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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

La scienza del sogno

Matteo Marelli

la_scienza_del_sogno«Ogni film contiene sempre un’idea del cinema e un’idea della vita. È con queste due idee che mi confronto quando devo capire se e perché un film mi piace, ed è in base a queste idee che decido».

Interrogato da Roy Menarini su quali fossero i parametri valutativi che era solito adottare per formulare un giudizio critico su un’opera cinematografica, Vincenzo Buccheri rispose parafrasando Truffaut. Perché il cinema per Buccheri è «un’introduzione alla realtà» capace di far sviluppare agli spettatori, visione dopo visione, una coscienza critica sul loro tempo; «un film, prima che un prodotto di mercato, prima che un fatto di linguaggio, è una testimonianza esistenziale. E il critico, se non vuole essere tagliato fuori dal dialogo tra il film e il suo spettatore deve saper cogliere quanto di testimoniale c'è in un film: il suo rapporto con le nostre esistenze, ma anche con il mondo» (Buccheri 2010, p. 50).


Vincenzo Buccheri è stato un critico e un teorico lucido, intelligente, puntuale e preparato; capace d’indignazione civile quando la polemica lo esigeva. La scienza del sogno è la raccolta, uscita postuma, dei sui scritti, essenziali per capire che cos’è la critica e per poter interpretare il postmoderno, la funzione di autore, lo stato del cinema italiano contemporaneo, il fenomeno cult e il trionfo del gusto medio, ovvero il midcult. Ma soprattutto per dare un senso alla nostra posizione di spettatori.
«L’unico modo di “parlare” di un film è fare un altro film» (ivi, p. 17), perché forse «l’analisi del film», sostiene Buccheri, «è un’impresa impossibile (“un’arte senza avvenire”, “un oggetto illusorio”, scriveva Raymond Bellour nel 1985), non solo perché analizzare veramente un film è impossibile, come è impossibile conoscere veramente una persona, ma perché l’analisi testuale così com’è stata teorizzata, programmata, desiderata, forse non è mai esistita: o meglio, ne è esistito il mito» (Buccheri 2005, p. 141).

Per Buccheri riflettere sul cinema non può escludere un’analisi della prassi spettatoriale, un’interrogazione sul senso d’essere spettatori. Quello che si chiede nelle pagine di questo volume è se esista uno stile di visione del film, uno stile di scrittura critica e persino d’insegnamento del cinema. «Contro la volgarità del linguaggio, allora, lo stile è l’unica arma che il critico ha a disposizione. Lo stile “è” il critico (le idee vanno, lo stile resta), perché solo lo stile può riscattare dalla banalità» (Buccheri 2010, p. 33). Per lui bisogna guardare al cinema come ad uno strumento di conoscenza che necessita di un’etica per funzionare. Un’etica, una deontologia, che non riguarda solamente chi il film lo realizza, ma anche chi sarà poi chiamato a svolgere un’attività di tipo critico-analitico.

Ciò di cui più ha sofferto è stato assistere al ruolo assunto, negli ultimi decenni, dalla critica cinematografica, sempre più relegata a svolgere attività di tipo promozionale, quasi fosse un ufficio stampa. Una dimostrazione di debolezza da parte della categoria confermata dal fatto che ogniqualvolta si presenta un film “scandalo” l’analisi viene affidata ai tuttologi di turno, quasi sempre digiuni di cultura cinematografica, che interpretano il film usandolo come esempio per dimostrare tesi precostruite: «Ora, ciò che trovo davvero scandaloso è che il dibattito su queste opere resti appannaggio dei giornali e della televisione, mentre sulle riviste e nelle università si parla d’altro o si gira attorno al problema ricamando sui dettagli» (Buccheri 2010, p. 35).

Un atteggiamento dequalificante per il cinema e per la critica che risulta così defraudata di ogni valenza e specificità: «Non so quanti se ne siano accorti, ma attorno al cinema si sta consumando una delle molte battaglie cruciali di questi tempi grami: i discorsi ‘istituzionali’ della critica e dell’accademia non hanno più alcuna presa, nemmeno in negativo (come rimosso o cattiva coscienza) sulla classe media, che semplicemente li considera delegittimati, cioè privi di qualsiasi autorità morale e intellettuale. A dare senso e identità alla neoborghesia, infatti, sono i discorsi ‘commerciali’ dei mass media (in primis televisione e quotidiani) che rappresentano l’unico vero centro di elaborazione del gusto e della sensibilità estetica» (Buccheri 2010, p. 273).

Riflessioni che rivelano un’indomita e lucida passione morale e civile, una volontà di dire cose importanti e urgenti, e di farlo attraverso il cinema. Senza utilizzarlo come un mezzo, ma senza restarne prigioniero. La critica, per Buccheri, non deve esimersi da giudizio di gusto, criticare è giudicare; ma deve anche essere in grado comprendere il fenomeno film, di interpretarlo, di proiettarlo su uno sfondo socio-culturale. La critica dovrebbe osare di più la riflessione culturale e teorica, essere un’attività che parta dal film per andare oltre i film. Un modus operandi che ha portato Buccheri a confrontarsi sistematicamente con il cinema italiano, e, di conseguenza, sul senso d’essere critico in Italia. Per lui il grosso limite di tanta parte della produzione cinematografica nazionale sta nel proporre l’immagine di «un’Italia fuori dal tempo e dallo spazio. Un’Italia buona e placida, un’enorme sconfinata provincia che sembra estranea ai rivolgimenti della modernità e della storia recente. Un’Italia contemporanea, in cui però ogni riferimento al presente è stato minuziosamente cancellato» (Buccheri 2010, p. 217).

Necessario termine di confronto è con chi ancora nel frastagliato panorama mediale riesce a imporsi nell’immaginario collettivo come autore, da intendersi come portatore di uno sguardo forte, capace di porre delle domande sul modo. Con l’autore Buccheri parla alla pari e per questo motivo la critica diviene dialogo (non un giudizio). In questa sezione la recensione diventa vera e propria chiacchierata (fittizia) con coloro che egli considera i propri mostri sacri, su tutti i fratelli Coen.
Dalle pagine de La scienza del sogno emerge con nettezza come Buccheri abbia frequentato tutte le forme di scrittura critica sul cinema, sempre condotte con competenza e con un linguaggio chiarissimo. Folgoranti le sue intuizioni, risultato spesso di impercettibili spostamenti semantici capaci però di stravolgere il senso della poetica di un autore.

Questa raccolta non è una novità editoriale. È uscita nel 2010, pochi mesi dopo la scomparsa dell’autore. Se abbiamo voluto parlarne è perché riteniamo che Buccheri sia stato una figura chiave, che, chiunque abbia seriamente a cuore l’indagine attorno all’universo cinema, non può esimersi dal considerare imprescindibile termine di confronto. Come lui, anche noi, cerchiamo «un equilibrio tra amore per l’oggetto e rigore del giudizio, adesione emotiva al film e descrizione delle sue ragioni» (Buccheri 2010, p.7). Il maggior lascito consegnatoci da questi scritti è quello di assumersi, ognuno, il coraggio e la correttezza intellettuale delle proprie responsabilità.


Bibliografia

Buccheri V. (2005): L’analisi del film. Un’antologia critica, in Carluccio G. –Villa F. (a cura di), La post-analisi. Intorno e oltre l’analisi del film, Kaplan, Torino.

Buccheri V. (2010): La scienza del sogno, Il Castoro, Milano.


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