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- ISSN 2039-800X
Trimestrale online di cultura cinematografica
Diretto e fondato da Luigi Abiusi
anno VII | UZAK 27 | estate 2017

Allegoria finale

Raffaele Cavalluzzi

melancholia3"Having for his ordinary companion fear and sadness" (R. Burton).

Un pianeta sta avvicinandosi pericolosamente alla terra e rischia, impattando, di distruggerla: il suo nome è Melancholia (che dà il titolo al film più recente di Lars Von Trier). La parola “melancholia” deriva dal greco  melankalia, composta significativamente da mélas «nero» e khalè «bile», e viene più spesso usata per indicare uno stato d'animo di vaga tristezza, insoddisfazione di sé e del mondo, propensione al pessimismo.


Nel prologo wagneriano e inusuale del film poi si fa rinvio, da particolari del pittore fiammingo Bruegel il Vecchio, alla composizione della famosa allegoria ritratta dal tedesco Albrecht Dürer, che a sua volta, come si sa, richiama una donna seduta – nel film allusa dal primo piano di un volto femminile smarrito – con due grandi ali e la mano appoggiata al mento, inattiva e immersa nei pensieri, e circondata, con grande disordine, da molti degli elementi simbolici collegati tradizionalmente con l'inquietudine esistenziale – qui rappresentati con la tecnica tarkovskijana del freeze frame e del rallentato.

In Melancholia, dunque, di fronte alla possibile apocalisse, la psicotica, bellissima Justine - Kirsten Dunst (prima parte), il giorno del suo matrimonio frustrato da non pochi, inattesi inconvenienti, incarna, con la sua malinconica irrazionalità, la sfida alla scienza, a sua volta fatta propria dal punto di vista pragmatico di John (Kiefer Sutherland) suo cognato, che spera fino all'ultimo (il suicidio di fronte all'ineluttabile) che il disastro, come prevedono gli astronomi, sia evitato. Justine del resto non sembra soffrire all'idea della fine della terra, della distruzione cioè di un mondo che per lei è cattivo perché leopardianamente abitato da una vita cattiva. E si rifiuta, peraltro, al suo ruolo di macchina umana per un marketing senza cuore che è l'asse intorno a cui ruota il perverso consumismo capitalistico di una borghesia da sempre filistea. Naturalmente rifiuta anche l'amore canonico sancito da una scenografia nuziale a cinque stelle, e, in abito da sposa, si prende il piacere sessuale, che per protocollo le spetta, quasi a caso con un giovane insignificante messole con insistenza alle costole dal suo disprezzato datore di lavoro. E i suoi poteri per così dire di sensitiva si sprigionano disinibiti poi dal suo corpo nudo per incontrare l'attesa indifferente della Natura per il cataclisma.

Claire (Charlotte Gainsburg), sua sorella (seconda parte), è invece il classico personaggio femminile che pensa e opera in positivo: organizza al meglio un matrimonio interpretato – con la sua eccezione – da una sorta di famiglia di matti (fra tutti, la più bizzarra la madre, Charlotte Rampling), come ogni dettaglio teso a risarcire, dopo, il fallimento del festeggiamento (accompagnato, alla maniera di Von Trier da gag comicamente in distonia con l'ordine programmato: dalla limousine che arranca per strade di campagna alle scenate stravaganti di Justine, alle battute sconvenienti del non più giovane padre libertino – John Hurt); assicura il suo affetto commovente e protettivo a Leo, il suo figlioletto; e si dispone perfino ad affrontare lucidamente, con pillole letali (che prenderà il marito al posto suo), l'eventualità estrema.

Ma Claire, come John, in conclusione, deve arrendersi: la scienza ha sbagliato, non può tenere tutto sotto controllo, e l'irrazionale è destinato ad avere la meglio. Fallisce anche il disperato tentativo della donna di trovare negli altri (magari negli abitanti del villaggio vicino alla splendida villa aperta a un paesaggio di struggente, mestissima bellezza) il conforto estremo, o in un vuoto rito convenzionale (attendere la morte al romantico lume di candela, con un raffinato bicchiere di vino e il commento di una musica – beethoveniana – presunta immortale) un calore impossibile con l'aiuto del quale andare incontro alla fine. La sua passione materna non può salvare neppure l'innocente sua creatura, e solo l'idea di Justine può accompagnare i tre superstiti all'ultimo istante: un'immaginaria “grotta magica” - simile a quella altre volte raccontata dalle favole di Justine per Leo – può contenere i momenti estremi del terrore e dell'attesa: ancora una volta l'irrazionale, il magico, una religiosità primitiva (i profeti hanno annunziato infatti la fine del mondo, il potere divino perciò non la impedirà, e la fede può solo accompagnare, inerme e consolatoria, ad essa).


Ho visto cose

 

Speciale Crossroads 2017




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