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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VIII | UZAK 28/29 | autunno 2017 / inverno 2018

Editoriale

uzak1_-_uzakUzak è una di quelle parole che ammaliano per il loro suono, come se fossero un puro significante privo di significato. Ma Uzak, in turco, significa lontano, distante.
Nel linguaggio cinematografico esiste una distanza breve, quella fra l'immagine e ciò che essa rappresenta: senza essere copia della realtà, l'immagine cinematografica è particolarmente rassomigliante al suo referente, nel senso che produce una percezione simile a quella prodotta da oggetti e situazioni reali. Sebbene il cinema sia fondato sull'artificio, il piacere della visione nasce dalla capacità che il cinema ha di produrre negli spettatori l'impressione di realtà.

Esiste poi una distanza irriducibile, quella fra le immagini e chi le guarda, una distanza quasi amorosa, à la Barthes, che ci affascina e ci rapisce perché ci dice che quelle immagini non saranno mai nostre. E questa impossibile distanza nutre il nostro piacere visivo, così come la separazione e la lontananza nutrono il desiderio nel rapporto amoroso.
Esiste, infine, una distanza come assenza, quella dei corpi e degli oggetti che si muovono sullo schermo e che sono l'immagine di qualcosa che non esiste qui e ora, ma che esiste ed è esistita in qualche luogo e in qualche momento. Questa distanza costituisce il cinema come discorso, perché ne svela la natura significante e discontinua. Il cinema è un linguaggio perché rende virtualmente presente ciò che non c'è.

Uzak non è solo una parola affascinante che ci lascia riflettere sulle diverse declinazioni cinematografiche della distanza. Uzak è anche un film del 2002 del regista turco Nuri Bilge Ceylan, un film fatto di lunghi silenzi e di immagini quasi immobili di una Istanbul invernale. Un film poetico che traduce visivamente il concetto di distanza e che costruisce un senso di organicità fra il mondo interiore del protagonista e il mondo naturale che lo circonda. La neve cancella i colori, rende i contorni delle cose sfumati e segna così la distanza fra Mahmut e le cose che vede e, in virtù del processo di identificazione con il personaggio, segna la distanza fra gli spettatori e le immagini.

Il nome Uzak ci è sembrato dunque il più adeguato per una rivista che intende riflettere sulle modalità significanti del cinema, ma che intende lasciare anche spazio alle letture appassionate di film e prodotti audiovisivi. La distanza di cui ci occuperemo è quella amorosa, quella critica e quella intellettuale, ma, come Ceylan, ci preoccuperemo di rendere i contorni delle nostre parole sempre sfumati, perché il cinema, si sa, è un discorso collettivo e sempre aperto che ci impedisce di usare il punto di chiusura.
Allo stesso tempo, la scelta di un nome di non immediata comprensione come Uzak è volta a richiamare la significanza del cinema, la capacità che il cinema ha di affascinarci per dettagli, immagini, suoni a cui non riusciamo a dare immediatamente un significato informativo o simbolico. E che ci portano lontano. Uzak.

Il desiderio di fare del nostro discorso un discorso sempre aperto e dinamico, in continua evoluzione, ci ha portati a scegliere il web come luogo privilegiato per collocare la rivista Uzak. I saggi ne costituiranno il nucleo centrale, meno dinamico, e saranno una riflessione sullo statuto significante del cinema. Le recensioni, invece, occuperanno lo spazio più dinamico del sito e saranno un atto d'amore verso il cinema, quello distribuito nelle sale e quello mai visto. Soprattutto a ciò che di composito, stimolante (non) proviene dall'estero, ciò che non viene distribuito in Italia ma che costituisce molto spesso un insieme di visioni di grande avanguardia, la rivista darà spazio, con delle investigazioni che siano quanto più approfondite possibile, per far conoscere grandi autori, grandi poetiche, e abbattere così la cortina programmatica (cultura dello spettacolo) posta tra noi e il progresso. È ancora una questione di distanze, e di politica, come sempre, quando si parla di cinema e di opera d'arte in genere.

Ed è ancora una scelta politica e di distanze quella che ci ha portati, in un momento così difficile per la ricerca in Italia, a dedicare una rubrica alle parole di giovani studiosi e studiose che, altrimenti, non avrebbero occasione di pubblicazione.


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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