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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 26 | primavera 2017

Cose mai viste

Nocturama

Mariangela Sansone

Gli animali notturni si muovono in gruppo e nella notte mostrano la loro parte più oscura, creature che vivono ai margini di un baratro, lontani dalle dinamiche di una società retta dalla competizione e che esclude molti dei suoi figli. Lo sguardo viaggia ad alta velocità tra le tenebre dei cunicoli metropolitani, tra buio e luce, in un’alternanza di oscure derive e abbacinanti consapevolezze. L’architettura sociale, sempre più solida e rigida, poggia le sue fondamenta sul potere e su un sistema prepotente che schiaccia la personalità umana, non lascia spazi di fuga, ma solo margini di impotenza, solitudine e frustrazione.


Le creature notturne bonelliane si spostano nel buio, tra le traiettorie sinusoidali dei serpenti metropolitani che corrono nel sottosuolo, distanti da qualsiasi barlume di luce e da ogni speranza. Una corsa febbrile di corpi, muti, assenti, persi in solipsismi alienati e alienanti, distaccati, per scelta o per condizione, dal sociale e dal reale.
Bertrand Bonello porta in scena la lirica dell’azione nel suo farsi, nel suo divenire, eludendo qualsiasi morale, spiegazione o labirintica connotazione psicologica, penetrando nelle dinamiche della tensione e scavando sino a raggiungere il nervo scoperto da stuzzicare ferocemente. Il linguaggio filmico non è impregnato di metafore politiche o ideologiche, ma offre all’occhio uno spaccato sul corpo marcescente di un sistema consumistico in definitiva consunzione, in uno stato di decadimento tale che l’unica risposta non può che essere la sua demolizione. In un realismo che è astrazione da sé, dove la carne diventa parte dello spazio in cui si muove, i corpi notturni sono un riflesso, una derivazione della metropoli in cui vagano, in una dimensione del reale traslata ad un piano quasi fantasmico.

Secondo Wladyslaw Tatarkiewicz la realtà è «un concetto instabile, infatti non è univoco né il concetto di conformità alla realtà, né quello stesso di realtà. In generale identifichiamo quest'ultima con ciò che vediamo ma i nostri occhi deformano con la prospettiva quello che vedono» (Tatarkiewicz 1997).
In Nocturama la realtà passa attraverso lo sguardo dei suoi protagonisti ed è resa attraverso il loro sentire, inospitale, destabilizzante, glaciale. In una sobrietà, quasi bressoniana, che caratterizza la cifra stilistica del regista, il tempo ha un suo andamento, convulso, smarrito, la mdp si sofferma a descrivere la tensione tra il peso opprimente ed implosivo delle strutture sociali e l’ambizione esplosiva, percepita come unica via di salvezza e fuga.

Un gruppo di giovani ragazzi progetta e mette a segno una serie di atti terroristici a Parigi; nessuno straniero, nessun islamico, nessuno tra loro è mosso da un credo religioso o politico, e li guida soltanto la pura volontà di compiere un gesto rivoluzionario e anarchico. Studenti, giovani disoccupati poco più che ventenni, colpiscono centri nevralgici della loro città, organizzano attentati esplosivi in una banca, nel quartiere economico della Défence, nella sede di un ministero e danno alle fiamme la statua equestre di Giovanna d’Arco. Bruciano i simboli del potere economico, politico e religioso, strutture portanti che allo stesso tempo sorreggono ed imprigionano la società umana, metafora di una ricerca estrema della libertà, senza vincoli, autonoma, anarchica e ribelle.

Eppure quegli stessi poteri che tanto vincolano l’agire umano, odiati ed aggrediti senza una concreta ragione giustificatrice, rappresentano una forte attrazione, davanti alla quale è difficile rimanere impassibili, quasi come se le pulsioni del senso, del desiderio e della vanità umana fossero inevitabilmente destinate ad esplodere ed a sedurre l’ego. «È forse possibile mantenere l’insistenza dell’incrinatura incorporea pur badando a non farla esistere, a non farla incarnare nella profondità del corpo? Più esattamente, è forse possibile attenersi alla contro-effettuazione di un evento, semplice rappresentazione piana dell’attore o del ballerino, guardandosi dalla piena effettuazione che caratterizza la vittima o il vero paziente?» (Deleuze 2011). Il corpo nulla può di fronte al desiderio, la mente e lo spirito vacillano, la vanità è un’urgenza che si sedimenta sulla capacità di guardare, la rivoluzione cede proprio davanti ai simboli del consumismo. Dopo gli attentati i ragazzi si rifugiano in un grande magazzino, tra abiti ed oggetti di lusso; dopo le prime incertezze, vivono quella dimora come se gli appartenesse. Smettono gli abiti della giornata, impregnati dal sudore della lotta e della paura, per indossare le divise firmate da grandi stilisti, rimangono affascinati dagli strumenti tecnologici di ultima generazione, da tavole imbandite e cene luculliane, sino ad immergersi totalmente in uno spazio che in realtà non esiste, una dimensione artificiale allestita per stuzzicare la brama di possesso, nella quale tornano ad allinearsi con il loro tempo, cedendo alle lusinghe del consumismo.

Come nello Zombie di Romero, si dilettano nel lusso, l’energia prima rivolta alla distruzione di un sistema in decadimento, ora è addomesticata in mera bramosia di possedere i simulacri di quella stessa decadenza, accettando la propria condizione di schiavi della società dei consumi. La musica assordante copre il frastuono delle esplosioni trasmesse sui grandi schermi televisivi, davanti al disastro i loro visi rimangono attoniti, pietrificati, quasi incapaci di prendere consapevolezza dell’avvenuto, diventati ormai parte di ciò che hanno combattuto e, come in una metamorfosi ovidiana, con le maschere sul viso, si confondono con i manichini di quella realtà fittizia. Come manichini rimangono muti, con i manichini approcciano rapporti sessuali, essi stessi diventano parte della finzione consumistica, pedine, modelli vuoti e manipolabili dai loro stessi desideri, da cui non possono sottrarsi; il processo di omogeneizzazione è sublimato quando uno dei ragazzi, truccato e imbellettato, canta My Way, nella versione di Shirley Bassey.

Non è la messa in scena di un’ideologia politica che interessa a Bonello, che stava lavorando a questa sua ultima opera da sei anni, ben prima dei tristi eventi del terribile novembre parigino del 2015, ma lo studio dei meccanismi della tensione, della sua costruzione e della deflagrazione in cui tocca il suo climax. Tramite un montaggio frenetico, soprattutto nella prima parte del film, il regista costruisce un dialogo continuo tra i protagonisti della vicenda e lo spazio, alternando l’ampio respiro di grandi scenari metropolitani al senso oppressivo indotto da una mdp che viaggia aderente al corpo attoriale, si muove alle loro spalle, cattura riprese piatte e bidimensionali, in cui gli sguardi si incrociano, si cercano, ma le parole sono solo di contorno, del tutto irrilevanti, a volte inesistenti, soppiantate dal tappeto musicale composto dallo stesso regista/musicista. Se lo sguardo sovente si sofferma sulle scale, lo fa per ritrarre immagini geometriche, catturate dall’alto, a volte scrutando verso il basso, in una separazione dello spazio hitchcockiano, in quell’angolazione che prelude alla caduta nel baratro, in cui la realtà scivola in una dimensione onirica ed i suoi contorni si fanno più labili, come accadeva in Vertigo. Il meccanismo filmico bonelliano predilige gli ambienti chiusi che accolgono le sue creature, gli angusti angoli dei vagoni della metro e gli ambienti del grande magazzino, dove la narrazione filmica cambia ritmo, i movimenti si fanno più lenti, quasi cadenzati, in passi di danza, errano vagabondi senza meta, persi, smarriti. Ma è proprio in quegli spazi che emerge la personalità delle creature bonelliane, che trovano se stesse e il loro essere; seppure avvinte da pesanti strutture architettoniche, si sentono più libere di esprimersi, forse perché al sicuro, protette, forse perché ormai tutto è fatto e non può che accadere ciò che deve accadere, in una sorta di resa al destino.

Con un senso di liberazione che è rassegnazione al fato, la paura si scioglie e la danza comincia sulle note di Call Me, dei Blondie. La poetica di Bonello prende origine dalla realtà per poi offrirsi agli occhi frammentata, lacerata, astratta, per essere osservata con uno sguardo diverso, in un’astrazione che, mai come in questa opera, provoca inevitabilmente dolore, perché, come osserva Ennio Flaiano «I giovani sono tristi perché cercano una libertà che nessuno gli nega, ma che non esiste. Si può essere liberi solo rinunciando a tutto, quindi alla stessa libertà. Ma volere la libertà per cambiare un sistema, significa augurarsi un altro sistema che implicherebbe altre schiavitù». (Flaiano 2006)


Bibliografia

W. Tatarkiewicz (1997): Storia di sei idee, Aesthetica edizioni

G. Deleuze (2011): Logica del senso, Feltrinelli, 2011

E. Flaiano: Diario degli errori, Adelphi, 2006


Filmografia

La donna che visse due volte (Vertigo) (A. Hitchcock, 1958)

Zombie (Dawn of the Dead) (G. A. Romero, 1978)





Titolo:
Nocturama
Durata: 130'
Origine: Francia, Germania
Anno: 2016
Colore: C
Genere: THRILLER
Specifiche tecniche: SCOPE
Produzione: RECTANGLE PRODUCTIONS, WILD BUNCH, PANDORA FILM PRODUKTION, SCOPE PICTURES, ARTE FRANCE CINEMA, MY NEW PICTURE

Regia: Bertrand Bonello

Attori: Finnegan Oldfield (David), Vincent Rottiers (Greg), Hamza Meziani (Yacine), Manal Issa (Sabrina), Martin Guyot (André), Jamil McCraven (Mika), Rabah Naït Oufella (Omar), Laure Valentinelli (Sarah), Ilias Le Doré (Samir), Robin Goldbronn (Fred), Luis Rego (Jean-Claude), Hermine Karagheuz (Patricia), Adèle Haenel (Ragazza in bicicletta).
Sceneggiatura: Bertrand Bonello
Fotografia: Léo Hinstin
Musiche: Bertrand Bonello
Montaggio: Fabrice Rouaud
Scenografia: Katia Wyszkop
Costumi: Sonia Philouze

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