo crime of the future.

Giona A. Nazzaro


ANTIVIRAL_DAY9_0323Per quanto ci riguarda, la vera riflessione sulla società dell’immagine è Antiviral di Brandon Cronenberg. Piuttosto che veloce sociologia, il rampollo Cronenberg, che si mostra degnissimo di cotanto padre, compone un saggio filosofico sulla natura virale dell’immagine.



Giampiero Raganelli


paradise_loveAncora un film canicolare per Ulrich Seidl, un ritorno a quel caldo torrido e soffocante che intorbidava la vita e i comportamenti dei personaggi del film che ha fatto conoscere il regista austriaco nel 2001. Nel raccontare di quattro attempate “tardone” austriache e del loro viaggio in Kenya, il regista trasferisce così in Africa la sua poetica ed estetica. Già il prologo del film, in Austria prima della partenza, ripropone quella stessa luminosità estiva, afosa, che in quel paese si registra solo pochi giorni all’anno. E il clima torrido è palpabile per tutto il film, reso da tanti elementi visivi come i vestiti impregnati di sudore.

Giona A. Nazzaro


dolan1jpgNon è un cineasta molto amato Xavier Dolan. Ma Laurence Anyways potrebbe agevolmente cambiare le cose. Cosa racconta il nuovo film del ragazzo prodigio canadese? Nient’altro che un abissale amore per il cinema. Il cinema che ti divora la vita. Il cinema che diventa la vita stessa. Dolan crede al miracolo del cinema. E non spreca una sola inquadratura, un solo taglio di montaggio, un solo attacco musicale. Per raccontare un amore folle, Dolan compone un film infinito e folle, colorato, pieno di musica, che assomiglia a un’invocazione a tutti gli Dei del cinema, della vita e della morte.

Lorenzo Esposito


laurenceCurioso che sia la ragazza-Tahrir di Nasrallah (Baad el mawkeaa), sia il protagonista anti-Pinochet di No del cileno Pablo Larraín siano due pubblicitari. L’arte rivoluzionaria dello spot? Non perfetto Pablo Larraín, che pure prova a inseguire il Ruiz antichissimo di Nessuno disse niente, ma intelligente per questa scelta di messa in costume (siamo nel 1988, l’anno del plebiscito con cui i cileni dissero qualcosa: NO a Pinochet) attraverso il supporto usato per le riprese che ricrea il mondo televisivo degli anni ottanta: la rivoluzione vista in vhs.

Grazia Paganelli


cannes-65-quinzaine-the-we-and-the-i-michel-gondry-00Inaugurazione in grande stile per la “Quinzaine des Réalisateurs” che ha inaugurato il suo programma con il nuovo film di Michel Gondry, The We and the I, girato completamente a New York su un autobus di linea che riporta a casa gli studenti di un liceo del Bronx nel loro ultimo giorno di scuola prima delle vacanze estive. Riflessione in movimento sul mondo adolescenziale che, però, si rivela essere un caleidoscopio di sguardi sovrapposti e in sequenza ad analizzare non solo le relazioni che esistono, seppur anch’esse in movimento, dei protagonisti, ma anche il loro stesso gesto di osservazione della realtà.

Lorenzo Esposito


dredo1C’è un hotel su un fiume dove una ragazza scopre che sua madre è un fantasma e a lungo si parla di confini e di acque pronte a inabissare un nuovo tsunami. Mekong Hotel, il nuovo Apitchapong Weerasethakul, lento disincanto, blandamente etereo, in attesa della fine.

Giuseppe Gariazzo

jarmusch2Ipnotico lo è sempre stato, il cinema di Jim Jarmusch. Only Lovers Left Alive (titolo magnifico) ne è la conferma preziosa. Un film che dice tutto di sé fin dalle inquadrature iniziali, che esiste e si definisce, e da lì si espande, nel doppio movimento circolare e ripetuto del disco che gira sul giradischi e della macchina da presa che circonda, dall’alto e poi sempre più da vicino, i corpi addormentati/svegli, lontani/vicini, degli amanti senza tempo e senza età (Tilda Swinton/Eve e Tom Hiddleston/Adam). Perché Only Lovers Left Alive è inondato dell’umorismo minimale che contraddistingue il lavoro del cineasta americano, qui dichiarato, com sublime tatto, soprattutto nella scelta dei nomi dei personaggi. Solo gli amanti restano vivi, solo loro sopravvivono nei secoli di fronte a un’umanità che sa solo, anche in questo caso ciclicamente, perpetuando i disastri già commessi, auto-distruggersi.

Grazia Paganelli

Grazia Paganelli

marion-cotillard-joaquin-phoenix-the-immigrant-james-grayGuai a pensare a The Immigrant come un film sugli immigrati europei in America. L’approccio di James Gray ad un tema tanto ricorrente nel cinema, é nuovo e al tempo stesso antico, lontano da tutti gli stereotipi possibili e vicino alla sensibilitá e alla esperienza privata del regista, che trasforma questa storia di sradicamenti e tradimenti continui in un melodramma fiammeggiante eppure cupo e violento.

Grazia Paganelli

Grazia Paganelli

diazLa vita e la morte. O meglio, il vivere e la sua opposizione. Norte, the End of History, il settimo film del filippino Lav Diaz (in concorso nella sezione Un certain regard) è un racconto semplice e al tempo stesso densissimo di umanità, nella messa in scena di un tempo piano e ipnotico e nella descrizione di personaggi che proprio con il tempo si confrontano in ogni istante.

Giuseppe Gariazzo

Giuseppe Gariazzo

Behind-the-Candelabra-tra-001Se la filmografia di Steven Soderbergh dovesse terminare, stando alle dichiarazioni del regista, con Behind the Candelabra, si chiuderebbe con un capolavoro, proprio a Cannes dove nel 1989 iniziò con un’altra opera sublime, Sesso, bugie e videotape. Con quell’esordio, Soderbergh a 26 anni vinse la Palma d’oro.

Giampiero Raganelli

Giampiero Raganelli


a touchIn Platform dieci anni di storia cinese sono rievocati in un luogo chiuso, il teatro, attraverso gli spettacoli che vi vengono rappresentati, in The World nello stesso spazio del parco tematico coesistono tantissimi luoghi di tutto il mondo, in I Wish I Knew la città di Shangai è il risultato dell'accostamento di immagini, anche di cinema, del suo presente e del suo passato.

 

Lorenzo Esposito

Lorenzo Esposito

inconu du lacFinalmente la messa in scena. Non la sceneggiatura, e non solo la buona ripresa. Ma lo spazio messo in scena alla ricerca dello spazio, e per mettere a nudo l’occhio. L’occhio, questo sconosciuto: L’inconnu du lac di Alain Guiraudie.


Grazia Paganelli

Grazia Paganelli

Bling RingUna storia vera che sembra un film a partire dai protagonisti e dall’ambiente in cui tutto si consuma: The Bling Ring, il film che Sofia Coppola ha portato al Festival di Cannes (aprendo la sezione Un certain regard) racconta la straordinaria avventura di un gruppo di adolescenti che in poco tempo ha messo a segno furti milionari nelle case dei divi di Hollywood. Arrestati grazie alla telecamere di sorveglianza, sono tornati alla ribalta della celebrità in seguito ad un’intervista pubblicata da Vanity Fair da cui anche il film prende il via.

Grazia Paganelli

Grazia Paganelli

Le-Passe-Past-Poster1Dopo quattro anni Ahmad torna a Parigi da Tehran per portare a termine le procedure formali del divorzio da sua moglie Marie. Una storia semplice e in qualche modo già nota per il primo film francese del regista iraniano Ashgar Farhadi Le passé, in competizione ufficiale al 66esimo Festival di Cannes e tra le opere più belle e inquiete viste fino ad ora. Come sempre accade nei suoi film, l’intreccio catalizza ogni attenzione e ogni sforzo: i personaggi e gli ambienti attorno a loro, il passato e il presente che li tiene uniti e li separa al tempo stesso. Ci si avvicina lentamente ad Ahmad e Marie, eppure si ha la sensazione di precipitare dentro le loro vite fin dall’inizio, sul volto della donna che aspetta dall’altra parte del vetro che l’uomo esca dall’aeroporto. Si parlano senza sentirsi e si ritrovano in auto, sotto la pioggia, nel travagliato viaggio di ritorno in città. Basta poco al regista iraniano di Una separazione per mettere in campo tutte le tensioni che saranno declinate via via, anche quelle non dette, ancora insospettabili, sepolte nelle scatole abbandonate in cantina o in messaggi mai letti o mai mandati.

Giampiero Raganelli

Giampiero Raganelli

young-beautifulUna giovane ragazza prende il sole in topless, su una spiaggia. Si lascia accarezzare la pelle, liscia, dai raggi del sole. Un corpo conturbante, acerbo, catalizzatore di turbamenti e perversioni, come lo era Ludivine Sagnier in Swimming Pool. Ozon ce la mostra subito attraverso una soggettiva da cannocchiale, uno sguardo voyeuristico enunciativo di quello che sarà il film. E poco dopo si scopre che a spiare la ragazza, Isabelle, è il fratellino. Ancora il regista francese esplicita quel coacervo latente di istinti incestuosi, edipici, tensioni omosessuali che si annidano dietro il perbenismo della famiglia borghese.

Pietro Masciullo

Pietro Masciullo

altStrano oggetto filmico questo Sils Maria. Sfumato, sfuggente, informe, proprio come quelle nuvole impassibili in cui più volte scioglie il suo punto di vista. Olivier Assayas, cineasta tra i più consapevoli, ha bisogno periodicamente di tornare a riflettere su se stesso e sul cinema (Demonlover), sulle persone che lo animano (Irma Vep) o sulla scintilla nascosta che lo origina e può ancora giustificarlo (questo Sils Maria). L’attrice/star interpretata da Juliette Binoche è colta subito in viaggio, su un treno, nel più classico topos di movimento che il cinema ricordi. Ed è su quel treno che viene a sapere della morte del suo talent scout, un anziano regista svizzero che stava andando a trovare e che l’aveva fatta esordire diciottenne e inesperta. La morte del “regista” provoca un terremoto emotivo nella sua “musa”: un trauma, la messa in dubbio improvvisa del suo statuto d’attrice, artista, persona. Tutto molto “classico”, è vero.

Giona A. Nazzaro


xavier dolan mommy affiche 0Xavier Dolan o del piacere. Lo senti che a stare sul set lui gode. Un piacere così radicale non si trova facilmente. Dolan adora intossicarsi nelle materie vive del suo cinema. Lui, davvero, crea un altro mondo. Un universo pieno di correlati oggettivi. Robe da toccare, annusare, accarezzare nel corso della realizzazione del film. Perché si capisce che il suo piacere deriva dal fare, dal processo della realizzazione del film. Set: casa dell’altra vita. Ci piace immaginare Dolan come un visionario sarto che mette insieme la sua tela del mondo selezionando le stoffe più pregiate, permettendo di indossarle solo alle persone che ama o che soddisfino il suo sguardo. Il suo piacere degli occhi. Dice: Dolan ha solo il cinema alle sue spalle. Nient’altro.

Lorenzo Esposito


altEloise Godet, una delle due donne misteriose di Adieu au langage 3D di Jean-Luc Godard, ha una cicatrice che parte dalla narice destra e arriva fino al labbro. Mia Wasikowska, la protagonista novella Carrie di Maps to the Stars di David Cronenberg, ha sul collo e sulle braccia segni di bruciature risalenti a un incendio da lei stessa appiccato. I due uomini (o uno solo?) di Godard defeca(no) davanti a tutte e due le donne. Julianne Moore in Cronenberg defeca davanti a Mia Wasikowska. Poi ci sono due vampiri innamoratissimi ma per una volta spaiati: Kirtsen Stewart stupefacente in Sils Maria di Olivier Assayas e Robert Pattinson nuovamente (dopo Cosmopolis) con Cronenberg…

Giona A. Nazzaro


altFilmare il lavoro. Un’utopia, l’unica cosa che conta davvero per Daney. A modo suo, Assayas prova a fare un film “comunista”, non alla maniera di Straub, né tanto meno di Godard. No. Lui s’installa al centro del cinema. Prende due corpi d’attrici, e come in uno specchio bergmaniano, mette in scena un serrato dialogo ibseniano, e scava una vertigine invisibile, che si potrebbe persino confondere per un cinema di retroguardia.

Grazia Paganelli


altTorna a casa molte volte Lu Yanshi, professore e intellettuale evidentemente scomodo al potere, la cui vita felice è stata completamente travolta dall’avvento della rivoluzione culturale. Torna a casa dopo essere evaso. O almeno ci prova, ma la figlia Dandan, che aspira a diventare prima ballerina non può permettersi scandali e denuncia il padre e ostacola l’accoglienza della madre. Ritorna dieci anni dopo, quando, finalmente liberato, cerca il volto della moglie alla stazione. Non ci sarà, perché Feng Wanyu si è da tempo rifugiata in un mondo tutto suo e aspetta un uomo che non sa riconoscere.

Giona A. Nazzaro


altE quando ti fai il conto dei film che ti porti dentro, ti ritrovi sempre con i soliti nomi. Nomi che ovviamente consideri anche amici tuoi, ormai. Amici che ovviamente ti tocca difendere, cosa che capita sempre, ma non è mai stata così frequente come in questi anni, quando il parlare cinema sembra essere diventato una lingua perduta o morta.

Grazia Paganelli


altInizia e finisce con due proposte di matrimonio e due impiccagioni il secondo lungometraggio da regista di Tommy Lee Jones The Homesman ed è ambientato nel Nebraska inospitale del 1854. Lo attraversano un uomo e una donna, mal assortiti compagni di un viaggio nato per portare in salvo, nell’Est della civiltà, tre donne. Sono impazzite improvvisamente, disorientate dalla durezza di un territorio selvaggio e rigido. In realtà Mary Bee Cuddy parte sola, ma incontra George Briggs con un cappio al collo e lo salva. Vagabondo solitario con bisogno di soldi, aveva occupato una casa di altri e per questo era stato punito.

Pietro Masciullo


alt“Il western è il cinema americano per eccellenza” diceva anni fa qualcuno che ci sta tanto a cuore… un genere che continua miracolosamente a mutare pelle conservando gli stessi codici, continua ad adeguarsi alle epoche preservando i propri canoni estetici, continua il suo infinito e commovente racconto del Mito riflesso nel Cinema.

Grazia Paganelli


altFanno pensare alla rivoluzione islamica in Iran le immagini di Eau argentée, Syrie auto-portrait di Ossama Mohammed e Wiam Simav Bedirxan, alle descrizioni in ricostruzione della violenza che si è consumata sulle strade delle città e nel cuore profondo dei suoi abitanti. Così le abbiamo immaginate, così le abbiamo viste nei film, così le abbiamo lette nei romanzi. Gli spari, la paura, la gente, il sangue. E il buio. Solo che questa volta verrebbe da dire “è tutto vero”.

Lorenzo Esposito


altL'infinita battaglia fra luce e oscurità e il dramma della parola che, mentre si affianca, resta muta. Il lavoro, proprio il restauro dell’immagine, che scopre quadri nel doppio fondo dei quadri, cornici fuori cornice. E i quadri vivono nonostante tutto (Straub neanche vorrebbe che li si vedesse), ci fissano anche guardando altrove, primi piani e punti di fuga che cercano umanità nelle lunghe file di turisti. Chi guarda chi? E cosa si trattiene dell’immagine? Cosa ci trattiene dal non rubarli! Ma poi loro si ammalano e altri di noi puliscono anno dopo anno alla ricerca della luce perduta. Tutto questo è il nuovo capolavoro di Frederick Wiseman National Gallery.

Grazia Paganelli


altLe atmosfere sono quelle di sempre, sospese, indefinibili, avvolte in una sorta di nebbia invisibile che, però, sembra trattenere il tempo. In Captives, il regista canadese Atom Egoyan riprende vecchie ossessioni e vecchi sguardi, ma li trasfigura in nuove dinamiche narrative, recupera il racconto come trama sfilacciata, e lo rende visibile nella frammentazione, o meglio, nella polverizzazione dei punti di vista e nei punti di osservazione. In questa storia di rapimenti, pedofilia, indagini, dolori e sensi di colpa, si segue un percorso tortuoso e virtuoso per arrivare al punto di partenza.

Pietro Masciullo


altUn’immagine porta sempre inscritta la traccia di un’emozione. Nascosta nei chiaroscuri, rivelata da un’imperfezione, celata da una falsa prospettiva che può rendere invisibile addirittura un elefante. Come in un paesaggio di J.M.W. Turner. È sempre oltre la fallace pretesa di “oggettività” che si nasconde il regno informe della vita, la tempesta emotiva, la voragine dei non detti: un’immagine, un quadro, cos’è in fondo se non uno specchio deformato di chi la produce/guarda? Ecco, il film che il vecchio Mike Leigh dedica agli ultimi anni del vecchio William Turner (il più celebrato pittore paesaggista inglese dell’Ottocento) è proprio il paziente e intimo svelamento di questa verità: la creazione di un’immagine oggettiva, la perfetta veduta, fa una terribile fatica a celare il mare in tempesta che si agita nelle sue pieghe. E allora la stessa immagine non può che tradire la sua ontologica natura impressionista e soggettiva, romantica e ambigua.

Giuseppe Gariazzo


Una gazzella attraversa l’inquadratura, corre, è in fuga da uomini che le sparano, per spaventarla, non ucciderla. Si apre in questo modo, senza preamboli, Timbuktu di Abderrahmane Sissako (primo film di un concorso che meglio di così non sarebbe potuto cominciare). Una bambina, sopravvissuta alla/e guerra/e evocata/e mostrata/e nel corso del film, corre, frontale, senza fiato, nell’inquadratura finale, fino a dissolvere nel nero che chiude quest’opera politica ancor più tale perché il discorso tematico e di denuncia affiora da una scrittura filmica poetica, da uno stile rigoroso e al tempo stesso libero, da un umorismo minimalista ma sferzante (affine per tratti a quello di Elia Suleiman), da una sintesi visiva che fa di ogni immagine una pluralità di immagini che producono senso, memoria di cinema e di un cinema pan-africano come da tempo era raro vedere.

Giuseppe Gariazzo

Giuseppe Gariazzo

altUn film di recinti nello spazio dell’immensa natura selvaggia islandese. Una contraddizione che esprime, espande restringendolo in una serie di micro-luoghi, l’isolamento, la fatica del vivere e del sopravvivere, la solitudine e l’incomunicabilità radicate nei corpi delle persone, le parole pronunciate con difficoltà, i silenzi e i gesti, i comportamenti che, ben più dei dialoghi e talvolta sconfinanti in un umorismo trattenuto, anch’esso recintato eppure folgorante, evidenziano antiche o recenti separazioni. Al tempo stesso, quell’isolamento è fonte di fierezza, di indelebile attaccamento a un ambiente respingente ma che non si ha la forza di abbandonare perché quei contadini, quei pastori anziani (a differenza dei giovani che, di fronte a un ennesimo ostacolo, decidono di trasferirsi), non potrebbero risiedere che lì, per loro impensabile adattarsi ai ritmi di una città. Reykjavík è lontana da quella valle dove uomini e animali condividono ogni istante di ogni giorno, fin dai tempi remoti.

Pietro Masciullo

Pietro Masciullo

Vita. Quando inizia (?) Mountains May Depart e vedi Zhao Tao ballare al ritmo di Go West, pensi subito a The World e alla sua travolgente voglia di “evadere” dal simulacro del mondo ricostruito in un parco divertimenti. Quando la vedi camminare poggiando lo sguardo sulle cose e portandosi dietro il cinema nella contingente “scoperta” (della memoria) dei luoghi, pensi subito ad I Wish I Knew e alle sue improvvise sopravvivenze di passato, oppure a Still Life e alla personale cartografia immaginaria dello spazio. Ancora, quando la scopri alle prese con due uomini innamorati nel paese di Fenyang, un operaio e un rampante uomo d’affari, pensi inevitabilmente a Platform e ai lenti moti interni della società cinese che oggi stanno cambiando il mondo.

Massimo Causo

Massimo Causo

altL’inversione di segno tra vita e morte incide ogni fotogramma di Kiyoshi Kurosawa, il suo è da sempre un cinema di transizioni a vista, mutazioni in atto che ormai travalicano la traccia horror degli inizi e si confondono in un filmare che discorre con la quotidianità drammatizzata della vita: un po’ romance un po’ Kammerspiel, sempre alle prese con figure in sottrazione di energia, con stati di esondazione esistenziale.

Giona A. Nazzaro

Giona A. Nazzaro

altUn viaggio nel tempo sotto mentite spoglie. S’inizia in macchina, nel traffico di Bucarest, città dall’altissimo tasso di traffico. Costi (Toma Cuzi) è ingoiato da un ingorgo, che resta fuori campo, assieme al figlio che è andato a prendere a scuola.






Grazia Paganelli

Grazia Paganelli

altLa storia di un amore impossibile ma inesauribile. Il nuovo film di Hou Hsiao-Hsien The Assassin ci porta nei territori enigmatici del sogno, dove la bellezza si confonde con la crudeltà, ma il silenzio è sempre sinonimo di riflessione e attesa.

 

 

Lorenzo Esposito

alt(As mil e uma noites – Volume 2, O desolado di Miguel Gomes. Desolato è prima di tutto il regista che non vi potrà accontentare con un seguito pedissequo, e mentre il canto di Sheherazade prosegue e si affastella, è pur sempre un canto di lotta, una nenia incantatrice ripetuta per la propria sopravvivenza, e allora la struttura falsa vieppiù se stessa, dilatandosi e insieme convergendo sul nucleo di un affresco sfrigolante malviventi – che in realtà sono gli ultimi partigiani –, processi a una società intera, mosaici di fantasmi che abitano i sogni delle periferie, e dove anche i cani devono affrontare il proprio doppio.)

Giona A. Nazzaro

altUn ragazzo di Fenyang, recita il titolo dello straordinario documentario di Walter Salles dedicato a Jia Zhang-ke. E proprio come in Xiao Wu e Platform, si riparte sempre da lì, da Fenyang. Come se non si potesse che tornare sempre a casa, pur nella consapevolezza (come non evocare Nick Ray?) che a casa non si può tornare mai.

Grazia Paganelli

Grazia Paganelli

altUn film femminile su una società matriarcale governata dagli uomini. Suona come un paradosso il tema attorno al quale ruota il film di Ida Panahandeh (e con lei molto cinema iraniano). Inserito nella selezione Un certain regard, Nahid è il primo lungometraggio di una regista coraggiosa (fino ad ora ha diretto cortometraggi, documentari e film per la televisione) che riflette sui contrasti di un paese dal tessuto sociale contraddittorio e pieno di storie da raccontare.

Pietro Masciullo

Pietro Masciullo

altSuperfici. Todd Haynes torna ossessivamente a “immaginare” gli anni ’50, il laboratorio (post)moderno che ha cullato la nostra epoca, configurando luoghi e tempi talmente iconizzati dalla cultura popolare da risultare superflua qualsivoglia operazione filologica che ne rintracci un lontano referente. Qui adatta un romanzo di Patricia Highsmith, chiama in causa due donne e la passione non-dicibile che le divora e (im)pone i loro corpi nelle gabbie intime/culturali che le separano. Haynes depura il suo stile e decuplica il lavoro sulla “forma”, si allontana ancora di più dal Paradiso e ci riconsegna un on the road apparentemente cristallizzato nel suo set. Carol diventa così un’esperienza estetica tutta potenziale perché occultata nelle pieghe di un’immagine diventata ormai l’unica “verità” su cui ragionare. Oggi.

Giona A. Nazzaro

Giona A. Nazzaro

altCome parli di un paese soffocato da una crisi finanziaria senza precedenti? Come rimetti all’ordine del giorno il cinema senza cadere negli schematismi ideologici che impediscono il farsi di qualsiasi discorso? E ancora, come smarcarsi rispetto all’idiozia dominante (e del cinema e della politica) restituendo al gesto filmico la sua libertà insurrezionale che in questi giorni di festival si rivela clamorosamente assente se si prescinde da Garrel, Desplechin, Apichatpong Weerasethakul?

Giuseppe Gariazzo

Giuseppe Gariazzo

altSu un’inquadratura sfocata, di un bosco dal quale avanza un uomo, raggiungendo il primo piano e la messa a fuoco della sua figura, si apre Saul Fia (“Il figlio di Saul”), lungometraggio d’esordio del trentottenne cineasta ungherese Nemes László. Un’inquadratura, come tutto il resto del film, collocata in un formato desueto, ristretto, con i bordi alonati che ricordano il 16 mm se non il Super 8, e il cinema muto. Non a caso quest’opera sorprendente di Nemes, assistente di Tarr Béla sui set di Prologue e L’uomo di Londra, è stata girata in pellicola: “era il solo mezzo per preservare un’instabilità nelle immagini”, afferma il regista. E l’instabilità fisica della pellicola – fino a ritrovarvi quello che il digitale ha bandito, ovvero la fragilità, la precarietà, e quei puntini luminosi che si insinuano tra un fotogramma e l’altro come germi che si nutrono di essa e che la nutrono – è, diventa un segno profondamente semantico, nel quale Nemes affonda il suo sguardo nel descrivere, come mai si era visto prima, la lunga morte, il suo lungo processo, in un campo di concentramento.

Massimo Causo

Massimo Causo

altNel controcampo della morte

Non c’è un’unica disposizione del filmare. Fare Cinema è declinare l’idea nella sostanza della materia, attraversare la fatica del dire: Gus Van Sant ne è consapevole da sempre, come ogni grande autore, e il cammino che intraprende in The Sea of Trees ne è la prova.


Lorenzo Esposito

Lorenzo Esposito

alt(Una certa tendenza del cinema contemporaneo: la struttura come specchietto per le allodole. L’apparenza di una scrittura che finge di svilupparsi su strati, i quali, invece di accumularsi, saltano tutti nel vuoto, inseguendosi come onde infrante sugli scogli. Così il film è nel risucchio, non ti aspetta, danza all’indietro e di lato, e mentre ti affanni, ormai quasi cieco, ti assesta pugnalate, ti deride, scherno e schermo delle immagini. E fa bene. The Lobster di Yorgos Lanthimos, svuotato d’amore, disseccato, crudelissimo, cinico, fa di questa non-planimetria la geografia fantastica di un cinema futuro. E ora piantatevi un coltello negli occhi).

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