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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Cose mai viste

Crossroads, sezione “Apparent Motion” - focus su Rubix II di Rose Kallal

Sara Bonaventura

«Quando i nostri occhi si toccano, è giorno o notte?»
J.Derrida, Toucher, Jean-Luc Nancy


Ho deciso di iniziare questo articolo in una lunga notte passata nell’aeroporto di Philadelphia, non-luogo, non-tempo. In un incrocio di derive, una sospensione notturna, un interstizio, una dimensione psichica non solo spaziale.

Mi è sembrata l’atmosfera perfetta per parlare del lavoro di Rose Kallal, una delle due artiste della serata di live cinema – “Apparent Motion” – dell’ultimo Crossroads. Rose vi ha portato Rubix II, summa dei suoi lavori con proiezioni multiple in 16mm, accompagnandolo con colonna sonora eseguita con synth modulari. Ho colto l’occasione per farle un paio di domande dopo aver visto una versione montata delle tre proiezioni in 16mm che compongono Rubix II. Guardandolo e riguardandolo ho cominciato a veder apparire delle bombe H, Rose mi ha assicurato che non le ha editate di proposito, ma continuo a fare quest’associazione con il suo lavoro esplosivo.

Lei è Rose. Polistrumentista oltre che filmmaker, con una decisa propensione all’analogico. Tutti i suoi lavori sono accompagnati da una colonna sonora da lei eseguita, molto spesso improvvisazioni live di sintesi modulare, in una combinazione irripetibile di diversi 16mm in loop, sequenze diverse sia per lunghezza che per velocità e rates circolari. Le installazioni prevedono molteplici proiezioni in 16mm, in genere 3, in alcune installazioni 4 o 5.
La forma scultorea e la struttura ritmica delle sue videoinstallazioni richiama le giustapposizioni architettoniche brutaliste o stranianti di alcuni suoi lavori giovanili, scatti e 16mm, quali Analemma, girato nel campo universitario di Scarborough, Toronto.

I suoi lavori più maturi conservano tensioni e risoluzioni dei primi lavori, ma i confini si sfrangiano in una continuità circolare e si dissolvono in una maggiore plasticità. Visione e tattilità, distanza e prossimità si incrociano come un chiasmo. Le diverse proiezioni si compenetrano e allo stesso tempo si distanziano, in quella cornice del frame dove si incontrano tutte le aporie relative alla nozione di margine, limite, soglia; quella nozione di frame che in inglese è sia contenuto che cornice. Ogni singola proiezione accentra o disperde lo sguardo, in un overload sensorio ipnotico.
Qualche lettore, che ha avuto forse l’occasione di vederla in Italia nel 2013, al Live Arts Week, o allo scorso Atonal, si sarà trovato immerso in un flusso costante di pattern connettivi, senza confini tra micro e macrocosmo, un feedback con uno spostamento continuo del centro, in cupe atmosfere dove l’oscuro universo incontra la coscienza interiore, come nell’animazione frattale della lava avviluppata nel suo Rubix II.



Nei suoi lavori si ritrovano echi dei pionieri, Oskar Fishinger e Hans Richter, Harry Smith e John & James Whitney, dei mistici Jim Davis e Jordan Belson. Come nei film di Belson1, l’esperienza di visione è continua, orchestrata senza tagli ma piuttosto un sovrapporsi di dissolvenze, in un universo panteistico dove materia e forma confluiscono infinitamente l’una nell’altra (cfr. Apeiron). Del cinema cosmico di Belson manca forse quel senso di diffusa armonia, riflesso di una mente imperturbata, Rose è espressione di una mente più inquieta e le atmosfere ricordano più degli immaginari di fantascienza distopica anni Settanta (a volte espressamente citata come il Zardoz di Mobius Coil.

Una new age risucchiata nel vuoto contemporaneo, dove non c’è più nessun visibile definito, è rimasta la possibilità di vedere altrimenti, in altro modo. Ciechi gli occhi che scavano dentro, ma aperti agli occhi del mondo. Tra i due occhi c’è questo vuoto, che è sospensione, ritmo, durata. Un interstizio, una bordure che è sia interna che esterna allo spazio semantico e comunicativo da essa delimitato, quindi sia luogo di passaggio che confine invalicabile, sia condizione dell'aprirsi della manifestazione che gesto di chiusura, incontro o rifiuto dell’altro.



Come si può forse evincere dai suoi lavori, Rose è piuttosto laconica ma molto diretta, riservandosi il diritto di tenere avvolte nel mistero alcune questioni, ma anche svelandoci qualche segreto. Ecco di seguito uno stralcio della nostra conversazione.

Sei originaria del Canada, giusto? Quando ti sei trasferita a NYC?

Sì, sono originaria del Canada, ma ho vissuto a NYC negli ultimi 15 anni, sono residente permanente, e sto cercando di ottenere la cittadinanza. Ho vissuto a NYC a partire dalla fine degli anni ottanta, quindi ho una lunga storia con questa città. mi considero americana a questo punto. Ho trascorso la maggior parte degli anni Novanta a Toronto, lavorando soprattutto in ambito fotografico. Ho fatto un paio di cortometraggi mentre frequentavo la scuola d'arte a Toronto e poi a NYC alla fine degli anni Ottanta. Dopo essermi focalizzata sulla fotografia per alcuni anni, sono tornata a girare in pellicola 16mm alla fine degli anni Novanta. Ho iniziato a fare proiezioni dal vivo nel 2006. Sono legata alle gallerie e alla comunità musicale più che al mondo del cinema. [Rose è rappresentata dalla galleria Newyorkese Lyles and King]



Come ti è sembrato il Crossroads? Come era il tuo set up? Hai performato col modulare e per quanto tempo? Il titolo si riferisce a qualcosa in particolare?


Il festival si è svolto presso il teatro SFMOMA, con un grande schermo cinematografico e con un buon sistema audio. Sì ero sul palco col mio synth modulare per circa 25 minuti, con tre 16mm in loop; le mie performance di solito sono di 30-45 minuti. Di solito mi siedo davanti appena sotto le proiezioni. Ritengo che le parti visive e quelle sonore siano egualmente importanti e non performo molto i miei progetti. Crossroads probabilmente sarà l'unica di Rubix, ho fatto una sua variante al Lincoln Center, ma in versione video, digitale. La prossima performance coinciderà con un nuovo lavoro. Alcuni dei miei pezzi hanno nomi di stelle (ad esempio la stessa colonna sonora di Rubix, Murzim) e il mio lavoro Aldebaran si riferisce a una stella, una stella doppia rossa, gli occhi del toro nella costellazione del Toro. Rubix mi suonava come il nome di una stella, ma non credo esista... La parola mi suggeriva qualcosa di rosso e quadrato.

Ho visto delle corrispondenze con il materiale d'origine ma anche animazione computerizzata. Come elabori l'animazione? Viene poi convertita su 16mm? In particolare la mia attenzione si è soffermata sul quel magma rosso fluido che galleggia nella proiezione centrale di Rubix. Come è stato generato?

Catturo i miei esperimenti di sintesi video e poi li modifico a computer, poi riprendo il filmato dal mio monitor con un bolex 16 mm. La maggior parte di altri miei lavori in pellicola incorpora anche alcune grafiche che faccio su tavolo luminoso e utilizzo doppie esposizioni ecc. Ma Rubix è abbastanza semplice. L’animazione rossa centrale è una sorta di frattale che ho filmato da youtube... sto svelando dei miei segreti del mestiere…
Ma non uso molto foundfootage, la maggior parte lo trovo su Youtube, ma non lo archivio. Negli ultimi anni tendo ad usare solo i miei filmati.

È veramente intrigante come le tre proiezioni si intreccino, ancor più quando performate live ne sono sicura. Come le progetti? Si sovrappongono e interferiscono fra loro in qualche modo, come costruisci questa tripla espansione visiva?

Ho usato una varietà di configurazioni per le proiezioni, ma il trittico è sempre bello. Posiziono i proiettori in modo che le immagini si sovrappongano e i loop siano tutti di lunghezze diverse, in modo che le immagini ripetute talvolta si sincronizzino, ma come se stiano sempre riconfigurando se stesse. Lo vedo come un modo per mostrare dei processi elementari.



Componi la maggior parte delle tue colonne sonore. Spesso si tratta di composizioni ronzanti e  minimali, fatte con un synth modulare, o anche con la batteria. Il tuo background è anche quello di musicista?


Suono sin dai primi anni Novanta, ho iniziato a suonare la batteria e la chitarra, poi il synth. Le mie performance sonore sono semi improvvisate, di solito spendo un po' di tempo a lavorare sulle patch di sintesi modulare prima di eseguirle, quindi il tutto è comunque abbastanza elaborato prima di essere eseguito.

Sappiamo che hai collaborato con Mark Harris (Napalm Death, Svorn) e Karl O'Connor (Regis), Robert Aiki Aubrey Lowe / Lichens, Mark Beasley attualmente curatore della Performa, Mark Pilkington, con il quale hai pubblicato anche un'ep Implicate Explicate su We Can Elude Control, tutte figure eclettiche come te probabilmente, filmmaker, artista musicista: che altro?

Il lavoro Mobius Coil  è stato realizzato a Londra per una mostra chiamata “Narcissus Trance” curata da Paul Purgas e Shamma Khanna; Mick Harris e Karl O'Connor hanno collaborato insieme e entrambi abbiamo suonato all'apertura. Paul Purgas ha incluso lo split 7 pollici come parte della mostra. Non abbiamo collaborato, ma abbiamo condiviso questo momento coronato da un disco. Ho collaborato con Robert Aiki Lowe più volte, oltre a Mark Beasley e Mark Pilkington, tutti buoni amici...

Vuoi dirci qualche spoiler sul nuovo album che uscirà presto?

Sì, il mio album uscirà per l'etichetta britannica – We Can Elude Control – di Paul Purgas, membro degli Emptyset ma anche curatore. Ho da poco sentito Paul, per quanto riguarda l’album, sembra che la data di uscita sarà il primo settembre. Il titolo dell'album è Perseus. La traccia che ho usato in Rubix II, Murzim, è dal nuovo album, il video potrebbe essere usato come promo per l’uscita, ma non ne sono ancora sicura...



Le laconiche risposte di Rose sono ricche di punti di sospensione, parentesi che dischiudono infinite soglie, stati di trance iniziatici e allucinazioni ipnagogiche, aperture fluttuanti tra un buco nero e il cosmo in continua espansione (Solar Arc). Riflesso di arcobaleni di gravità e coscienze perdute (Lady of the Lake) eco di futuri anteriori in una dimensione extratemporale di perenne immanenza. Un caleidoscopio inesauribile, ma insaziabile.

Sono in volo verso il vecchio continente ora. Penso ai quei quattro pilastri dello scorso secolo, celluloide e nastro magnetico, taglio e montaggio. Mi sento oscillare tra vecchio e nuovo, sincrono e asincrono. Assorbita in un collasso eterno, riverberato nel bagliore di tecnologie al confine dell’obsolescenza. Un loop di passato al presente. E tutto ciò con il suo moto di inerzia non poteva che arrivare dal Nuovo Continente, da San Francisco; attraverso NYC e la sua frenetica entropia, l’apparente antidoto ad un horror vacui sempre più prossimo al punto di non ritorno della nostra umanità.


Note

1. Il seguace ideologico di questo tipo di cinema, come Youngblood, crede che la conseguente simultaneità dell'azione (non drammatica), procedendo all'interno di un continuum spazio-temporale, rifletta con maggior precisione, tra i vari stili cinematografici, l'era della relatività e che la sovrapposizione debba sostituire il montaggio (Gene Youngblood, Expanded Cinema, New York, Dutton & Co., 1970 pp. 86-7)


Filmografia dei lavori citati di Rose Kallal ordinati cronologicamente

Analemma 16mm film, 2002

The History of Magic 16mm film, 2004

Solar Arc – 16mm film loops, 2007

Mobius Coil – 16mm film loops & sound, 2010

Lady of the Lake – 16mm film loops & sound, 2011

Apeiron – 16mm film loops and sound, 2013


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